La Terra Alta che mi ha fatto rinascere
di JAVIER CERCASLa crisi catalana lo ha trasformato come persona. La zona più povera della regione lo ha aiutato a reinventarsi come scrittore. Javier Cercas spiega le sue metamorfosi
«Ho scoperto la Terra Alta mentre mi documentavo per scrivere il mio penultimo romanzo, Il sovrano delle ombre. Nell’ultimo capitolo si racconta la morte in combattimento del suo protagonista, Manuel Mena — giovane tenente dell’esercito di Franco e per anni eroe ufficiale della mia famiglia –, nella battaglia dell’Ebro, che insanguinò questa regione del sud della Catalogna. La zona mi affascinò: quella terra povera, aspra, ospitale, spopolata e un po’ dimenticata mi parve un luogo intimo e fraterno, oltre che uno scenario da western. La visitai spesso; mi ci feci degli amici. Finalmente, nell’estate del 2016, terminai Il sovrano delle ombre.
Era il primo libro che avrei voluto scrivere, ma nel momento in cui lo finii sentii due cose: la prima era che avevo chiuso un ciclo iniziato quindici anni prima con Soldati di Salamina; la seconda era che, se avessi continuato lungo la strada aperta da Soldati — in cui prolifera…
Era il primo libro che avrei voluto scrivere, ma nel momento in cui lo finii sentii due cose: la prima era che avevo chiuso un ciclo iniziato quindici anni prima con Soldati di Salamina; la seconda era che, se avessi continuato lungo la strada aperta da Soldati — in cui prolifera…
«Ho scoperto la Terra Alta mentre mi documentavo per scrivere il mio penultimo romanzo, Il sovrano delle ombre. Nell’ultimo capitolo si racconta la morte in combattimento del suo protagonista, Manuel Mena — giovane tenente dell’esercito di Franco e per anni eroe ufficiale della mia famiglia –, nella battaglia dell’Ebro, che insanguinò questa regione del sud della Catalogna. La zona mi affascinò: quella terra povera, aspra, ospitale, spopolata e un po’ dimenticata mi parve un luogo intimo e fraterno, oltre che uno scenario da western. La visitai spesso; mi ci feci degli amici. Finalmente, nell’estate del 2016, terminai Il sovrano delle ombre.
Era il primo libro che avrei voluto scrivere, ma nel momento in cui lo finii sentii due cose: la prima era che avevo chiuso un ciclo iniziato quindici anni prima con Soldati di Salamina; la seconda era che, se avessi continuato lungo la strada aperta da Soldati — in cui proliferavano l’autofiction, la metanarrazione, i romanzi senza finzione — avrei corso uno dei maggiori rischi che può correre uno scrittore: quello di ripetersi, di trasformarsi in un semplice imitatore di sé stesso. Fatto sta che, sebbene il libro venne pubblicato a febbraio del 2017, per un anno smisi di scrivere, e qualche volta pensai anche che Il sovrano sarebbe stato il mio ultimo romanzo.
Fu allora che la realtà venne in mio soccorso. A luglio di quell’anno presentai Il sovrano nella Terra Alta. La presentazione si tenne nel paese di Bot, all’ingresso di un palazzo che durante la guerra era stato abilitato come ospedale da campo e nelle cui vaste sale era morto dissanguato, a diciannove anni, Manuel Mena. Lì evocai in pubblico la patria di Cervantes: quel luogo piccolo, dominabile, in cui ci si sente a proprio agio e dove abitano le persone e i ricordi amati; alla fine riconobbi che per me la Terra Alta era diventata una sorta di patria.
