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Tullio Pericoli, 1989 

Il laboratorio del mondo che verrà

Prima la discussione sui canali digitali, i podcast e un festival sul web, infine l’oggetto di carta. Ecco la rivoluzione di Giuseppe Laterza: “L’epidemia ha cambiato tutto, oggi anche Croce userebbe Instagram”
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«La pandemia ha cambiato anche il mestiere dell’editore: non la sua missione che nel nostro caso, dai tempi di Benedetto Croce, è rimasta integra, ossia la formazione delle classi dirigenti. Ma ha mutato le modalità della produzione editoriale per cui il libro diventa parte di una costellazione di media, al centro della quale c’è l’autore». Erede d’una tradizione ultracentenaria, Giuseppe Laterza racconta le trasformazioni portate dal virus nell’universo dei libri.  

Anche tra gli scaffali c’è un “prima” e un “dopo”. E il nuovo inizio è rappresentato da un volume che emblematicamente si intitola Il mondo dopo la fine del mondo: cinquanta intellettuali riflettono sui nuovi scenari nell’organizzazione politica, sociale, economica. E il cinquantunesimo, l’editore, fuori dal testo annuncia la sua rivoluzione.

In che cosa consiste la novità?
«Il libro &…
«La pandemia ha cambiato anche il mestiere dell’editore: non la sua missione che nel nostro caso, dai tempi di Benedetto Croce, è rimasta integra, ossia la formazione delle classi dirigenti. Ma ha mutato le modalità della produzione editoriale per cui il libro diventa parte di una costellazione di media, al centro della quale c’è l’autore». Erede d’una tradizione ultracentenaria, Giuseppe Laterza racconta le trasformazioni portate dal virus nell’universo dei libri.  

Anche tra gli scaffali c’è un “prima” e un “dopo”. E il nuovo inizio è rappresentato da un volume che emblematicamente si intitola Il mondo dopo la fine del mondo: cinquanta intellettuali riflettono sui nuovi scenari nell’organizzazione politica, sociale, economica. E il cinquantunesimo, l’editore, fuori dal testo annuncia la sua rivoluzione.

In che cosa consiste la novità?
«Il libro è solo uno dei soggetti del cantiere multimediale che apriremo a breve. E non viene prima di altre iniziative, nel senso che salta la consecutio solita: prima esce il libro, poi comincia la promozione. In questo caso partiamo subito con la discussione sui canali digitali, mentre a ottobre uscirà il libro di carta. Quando in casa editrice sono arrivati i saggi richiesti, ci siamo resi conto che c’era uno scarto tra l’attualità del progetto e i tempi del libro. E allora abbiamo cominciato a ragionare su come potessimo inaugurare un working in progress in cui il libro naturalmente resta, ma è affiancato da altri strumenti».

Sono i nuovi canali digitali in cui ci siamo imbattuti durante la pandemia.
«Io non avevo alcuna famigliarità con Instagram e Facebook ed è stata l’ultima generazione Laterza – Antonia e Bianca - a suggerirmi questo canale. Devo dire che aiuta molto lavorare in una redazione in cui la maggior parte sono trentenni. Ma la tecnologia da sola non basta. Occorrono le idee. E in casa editrice ci siamo inventati dei dialoghi con gli autori che abbiamo chiamato Casa Laterza. L’iniziativa ha avuto successo».

Da qui l’idea di rivoluzionare la produzione editoriale.
«L’oggetto di carta sarà preceduto da una serie di dialoghi online, anche sul sito dell’Ansa. A metà luglio registreremo dei podcast con le interviste agli autori del Mondo dopo la fine del mondo. E in prossimità dell’uscita del libro vorremmo organizzare un festival on line dove ciascuno studioso si confronta con un ministro, un leader sindacale, un capopartito: che pensa della mia proposta? Si può realizzare? Gli aggiornamenti potrebbero confluire in un e-book che affianca il libro quando viene pubblicato».

Ma non c’è il rischio che il libro arrivi in libreria già “vecchio”?
«È stato il primo dubbio del direttore commerciale, ma poi s’è convinto che il libro potrà solo beneficiare della discussione. Penso a un vecchio film di Nanni Moretti, sui cui era scoppiato il dibattito diversi mesi prima dell’uscita: anche se credevamo di saper già tutto, ci precipitammo a vederlo. Parlava della nostra generazione, così come il Mondo dopo la fine del mondo ci riguarda tutti. E il vantaggio dell’oggetto di carta è che solo là trovi l’insieme dei testi».

