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La lingua del potere non vuole domande

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Nel discorso politico l’onere della prova non si richiede mai. E così ogni affermazione risulta valida. Anche se è una fake news
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Le fallacie sono infrazioni alle regole di corretta costruzione dei discorsi – a volte involontarie, a volte deliberate e truffaldine – che impediscono alle discussioni di progredire in modo utile. Il dibattito politico è particolarmente denso di queste infrazioni il cui scopo è di sconfiggere slealmente l’interlocutore e di ingannare il pubblico.

Particolarmente diffusa, particolarmente insidiosa, particolarmente dannosa per la qualità della discussione democratica è la fallacia detta di violazione dell’onere della prova. Essa, lungi dal riguardare il solo ambito del giudiziario, costituisce la trasgressione di una regola generale delle discussioni corrette: l’obbligo, per chi asserisce qualcosa, di provare la propria asserzione qualora richiesto. Nel mondo dell’azione politica i criteri per decidere se l’onere della prova sia stato assolto sono, è ovvio, meno stringenti di quelli giudiziari, ma il dovere d…
Le fallacie sono infrazioni alle regole di corretta costruzione dei discorsi – a volte involontarie, a volte deliberate e truffaldine – che impediscono alle discussioni di progredire in modo utile. Il dibattito politico è particolarmente denso di queste infrazioni il cui scopo è di sconfiggere slealmente l’interlocutore e di ingannare il pubblico.

Particolarmente diffusa, particolarmente insidiosa, particolarmente dannosa per la qualità della discussione democratica è la fallacia detta di violazione dell’onere della prova. Essa, lungi dal riguardare il solo ambito del giudiziario, costituisce la trasgressione di una regola generale delle discussioni corrette: l’obbligo, per chi asserisce qualcosa, di provare la propria asserzione qualora richiesto. Nel mondo dell’azione politica i criteri per decidere se l’onere della prova sia stato assolto sono, è ovvio, meno stringenti di quelli giudiziari, ma il dovere di argomentare e provare le proprie affermazioni ha comunque carattere universale. Ha a che fare, né più e né meno, con la visibilità (dell’esercizio) del potere, la sua giustificabilità e, in definitiva, la sua legittimazione democratica.

Analizziamo dunque questa fallacia, i danni che essa produce, le possibili tecniche per neutralizzarla. In questa prospettiva va subito enunciata una premessa fondamentale: la semplice impossibilità di confutare un’argomentazione non rende quest’ultima vera. Se affermo che nel lago di Loch Ness esiste un mostro e il mio interlocutore mi risponde che dico sciocchezze, che l’esistenza della creatura non è stata mai accertata da chicchessia e che, nel caso, dovrei fornire delle prove, non posso replicare chiedendo a lui di dimostrare che il mostro non esiste. Questa, in sintesi estrema, è la fallacia dell’inversione dell’onere della prova: si formula un’affermazione controversa e del tutto sprovvista di elementi a sostegno, diversi da semplici congetture; si cerca di scaricare sull’interlocutore il dovere di provare la sua posizione, chiedendogli di fornire un’evidenza negativa, quasi sempre impossibile.

Per rendere più chiari il rilievo della questione e il suo carattere non meramente accademico, facciamo qualche esempio più concreto di una controversia sull’esistenza di un animale mitologico.
Il 5 febbraio 2003, l’allora segretario di Stato Usa Colin Powell tenne un discorso al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite sull’asserita disponibilità da parte del regime di Saddam Hussein di armi di distruzione di massa; in particolare di enormi riserve di antrace. Tale discorso fu la premessa per l’azione militare poco dopo condotta contro l’Iraq, accusato, fra l’altro, di non aver fornito prove dell’assenza di quelle armi e dunque sottoposto a una drammatica inversione dell’onere della prova. Nei mesi e negli anni successivi si scoprì che le informazioni e le interpretazioni proposte da Powell al Consiglio di sicurezza erano semplicemente false, cosa che, in seguito, lui stesso fu costretto ad ammettere. Nel frattempo però la guerra era stata scatenata e avrebbe prodotto un’enorme numero di morti fra i militari, americani e iracheni, e fra la popolazione civile.
La vicenda delle inesistenti armi di distruzione di massa irachene è un caso eclatante e paradigmatico di violazione dell’onere della prova, ma non è necessario andare così lontano nel tempo e nello spazio per trovare altri esempi di questa pericolosa fallacia.

Qualche anno fa il segretario della Lega espresse la convinzione che somministrare dieci vaccini fosse una pratica medica spesso pericolosa e comunque inutile, e che occorresse consentire l’ingresso a scuola anche ai bambini non vaccinati, pur esistendo sul punto un espresso divieto di legge. La comunità scientifica reagì subito indignata di fronte a simili pericolose sciocchezze e in particolare un noto studioso chiese a Salvini di fornire le evidenze scientifiche su cui basava l’affermazione di inutilità se non di pericolosità dei dieci vaccini. In altri termini richiese al leader leghista di adempiere all’onere della prova, cosa che, inutile dirlo, l’interessato si guardò bene dal fare.

Ma come difendersi da questa fallacia? Come neutralizzare la sua subdola e micidiale suggestione?
Non è questa la sede per una trattazione esaustiva dalle tecniche (spesso assai complesse) di difesa contro la manipolazione retorica. È però possibile indicare qualche spunto di metodo: per contrastare ogni tentativo di inversione probatoria bisogna, prima di tutto, rivolgere all’interlocutore due semplici domande: a) quale sia esattamente la sua affermazione (per sfuggire ai tentativi di manipolazione che derivano dall’uso di proposizioni vaghe, modificabili in base all’evoluzione del dibattito); b) su quali dati di fatto, diversi da mere congetture o pure fantasie, si basi la suddetta affermazione.

Queste domande sono le premesse per ogni strategia di contrasto alle asserzioni non provate, e più in generale per una pratica di igiene civile del discorso. A ben vedere la qualità della vita democratica dipende dal numero, dalla qualità, dall’efficacia delle domande che interpellano l’esercizio del potere e lo sottopongono a scrutini inattesi.

Scrive Viktor Klemperer ne La lingua del terzo Reich (Giuntina) che «il punto interrogativo è forse l’interpunzione più importante» perché la lingua del potere è una lingua pericolosa, gelida e insofferente all’interrogazione.
Le società, le culture, i sistemi politici caratterizzati dall’evitamento dell’incertezza, in cui le persone sentono il bisogno di codici di comportamento e di pensiero non flessibili, sono poco capaci di progredire, di sviluppare più libertà e più intelligenza. Le domande non convenzionali e le opinioni devianti non sono gradite, producono ansia, vengono stigmatizzate. Al contrario le società capaci di accettare la proficua incertezza che deriva da una sistematica interrogazione al potere nelle sue diverse forme, sono quelle capaci di evolvere, di affrontare le crisi inattese, di rimuovere i pregiudizi che impediscono il progresso, di abbattere i muri che limitano il pensiero collettivo. La tolleranza dell’errore e la disponibilità ad ammetterlo, oltre che la tolleranza dell’incertezza, sono requisiti fondamentali di personalità e società sane e di democrazie vitali.
Quella che potremmo chiamare l’arte del dubitare domandando è lo strumento più efficace del pensiero critico e civile per contrastare tutte le forme e le pratiche di esercizio opaco, quando non deliberatamente occulto, del potere. Imparare a concepire domande intelligenti e non convenzionali è una buona azione democratica.