Il giorno dopo, mentre mia moglie e io ci preparavamo a tornare a casa dopo aver dormito in un alberghetto di Bot, scoprimmo che avevano cercato di forzare la nostra auto: la serratura era rotta. «Che strano» mi disse l’amico a cui telefonai immediatamente. «Nella Terra Alta non succede mai niente». Consigliati dal mio amico, andammo al commissariato di Gandesa, il capoluogo della provincia, a sporgere denuncia. Un giovane poliziotto ci accompagnò alla macchina e si mise a cercare le impronte digitali sulla carrozzeria. «A Barcellona, per un caso del genere, non avrei potuto farlo» disse, mentre passava un pennello sulla serratura danneggiata. «Ma qui abbiamo tempo per tutto.» Quando finì, sorrise e mi disse: «Bene, adesso deve pagarmi». Rimasi attonito. «Non sapevo che bisognasse pagare per queste cose» dissi. «Invece sì» rispose il poliziotto. «Mia moglie è una professoressa e ha letto tutti i suoi libri. Non ha un momento per dedicarglieli?». Mi misi a ridere. «Certo» risposi.
La casa del poliziotto era vicina. Lo aspettammo sul portone e dopo qualche minuto ricomparve, carico di copie dei miei libri. Mentre li firmavo, ci mettemmo a chiacchierare. Il poliziotto mi raccontò che era di Barcellona, che era arrivato nella Terra Alta qualche anno prima, che lì aveva conosciuto sua moglie e aveva avuto una figlia. Gli domandai se, venendo da una grande città, si fosse adattato bene alla campagna. «Sì» rispose, «anche se all’inizio non riuscivo a dormire». Gli chiesi il perché e lui rimase in silenzio per un secondo, indicando con la mano la totale assenza di rumori. «Per il silenzio» rispose.
Quello fu tutto. All’origine di molte finzioni pulsa la stessa domanda: «E se…?». Probabilmente una volta Cervantes dovette chiedersi: e se, invece di essere quello che sono e di avere avuto la vita avventurosa che ho avuto, fossi stato un vecchio hidalgo sedentario e folle di sogni di cavalleria e di eroismo? Forse il Chisciotte nacque proprio allora. In ogni caso, Terra Alta nacque quel giorno di luglio, quando, mentre mi allontanavo dalla Terra Alta, mi domandai: e se succedesse qualcosa di tremendo in un posto in cui non succede mai niente, e per di più accadesse a un giovane così abituato alla vita urbana che il silenzio della campagna gli impedisce di dormire, per esempio a un giovane poliziotto che cerca una patria, un posto nel mondo, e lo trova nella Terra Alta?
Questa domanda mi perseguitò per il resto dell’estate. E un pomeriggio, camminando per la strada, mi fulminò una frase che adesso è l’incipit del secondo capitolo del romanzo, ma che in realtà è la prima frase del libro, perché fu la prima che mi venne in mente: «Si chiamava Melchor perché la prima volta che la madre l’aveva visto, appena uscito dal suo ventre e sgocciolante sangue, aveva esclamato fra singhiozzi di gioia che sembrava un re mago. Sua madre si chiamava Rosario e faceva la puttana». Ora so che quella frase contiene in germe l’intero libro — ci sono il dolore, la violenza, la gioia, il sesso — però in quel momento scoprii soltanto un narratore in terza persona, duro e distante, molto lontano dal narratore in prima persona che dominava i miei libri precedenti; scoprii anche una musica verbale che non avevo mai sentito nei miei romanzi.
Nelle settimane successive presi molti appunti sulla vita fittizia di Melchor Marín. Ma non cominciai a scrivere. Avrei voluto farlo, ma non sapevo come.
Fu allora che la realtà tornò in mio soccorso. Perché fu allora, nell’autunno del 2017, che scoppiò la crisi catalana, che si stava incubando dal 2012. Non entrerò nei particolari. Basti ricordare che, in quei mesi terribili, il governo nazionalpopulista catalano si scagliò senza riguardi contro la democrazia, creando in Catalogna un clima prebellico. Basti dire che quell’esperienza mi trasformò.
Lo capii non appena, passata la crisi (o la parte peggiore della crisi), tornai al mio romanzo e sentii che ormai sapevo come scriverlo, sentii che la scrittura fluiva come se quello scossone vitale avesse generato non soltanto una nuova persona ma anche un nuovo scrittore. Il resto è letteratura.
