Una Ginzburg, mille Natalia
Nadia Terranova , di NADIA TERRANOVAIronica, capace di una lingua affilata, traduttrice di Proust, ma anche moglie di Leone e editor della Einaudi. Una scrittrice dalle tante sfaccettature, tutta ancora da scoprire
“Ho passato l’infanzia a giocare da sola in un giardino”, scrive Natalia Ginzburg in un racconto in cui tornano figure e temi di Lessico famigliare, il libro con cui nel 1963 ha vinto il premio Strega ed è diventata una delle più importanti scrittrici della letteratura italiana (e mondiale, a giudicare dall’attenzione che le sta riservando l’America con le recenti ripubblicazioni e ritraduzioni).
Il racconto si chiama Infanzia ed è attualmente disponibile in una raccolta intitolata Un’assenza, curata da Domenico Scarpa per Einaudi. I racconti, gli articoli, le lettere sono la via laterale – dunque la più autentica – per conoscere l’autrice in una complessità cui non può rendere giustizia la sola lettura dei suoi testi più conosciuti, Lessico famigliare e Caro Michele e che già viene fuori dall’antologia Le piccole virtù. Per amare Natalia Ginzburg bisogna leggerl…
Il racconto si chiama Infanzia ed è attualmente disponibile in una raccolta intitolata Un’assenza, curata da Domenico Scarpa per Einaudi. I racconti, gli articoli, le lettere sono la via laterale – dunque la più autentica – per conoscere l’autrice in una complessità cui non può rendere giustizia la sola lettura dei suoi testi più conosciuti, Lessico famigliare e Caro Michele e che già viene fuori dall’antologia Le piccole virtù. Per amare Natalia Ginzburg bisogna leggerl…
“Ho passato l’infanzia a giocare da sola in un giardino”, scrive Natalia Ginzburg in un racconto in cui tornano figure e temi di Lessico famigliare, il libro con cui nel 1963 ha vinto il premio Strega ed è diventata una delle più importanti scrittrici della letteratura italiana (e mondiale, a giudicare dall’attenzione che le sta riservando l’America con le recenti ripubblicazioni e ritraduzioni).
Il racconto si chiama Infanzia ed è attualmente disponibile in una raccolta intitolata Un’assenza, curata da Domenico Scarpa per Einaudi. I racconti, gli articoli, le lettere sono la via laterale – dunque la più autentica – per conoscere l’autrice in una complessità cui non può rendere giustizia la sola lettura dei suoi testi più conosciuti, Lessico famigliare e Caro Michele e che già viene fuori dall’antologia Le piccole virtù. Per amare Natalia Ginzburg bisogna leggerla tutta.
Secondo Scarpa, a non amarla è “chi tende ad avere con le parole un rapporto astratto, di temperatura da gelida a tiepida, e nei suoi libri non trova – ad esempio – la gran teoria di cui va in cerca, e un linguaggio intellettuale etichettabile o quantomeno consono alla comunità intellettuale egemone.” Chi ha bisogno di scoppiettii solleticanti, di una superficialità elettrica, chi ha bisogno di esaltarsi subito e di fretta non capirà molto dell’ironia, della profondità progressiva, della tagliente pervasività di Natalia Ginzburg.
Ma se si guarda la sua letteratura dandosi un altro tempo e altri occhi, allora ogni cosa cambia. Sul linguaggio in apparenza semplice di Lessico famigliare si era già espresso Cesare Garboli, ricordando che tutti i romanzi sono una macchina smontabile, tutti tranne uno: “Smontare il libro della Ginzburg è impossibile. La macchina non c’è. Il libro vive di un potere ipnotico, incantatorio, che nasce da una grande capacità di sedurre il lettore ma anche dalla grande seduzione che la materia del racconto esercita proprio su chi scrive.”
Due seduzioni che si smarginano l’una nell’altra con sensuale furore, mentre il lettore cammina nella storia d’Italia e in quella della famiglia Levi, stordito da un fraseggio infallibile, da uno stile travestito da timbro minore, da canto dimesso: “Si tratta in realtà di uno stile iper-letterario, strenuamente e accanitamente sorvegliato, nutrito di ininterrotto contrappunto musicale”, sottolinea Garboli, rinvenendo quella musica che Natalia Ginzburg nella quotidianità delle sue giornate non ascoltava e non capiva, perché il suo orecchio era tutto nelle parole scritte, nel ritmo degli anacoluti, nell’incantesimo di una semplicità che è il contrario della banalità, la risultante non sommaria di molte vite vissute, lette, ascoltate.
La vita di Natalia Ginzburg comincia con quell’incipit, con quell’infanzia di solitudine dentro un giardino, che era una cosa da gente ricca, mentre nella stessa casa, in bagno, c’era “un cesso buio dove ci crescevano i funghi.” Comincia con una bambina dagli occhi fissi su una famiglia dove le cose vanno al contrario: fratelli che si picchiano per idee politiche diverse o perché devono andare in bagno nello stesso momento, genitori che non venerano né Dio né la patria mentre sui libri c’è scritto che bisogna far così (la piccola Natalia, ubbidiente ai libri e vergognosa dei suoi genitori, si rifugia nel segreto del giardino per recitare poesie patriottiche), un padre che non manda la figlia a scuola perché ha paura delle malattie.
