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Un particolare del Bosco Verticale di Stefano Boeri a Milano 

Curiamo le metropoli come fossero piante

ll modello per il futuro? Studiare le città come se fossero organismi viventi che hanno bisogno di continui flussi di energia
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L'impatto che la pandemia ha avuto sulle metropoli, insieme alla loro evidente fragilità in periodi di crisi ambientale richiedono una nuova visione della città. In Europa, America e gran parte dell’Asia intorno all’80 per cento della popolazione vive in città. I modelli per i prossimi anni indicano un futuro, non lontano, in cui la quasi totalità della popolazione umana si raggrupperà in città di dimensioni sempre maggiori. Si tratta di un fenomeno irreversibile: i vantaggi dei centri urbani sono innumerevoli, in termini di opportunità economiche, educazione, sanità, offerta culturale e anche di efficienza ambientale.

Non ne siete convinti? Provate a immaginare l’energia che è necessaria per riscaldare o raffreddare le abitazioni di 30 famiglie che vivono in un unico fabbricato o in 30 edifici separati. Oppure, al costo in termini ambientali richiesto dalla fornitura di risorse, educazione, trasport…
L'impatto che la pandemia ha avuto sulle metropoli, insieme alla loro evidente fragilità in periodi di crisi ambientale richiedono una nuova visione della città. In Europa, America e gran parte dell’Asia intorno all’80 per cento della popolazione vive in città. I modelli per i prossimi anni indicano un futuro, non lontano, in cui la quasi totalità della popolazione umana si raggrupperà in città di dimensioni sempre maggiori. Si tratta di un fenomeno irreversibile: i vantaggi dei centri urbani sono innumerevoli, in termini di opportunità economiche, educazione, sanità, offerta culturale e anche di efficienza ambientale.

Non ne siete convinti? Provate a immaginare l’energia che è necessaria per riscaldare o raffreddare le abitazioni di 30 famiglie che vivono in un unico fabbricato o in 30 edifici separati. Oppure, al costo in termini ambientali richiesto dalla fornitura di risorse, educazione, trasporto o di qualunque altra cosa vi venga in mente per quelle stesse 30 famiglie in ambiente urbano o rurale. In tutti i casi, la densità abitativa della città permette economie di scala che non sarebbero altrimenti immaginabili. Tutto bene, quindi? Le città continueranno a crescere e tutti saremo più felici? Purtroppo, no. Nonostante siano di gran lunga il modo più efficiente per garantire i bisogni di un’umanità sempre più numerosa, le città soffrono degli stessi limiti che affliggono qualunque sistema finito: non possono crescere indefinitamente. Così città come la Trantor, pianeta-capitale del primo impero galattico di Asimov o l’Ecumenopolis che secondo l’urbanista greco Doxiadis in un lontano futuro avrebbe fuso insieme tutte le megalopoli del mondo, non hanno alcuna probabilità di vedere la luce, poiché del tutto insostenibili.

Per sopravvivere le città hanno bisogno di enormi e continui flussi di energia e di materiali. È la disponibilità di queste risorse il loro vero punto debole. Una città come Londra richiede per sopravvivere delle risorse prodotte da una superficie grande il doppio dell’intera Gran Bretagna.

Le città, in pratica, non si discostano dal comportamento degli esseri viventi: all’aumentare delle dimensioni la quota di energia e di risorse per unità diminuisce. Un topo, in proporzione, necessita di molta più energia di un elefante. Tuttavia, con l’aumentare delle dimensioni, nonostante l’efficienza per unità di massa aumenti, non è facile provvedere a tutte le risorse necessarie. Soprattutto nei momenti di crisi. È il motivo per cui i dinosauri si sono estinti e i piccoli mammiferi sono sopravvissuti all’ultima grande estinzione di massa.

L’intuizione che le città si comportino come degli esseri viventi e richiedano, quindi, per il loro studio competenze diverse da quelle dei soli urbanisti, si deve al geniale botanico scozzese Sir Patrick Geddes, fondatore di una vera e propria scienza della città. Il fatto che sia stato un botanico il primo a intuire che per studiare, progettare e governare una città fosse necessario studiare il suo metabolismo, non è casuale. Rimanendo, infatti, sull’analogia fra città e esseri viventi, non è davvero l’animale il modello cui riferirsi per comprenderne i funzionamenti. Molto più adatta è la pianta, che come una città non si sposta, ma piuttosto cresce. È proprio partendo dalla struttura e metabolismo delle piante – non ingorde di risorse come gli animali, ma energeticamente autonome – che dovremmo immaginare nuove soluzioni per le nostre città.

Nel 1895, a Edimburgo, Patrick Geddes fondò la Outlook Tower, un laboratorio di osservazione dei fenomeni sociali e fisici della città basata su una concezione ecologica ed evoluzionistica dei centri urbani. Oggi è il momento di creare delle nuove Outlook Tower che immaginino le soluzioni adatte a garantire un futuro alle nostre città, ossia all’habitat della specie umana. Il nostro futuro, il futuro dell’ambiente del nostro pianeta, è legato al modo in cui trasformeremo la nostra idea di città: non più luogo separato dalla natura, ma parte integrante della natura. Qualunque serio progetto di rilancio del nostro Paese dovrebbe tenerne conto.