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Perché dico no agli Uffizi su Tik Tok

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Sono il primo a divertirmi con Instagram e credo che usati bene i social network possano essere utilissimi, se non fondamentali, nel diffondere idee nuove e cultura. A volte però il loro utilizzo lascia davvero a desiderare.

E’ il caso dell’account Tik Tok delle Gallerie degli Uffizi. Con l'obiettivo di conquistare il pubblico degli adolescenti il museo fa un uso del social sul quale, al di là del successo ottenuto, è giusto interrogarsi, ovvero cercare di capire se il patrimonio artistico dell'istituzione museale non esca svilito dall’incontro tra le opere d’arte e una parodia che ricorda “scherzi a parte”.

Gli Uffizi fanno Tik Tok



A mio avviso il risultato della trovata di marketing degli Uffizi è esattamente opposto al suo intento. L’arte viene allontanata dal pubblico perchè ridotta a barzelletta di pessima qualità. Se l'obiettivo era d…
Sono il primo a divertirmi con Instagram e credo che usati bene i social network possano essere utilissimi, se non fondamentali, nel diffondere idee nuove e cultura. A volte però il loro utilizzo lascia davvero a desiderare.

E’ il caso dell’account Tik Tok delle Gallerie degli Uffizi. Con l'obiettivo di conquistare il pubblico degli adolescenti il museo fa un uso del social sul quale, al di là del successo ottenuto, è giusto interrogarsi, ovvero cercare di capire se il patrimonio artistico dell'istituzione museale non esca svilito dall’incontro tra le opere d’arte e una parodia che ricorda “scherzi a parte”.

Gli Uffizi fanno Tik Tok



A mio avviso il risultato della trovata di marketing degli Uffizi è esattamente opposto al suo intento. L’arte viene allontanata dal pubblico perchè ridotta a barzelletta di pessima qualità. Se l'obiettivo era di sdramatizzarre l’aura che circonda il capolavoro, rendendolo accessibile e familiare a un pubblico più ampio e magari poco sensibile al richiamo dei musei, le pagliacciate messe in scena su Tik Tok non convincono affatto: assomigliano ai grembiuli con il fallo del David venduti sulle bancarelle fuori da museo.

Che l’opera d’arte venga sfruttata, nei limiti, per vendere merchandising che aiuta a far quadrare i difficili conti di un museo può essere accettato, ma far dire delle infantili banalità ai personaggi di un dipinto trasformandoli in comparse di un fotoromanzo di serie B, è un problema del quale il Ministero dei beni culturali dovrebbe occuparsi.

Rendere appetibili i musei nei periodi di crisi non deve significare lasciarli alla mercè di improvvisati strateghi della comunicazione. Quello che serve è il rispetto per l'opera d'arte la cui fruizione da parte di un pubblico vasto non può essere a discapito dell'arricchimento dello stesso. Il fruitore deve cioè uscire arricchito dall'esperienza artistica e non il contrario.

La “strategia” di comunicazione degli Uffizi costituisce un precedente che può portare disastri. Come se alla Scala, per attirare i giovani, fosse consentito mangiare gelati durante la rappresentazione del Don Giovanni o parlare al cellulare con gli amici due file più indietro o magari, con una app di realtà aumentata, fare apparire un troll fra Leporello e Zerlina mentre cantano la loro aria.

Dicendo questo non voglio demonizzare la funzione dei social visto che, nel mondo, esistono esempi di musei che ne fanno un uso sofisticato ed intelligente teso a garantire all'utente un approccio all'arte più semplice sì, ma nel rispetto dell'integrità dell'opera e del museo stesso.

Il divertimento e l’intrattenimento non possono eliminare il rispetto dovuto al patrimonio culturale, rispetto che deve essere trasmesso di generazione in generazione. Lo studente che fa lo sgambetto al professore di filosofia innesca sicuramente l’ilarità della classe, ma innesca anche una deriva che polverizza l'autorevolezza culturale che sta alla base dello sviluppo e dell’educazione di qualsiasi società civile.