Dev’essere allora che la bambina intuisce che, per far letteratura, non serve inventare un pianeta, solo addentrarsi nel bosco più esotico che abbiamo, i nostri parenti. Poi, una volta preso il vizio di raccontare una famiglia, è difficile rinunciare a tutte le altre (il capitolo che Ernesto Ferrero le dedica nel memoir sulla casa editrice Einaudi, si intitola “Le famiglie di Natalia”). Quello sguardo ricco di umorismo, denso di memoria, lo si può mettere al servizio di altri legami, altre parentele: La famiglia Manzoni è un’altra resurrezione del passato, un nuovo modo per scrollar via la polvere, l’opacità, stavolta non dall’album di famiglia ma dai manuali scolastici.
Prima di arrivare a quel libro del 1983, a quella svolta da studiosa, nascono e muoiono molte Natalie. La bambina di casa Levi, la moglie di Leone, la donna che vive al confino, quella che esordisce firmandosi Alessandra Tornimparte.
La traduttrice di Proust, la traduttrice di Vercors (autore del Silenzio del mare, un libro in cui la resistenza ai nazisti avviene con il silenzio di una famiglia, una scelta che deve sembrarle consona, a lei che sostiene: “non bisogna odiare i tedeschi”). La donna che, dopo la guerra, va a Torino a lavorare all’Einaudi, casa editrice fondata dal marito ucciso. La lettrice attenta, l’autrice di acuti pezzi di costume, la voce critica esplicita di certe scelte della sua stessa casa editrice – come la collana Tantibambini, che Giulio Einaudi affidò a Munari anziché, secondo la stizzita Natalia, valorizzare uno straordinario volume per l’infanzia come le Fiabe italiane di Italo Calvino.
E ancora, altre Natalie: l’autrice di Caro Michele, romanzo moderno, epistolare, saturo della confusione e della durezza della gioventù e con un personaggio femminile meraviglioso, quello della madre, che bisognerebbe studiare nelle scuole e nelle università insieme alla protagonista di Quaderno proibito di Alba de Céspedes per capire chi erano, davvero, le madri del secondo Novecento. Proprio in dialogo con de Céspedes, Natalia Ginzburg produce uno scritto sulle donne che qualche volta hanno bisogno di cadere dentro un pozzo – un articolo molto letto, molto citato, ma troppo spesso senza la risposta dell’altra scrittrice, e quindi monco.
Poi, a scuola, bisognerebbe anche dire ai ragazzi quanto Natalia Ginzburg fosse capace di far ridere, dalle commedie che diceva le venissero comiche involontariamente (Ti ho sposato per allegria) alla levità di alcuni racconti: La casa, febbrile presa in giro di Roma, del mercato immobiliare, di sé e del suo secondo matrimonio, o Luna pallidassi, nata dal ricordo delle poesie scritte da piccola.
Oggi Natalia Ginzburg viene studiata a scuola (mai abbastanza, e di solito in un misero, riduttivo e imbarazzante paragrafo sulle scrittrici, come fossero una categoria a parte rispetto ai colleghi), ma andrebbe anche letta sottobanco, di nascosto, con l’euforia clandestina di chi ha per le mani qualcosa di inedito, di sconveniente, di inatteso, di meraviglioso – bisognerebbe fare con la sua persona, con la sua letteratura quello che lei ha fatto con Alessandro Manzoni.
Il racconto si chiama Infanzia ed è attualmente disponibile in una raccolta intitolata Un’assenza, curata da Domenico Scarpa per Einaudi. I racconti, gli articoli, le lettere sono la via laterale – dunque la più autentica – per conoscere l’autrice in una complessità cui non può rendere giustizia la sola lettura dei suoi testi più conosciuti, Lessico famigliare e Caro Michele e che già viene fuori dall’antologia Le piccole virtù. Per amare Natalia Ginzburg bisogna leggerla tutta.
Secondo Scarpa, a non amarla è “chi tende ad avere con le parole un rapporto astratto, di temperatura da gelida a tiepida, e nei suoi libri non trova – ad esempio – la gran teoria di cui va in cerca, e un linguaggio intellettuale etichettabile o quantomeno consono alla comunità intellettuale egemone.” Chi ha bisogno di scoppiettii solleticanti, di una superficialità elettrica, chi ha bisogno di esaltarsi subito e di fretta non capirà molto dell’ironia, della profondità progressiva, della tagliente pervasività di Natalia Ginzburg.
Ma se si guarda la sua letteratura dandosi un altro tempo e altri occhi, allora ogni cosa cambia. Sul linguaggio in apparenza semplice di Lessico famigliare si era già espresso Cesare Garboli, ricordando che tutti i romanzi sono una macchina smontabile, tutti tranne uno: “Smontare il libro della Ginzburg è impossibile. La macchina non c’è. Il libro vive di un potere ipnotico, incantatorio, che nasce da una grande capacità di sedurre il lettore ma anche dalla grande seduzione che la materia del racconto esercita proprio su chi scrive.”