Quindi il dibattitto digitale è visto in chiave promozionale?
«Non solo. Sicuramente c’è questo elemento. La fortuna di un libro si consuma nel giro di pochissimi giorni: se non parte subito, scompare dalle vetrine e dai tavoli. È importante quindi che non arrivi in libreria come un oggetto sconosciuto. Però nella scelta del cantiere multimediale interviene un secondo elemento che riguarda il ruolo della casa editrice, così come l’aveva disegnato Benedetto Croce».

Croce si sarebbe buttato su Instagram?
«Se serve alla missione, perché no? La Laterza è stata pensata come luogo di formazione delle classi dirigenti: imprenditori, professionisti, insegnanti, giornalisti, sindacalisti. Un luogo dove si contribuisce a costruire la democrazia, nel senso indicato da Amartya Sen che misurava la maturità democratica sulla qualità del dibattito pubblico. Da noi il problema è proprio questo: la mediocrità di una discussione schiacciata sulle modalità interne del gioco dei partiti. Oggi noi possiamo intervenire in vari modi, non solo con i libri. E la stabilità economica della casa editrice, rinsaldata negli ultimi anni, ci permette di farlo. Anche su questo l’accordo con mio cugino Alessandro è totale».

In tempi difficili, su cosa si basa la stabilità della Laterza?
«Sul catalogo, innanzitutto: rappresenta il 50 per cento dei fatturati sia della varia sia della scolastica, grazie all’impegno di tanti bravi librai. E si regge su alcuni recenti bestseller come i saggi di storia di Alessandro Barbero, i libri sulle piante di Stefano Mancuso o la riflessione sul greco di Andrea Marcolongo. Poi ci sono i festival che fatturano come una collana. La mia più grande soddisfazione, da imprenditore culturale, è avere ottenuto che le Lezioni di storia si finanziassero da sole: le persone pagano per ascoltare uno studioso. Non è banale».

Il successo dei festival, ora il nuovo cantiere multimediale. È evidente che oggi la circolazione culturale non passa solo attraverso la lettura dei libri. Considera Il libro un oggetto culturale superato?
«Direi meglio: è un oggetto che necessita un completamento, ma non è finito. Il libro non può morire perché rimane il luogo principale dell’immaginazione e della complessità. Ma è pur sempre uno strumento, non il fine ultimo. Mi ricordo l’uscita inattesa di mio padre Vito durante un seminario alla scuola Mauri per librai. Un editore s’era profuso nell’elogio commosso del profumo della carta e del fruscio delle pagine. Mio padre s’era alzato in piedi: ma io sono un editore, non un bibliofilo».

Vito Laterza rivoluzionò la saggistica inventando i libri-intervista.
«Oggi li fanno tutti, ma all’epoca rappresentò una rottura perché importava nell’editoria un genere considerato esclusivamente giornalistico. Una casa editrice non campa centovent’anni senza innovazione».

Anche il suo nuovo cantiere multimediale contamina l’editoria con il giornalismo e lo spettacolo.
«Stiamo preparando con Alessandro Portelli un podcast sulla metafora del treno nella cultura americana. che mette insieme la canzone, il teatro, il racconto. Seguirà dopo lo spettacolo. Esiste un ecosistema della cultura dove i libri convivono con il cinema, la musica, il lavoro teatrale. Ed è questo ecosistema che potrebbe contribuire alla crescita democratica».

In che modo?
«Parto da un dato. Un mio tascabile vende molto meno di un economico di Penguin, ma nelle prime edizioni realizzo quasi lo stesso risultato della casa editrice inglese. Cosa vuol dire? Esiste una grande povertà nella cultura di massa, ma possiamo contare su una élite di svariati milioni di lettori forti. Appartengono a tutte le classi sociali e sono gli stessi che vanno al cinema e leggono i giornali. Il giorno che questa élite governerà le imprese, le banche, il Parlamento, la scuola, la burocrazia, il nostro sarà un paese migliore».

Portare il ceto colto alla guida del paese fa parte del lavoro dell’editore?
«Credo di sì. Il nostro mestiere è trasformare buone idee in senso comune. Nel 2002 pubblicammo Modernità liquida di Bauman. Quell’aggettivo non esisteva nel dibattito pubblico, oggi nel bene e nel male se ne parla anche al bar. Questo, alla fine, è il senso più profondo del nostro lavoro».