Questo non significa che la crisi catalana sia il tema di Terra Alta; significa che forse è il carburante intimo di Terra Alta, così come il carburante intimo della Metamorfosi — che racconta di un uomo che una mattina si alza trasformato in uno scarafaggio — è il profondo sradicamento vitale di Kafka. Questo significa che la crisi catalana, che è stata pessima per me come persona, è stata ottima per me come scrittore.
In definitiva: questo libro è il risultato della mia trasformazione come persona e della mia urgenza di reinventarmi come scrittore. Non si tratta di una reinvenzione completa, perché possiamo essere soltanto ciò che siamo. Terra Alta è una mescola di thriller e di western, però, a ben guardare, tutti i miei libri precedenti lo sono. Terra Alta gira intorno a temi a cui avevo appena accennato negli altri miei libri — la giustizia, la vendetta, l’odio — però alcuni loro temi essenziali — l’eroismo, il passato come dimensione del presente — ricompaiono anche qui.
Detto in altro modo: questo libro aspira a essere diverso da tutti quelli che ho scritto finora, e allo stesso tempo radicalmente fedele a loro. Soltanto il lettore può decidere se sono riuscito a trasformare quell’aspirazione in realtà.
(Traduzione di Bruno Arpaia)
Era il primo libro che avrei voluto scrivere, ma nel momento in cui lo finii sentii due cose: la prima era che avevo chiuso un ciclo iniziato quindici anni prima con Soldati di Salamina; la seconda era che, se avessi continuato lungo la strada aperta da Soldati — in cui proliferavano l’autofiction, la metanarrazione, i romanzi senza finzione — avrei corso uno dei maggiori rischi che può correre uno scrittore: quello di ripetersi, di trasformarsi in un semplice imitatore di sé stesso. Fatto sta che, sebbene il libro venne pubblicato a febbraio del 2017, per un anno smisi di scrivere, e qualche volta pensai anche che Il sovrano sarebbe stato il mio ultimo romanzo.
Fu allora che la realtà venne in mio soccorso. A luglio di quell’anno presentai Il sovrano nella Terra Alta. La presentazione si tenne nel paese di Bot, all’ingresso di un palazzo che durante la guerra era stato abilitato come ospedale da campo e nelle cui vaste sale era morto dissanguato, a diciannove anni, Manuel Mena. Lì evocai in pubblico la patria di Cervantes: quel luogo piccolo, dominabile, in cui ci si sente a proprio agio e dove abitano le persone e i ricordi amati; alla fine riconobbi che per me la Terra Alta era diventata una sorta di patria.
Il giorno dopo, mentre mia moglie e io ci preparavamo a tornare a casa dopo aver dormito in un alberghetto di Bot, scoprimmo che avevano cercato di forzare la nostra auto: la serratura era rotta. «Che strano» mi disse l’amico a cui telefonai immediatamente. «Nella Terra Alta non succede mai niente». Consigliati dal mio amico, andammo al commissariato di Gandesa, il capoluogo della provincia, a sporgere denuncia. Un giovane poliziotto ci accompagnò alla macchina e si mise a cercare le impronte digitali sulla carrozzeria. «A Barcellona, per un caso del genere, non avrei potuto farlo» disse, mentre passava un pennello sulla serratura danneggiata. «Ma qui abbiamo tempo per tutto.» Quando finì, sorrise e mi disse: «Bene, adesso deve pagarmi». Rimasi attonito. «Non sapevo che bisognasse pagare per queste cose» dissi. «Invece sì» rispose il poliziotto. «Mia moglie è una professoressa e ha letto tutti i suoi libri. Non ha un momento per dedicarglieli?». Mi misi a ridere. «Certo» risposi.
La casa del poliziotto era vicina. Lo aspettammo sul portone e dopo qualche minuto ricomparve, carico di copie dei miei libri. Mentre li firmavo, ci mettemmo a chiacchierare. Il poliziotto mi raccontò che era di Barcellona, che era arrivato nella Terra Alta qualche anno prima, che lì aveva conosciuto sua moglie e aveva avuto una figlia. Gli domandai se, venendo da una grande città, si fosse adattato bene alla campagna. «Sì» rispose, «anche se all’inizio non riuscivo a dormire». Gli chiesi il perché e lui rimase in silenzio per un secondo, indicando con la mano la totale assenza di rumori. «Per il silenzio» rispose.