Due seduzioni che si smarginano l’una nell’altra con sensuale furore, mentre il lettore cammina nella storia d’Italia e in quella della famiglia Levi, stordito da un fraseggio infallibile, da uno stile travestito da timbro minore, da canto dimesso: “Si tratta in realtà di uno stile iper-letterario, strenuamente e accanitamente sorvegliato, nutrito di ininterrotto contrappunto musicale”, sottolinea Garboli, rinvenendo quella musica che Natalia Ginzburg nella quotidianità delle sue giornate non ascoltava e non capiva, perché il suo orecchio era tutto nelle parole scritte, nel ritmo degli anacoluti, nell’incantesimo di una semplicità che è il contrario della banalità, la risultante non sommaria di molte vite vissute, lette, ascoltate.
La vita di Natalia Ginzburg comincia con quell’incipit, con quell’infanzia di solitudine dentro un giardino, che era una cosa da gente ricca, mentre nella stessa casa, in bagno, c’era “un cesso buio dove ci crescevano i funghi.” Comincia con una bambina dagli occhi fissi su una famiglia dove le cose vanno al contrario: fratelli che si picchiano per idee politiche diverse o perché devono andare in bagno nello stesso momento, genitori che non venerano né Dio né la patria mentre sui libri c’è scritto che bisogna far così (la piccola Natalia, ubbidiente ai libri e vergognosa dei suoi genitori, si rifugia nel segreto del giardino per recitare poesie patriottiche), un padre che non manda la figlia a scuola perché ha paura delle malattie.
Dev’essere allora che la bambina intuisce che, per far letteratura, non serve inventare un pianeta, solo addentrarsi nel bosco più esotico che abbiamo, i nostri parenti. Poi, una volta preso il vizio di raccontare una famiglia, è difficile rinunciare a tutte le altre (il capitolo che Ernesto Ferrero le dedica nel memoir sulla casa editrice Einaudi, si intitola “Le famiglie di Natalia”). Quello sguardo ricco di umorismo, denso di memoria, lo si può mettere al servizio di altri legami, altre parentele: La famiglia Manzoni è un’altra resurrezione del passato, un nuovo modo per scrollar via la polvere, l’opacità, stavolta non dall’album di famiglia ma dai manuali scolastici.
Prima di arrivare a quel libro del 1983, a quella svolta da studiosa, nascono e muoiono molte Natalie. La bambina di casa Levi, la moglie di Leone, la donna che vive al confino, quella che esordisce firmandosi Alessandra Tornimparte.
La traduttrice di Proust, la traduttrice di Vercors (autore del Silenzio del mare, un libro in cui la resistenza ai nazisti avviene con il silenzio di una famiglia, una scelta che deve sembrarle consona, a lei che sostiene: “non bisogna odiare i tedeschi”). La donna che, dopo la guerra, va a Torino a lavorare all’Einaudi, casa editrice fondata dal marito ucciso. La lettrice attenta, l’autrice di acuti pezzi di costume, la voce critica esplicita di certe scelte della sua stessa casa editrice – come la collana Tantibambini, che Giulio Einaudi affidò a Munari anziché, secondo la stizzita Natalia, valorizzare uno straordinario volume per l’infanzia come le Fiabe italiane di Italo Calvino.
E ancora, altre Natalie: l’autrice di Caro Michele, romanzo moderno, epistolare, saturo della confusione e della durezza della gioventù e con un personaggio femminile meraviglioso, quello della madre, che bisognerebbe studiare nelle scuole e nelle università insieme alla protagonista di Quaderno proibito di Alba de Céspedes per capire chi erano, davvero, le madri del secondo Novecento. Proprio in dialogo con de Céspedes, Natalia Ginzburg produce uno scritto sulle donne che qualche volta hanno bisogno di cadere dentro un pozzo – un articolo molto letto, molto citato, ma troppo spesso senza la risposta dell’altra scrittrice, e quindi monco.
Poi, a scuola, bisognerebbe anche dire ai ragazzi quanto Natalia Ginzburg fosse capace di far ridere, dalle commedie che diceva le venissero comiche involontariamente (Ti ho sposato per allegria) alla levità di alcuni racconti: La casa, febbrile presa in giro di Roma, del mercato immobiliare, di sé e del suo secondo matrimonio, o Luna pallidassi, nata dal ricordo delle poesie scritte da piccola.
Oggi Natalia Ginzburg viene studiata a scuola (mai abbastanza, e di solito in un misero, riduttivo e imbarazzante paragrafo sulle scrittrici, come fossero una categoria a parte rispetto ai colleghi), ma andrebbe anche letta sottobanco, di nascosto, con l’euforia clandestina di chi ha per le mani qualcosa di inedito, di sconveniente, di inatteso, di meraviglioso – bisognerebbe fare con la sua persona, con la sua letteratura quello che lei ha fatto con Alessandro Manzoni.