Quello fu tutto. All’origine di molte finzioni pulsa la stessa domanda: «E se…?». Probabilmente una volta Cervantes dovette chiedersi: e se, invece di essere quello che sono e di avere avuto la vita avventurosa che ho avuto, fossi stato un vecchio hidalgo sedentario e folle di sogni di cavalleria e di eroismo? Forse il Chisciotte nacque proprio allora. In ogni caso, Terra Alta nacque quel giorno di luglio, quando, mentre mi allontanavo dalla Terra Alta, mi domandai: e se succedesse qualcosa di tremendo in un posto in cui non succede mai niente, e per di più accadesse a un giovane così abituato alla vita urbana che il silenzio della campagna gli impedisce di dormire, per esempio a un giovane poliziotto che cerca una patria, un posto nel mondo, e lo trova nella Terra Alta?
Questa domanda mi perseguitò per il resto dell’estate. E un pomeriggio, camminando per la strada, mi fulminò una frase che adesso è l’incipit del secondo capitolo del romanzo, ma che in realtà è la prima frase del libro, perché fu la prima che mi venne in mente: «Si chiamava Melchor perché la prima volta che la madre l’aveva visto, appena uscito dal suo ventre e sgocciolante sangue, aveva esclamato fra singhiozzi di gioia che sembrava un re mago. Sua madre si chiamava Rosario e faceva la puttana». Ora so che quella frase contiene in germe l’intero libro — ci sono il dolore, la violenza, la gioia, il sesso — però in quel momento scoprii soltanto un narratore in terza persona, duro e distante, molto lontano dal narratore in prima persona che dominava i miei libri precedenti; scoprii anche una musica verbale che non avevo mai sentito nei miei romanzi.
Nelle settimane successive presi molti appunti sulla vita fittizia di Melchor Marín. Ma non cominciai a scrivere. Avrei voluto farlo, ma non sapevo come.
Fu allora che la realtà tornò in mio soccorso. Perché fu allora, nell’autunno del 2017, che scoppiò la crisi catalana, che si stava incubando dal 2012. Non entrerò nei particolari. Basti ricordare che, in quei mesi terribili, il governo nazionalpopulista catalano si scagliò senza riguardi contro la democrazia, creando in Catalogna un clima prebellico. Basti dire che quell’esperienza mi trasformò.
Lo capii non appena, passata la crisi (o la parte peggiore della crisi), tornai al mio romanzo e sentii che ormai sapevo come scriverlo, sentii che la scrittura fluiva come se quello scossone vitale avesse generato non soltanto una nuova persona ma anche un nuovo scrittore. Il resto è letteratura.
Questo non significa che la crisi catalana sia il tema di Terra Alta; significa che forse è il carburante intimo di Terra Alta, così come il carburante intimo della Metamorfosi — che racconta di un uomo che una mattina si alza trasformato in uno scarafaggio — è il profondo sradicamento vitale di Kafka. Questo significa che la crisi catalana, che è stata pessima per me come persona, è stata ottima per me come scrittore.
In definitiva: questo libro è il risultato della mia trasformazione come persona e della mia urgenza di reinventarmi come scrittore. Non si tratta di una reinvenzione completa, perché possiamo essere soltanto ciò che siamo. Terra Alta è una mescola di thriller e di western, però, a ben guardare, tutti i miei libri precedenti lo sono. Terra Alta gira intorno a temi a cui avevo appena accennato negli altri miei libri — la giustizia, la vendetta, l’odio — però alcuni loro temi essenziali — l’eroismo, il passato come dimensione del presente — ricompaiono anche qui.
Detto in altro modo: questo libro aspira a essere diverso da tutti quelli che ho scritto finora, e allo stesso tempo radicalmente fedele a loro. Soltanto il lettore può decidere se sono riuscito a trasformare quell’aspirazione in realtà.
(Traduzione di Bruno Arpaia)