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L'occhio dell'uomo della disegnatrice marocchina Zainab Fasiki  

Qui disegno è rivoluzione

Dal Libano al Marocco, dalla Tunisia all’Egitto il fumetto, rigorosamente autoprodotto, è un modo per esprimere opinioni. E le donne sono in primo piano
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Ci sono territori del fumetto dove l’autoproduzione è fondamentale perché, di fatto, è l’unico motore di un linguaggio diverso da quello istituzionale. Per esempio nel mondo (o meglio nei mondi) di lingua araba. L’autoproduzione ha sofferto molto il “lockdown” perché è nemica del “social distancing” dal momento che ha bisogno di continui confronti, incontri e dialoghi. Il virus è arivato proprio mentre l’autoproduzione stava riuscendo a interagire con il mercato editoriale classico arrivando anche a modificarlo. Chi lavora nel fumetto autoprodotto infatti, basa tutto su un patto fiduciario realizzato con il pubblico che si concretizza nell’incontro: festival, workshop e una rete di librerie indipendenti sono gli elementi fondamentali per tenere fede a questo accordo non scritto.

Poco tempo prima che scoppiasse la pandemia a Beirut era prevista la cerimonia di premiazione del quinto Mahmoud…
Ci sono territori del fumetto dove l’autoproduzione è fondamentale perché, di fatto, è l’unico motore di un linguaggio diverso da quello istituzionale. Per esempio nel mondo (o meglio nei mondi) di lingua araba. L’autoproduzione ha sofferto molto il “lockdown” perché è nemica del “social distancing” dal momento che ha bisogno di continui confronti, incontri e dialoghi. Il virus è arivato proprio mentre l’autoproduzione stava riuscendo a interagire con il mercato editoriale classico arrivando anche a modificarlo. Chi lavora nel fumetto autoprodotto infatti, basa tutto su un patto fiduciario realizzato con il pubblico che si concretizza nell’incontro: festival, workshop e una rete di librerie indipendenti sono gli elementi fondamentali per tenere fede a questo accordo non scritto.

Poco tempo prima che scoppiasse la pandemia a Beirut era prevista la cerimonia di premiazione del quinto Mahmoud Kahil Award, intitolato a uno dei più famosi disegnatori e caricaturisti del mondo arabo. Organizzato dalla Sawwaf Arabic Comics Initiative presso l’Università Americana a Beirut con la supervisione di Lina Ghaibeh, promuove e incoraggia gli artisti provenienti dal mondo arabo: autori di vignette di satira, fumetto e illustrazione. La partecipazione è aperta e le opere arrivano da Algeria, Arabia Saudita, Bahrain, Egitto, Libia, Iraq, Giordania, Kuwait, Libano, Marocco, Palestina, Siria, Tunisia e Yemen per aggiudicarsi una borsa piuttosto consistente nelle varie categorie (dai 5 ai 10mila dollari). Un terzo dei partecipanti è donna.

La cerimonia, gli incontri, le mostre correlate, sono quest’anno tutti eventi in quarantena ma i vincitori sono stati annunciati comunque online e tutte le categorie collegate al fumetto sono state vinte da autori e autrici del panorama dell’autoproduzione: Lena Merhej (Libano, miglior graphic novel con lo splendido poema grafico Salam a Marseille), Hussein Adil (Iraq, miglior storia breve, recentemente pubblicata in Italia su Linus) e tra i segnalati Barrak Rima (Libano, Trilogia di Beirut, Mesogea), Zainab Fasiki (Marocco, con Hshouma, libro in corso di pubblicazione per 001 Edizioni), Kamal Zakkour (Algeria, tra gli autori della rivista Lab619), Tracy Chahwan (Libano, tra le fondatrici della zine Zeez, la sua storia è sul numero in edicola di Linus), e un premio importante alla rivista Lab 619 (Tunisia, attiva dal 2013, alcuni contributi sono in italiano su Migrazioni, Fortepressa), oltre a un riconoscimento al lavoro appassionato di Jad (Libano, autore della prima graphic novel in lingua araba nel 1980), artista che è stato uno dei maggiori artefici della trasformazione del fumetto in questo mondo.

Come funzionano queste riviste indipendenti, quelle che tutti oggi chiamano “zine” (abbreviazione da “comic-magazine”), che hanno di fatto inventato il fumetto del mondo arabo? Racconta Abir Gasmi, coordinatrice di Lab619: «Non esiste una gerarchia nel nostro collettivo, partecipare o meno ad una attività è una decisione che si prende insieme, e se qualcuno si oppone a qualcosa, l’attività salta. Discutiamo di tutti gli aspetti del processo. Ci autofinanziamo e un paio di numeri hanno avuto il supporto di partner esterni, istituti culturali, associazioni o Ong. Finora non abbiamo dovuto affrontare alcun tipo di censura, anzi invitiamo gli artisti a spingere i loro limiti dove credono». Lab619 (il numero è il prefisso della Tunisia nei codici a barre) è anche un vero e proprio motore di scambi e solidarietà in tutto il pianeta del fumetto arabo, creando opportunità per gli artisti che coinvolge in seminari, workshop o in lavori su commissione per organizzazioni internazionali.

In Egitto invece ci sono TokTok (esiste dal gennaio 2011, due settimane prima dei moti di piazza Tahrir) e Garage (dal 2014). A proposito di TokTok, spiega il fondatore Shennawy, che il nome allude alla non ufficialità, alla stranezza e alla pericolosità dei microtaxi che circolano per il Cairo e che si chiamano così. «Quest’anno c’è il sostegno di un fondo per la cultura europeo», spiega, «ma per continuare a stampare serve trovare altro». Si tratta di riviste rivolte a una comunità piuttosto ristretta di lettori, dove è possibile parlare apertamente perché ancora non sono attivi gli schermi della censura, ma la sopravvivenza dei progetti è sempre a rischio. TokTok ora riesce a dare un rimborso spese ai suoi artisti, racconta Migo, un autore di questo magazine e animatore, ma bisogna accostarci lavori di grafica e di regia. Altri collettivi importanti sono quelli intorno a Skefkef (Marocco), Habka (Libia), Mesaha (Iraq), Fanzeen (Giordania).

Con la censura e le brutalità a inizio guerra in Siria nel 2012 si è confrontato il collettivo anonimo Comic4Syria, e la seminale Samandal (in circolazione dal 2007). La rivista libanese ha affrontato momenti di persecuzione dovuti alle critiche per un fumetto che denunciava i modi di dire violenti del linguaggio comune.

In Libano la comunità di autori è molto ampia e connessa, e non c’è solo Samandal. Un progetto molto interessante è Zeez (dal 2017), che in arabo significa “cicale” «Perché sono piccole ma fanno molto rumore», spiega il collettivo. Si tratta di un gruppo molto affiatato prevalentemente femminile che usa un formato tabloid. Cinquecento copie a numero stampate in rotativa: non c’è più molto mercato per i giornali in Libano e gli stampatori accettano anche piccole tirature. Presentazioni in caffè e pub o durante i concerti, la rivista resta disponibile poi in qualche caffetteria e in un paio di librerie di Beirut. Parla Karen Keyrouz (libanese, tra gli ultimi acquisti della redazione di Samandal e fondatrice di Zeez): «Zeez non ha una registrazione legale, abbiamo massima libertà espressiva. Volevamo che non avesse regole, che permettesse la sperimentazione personale. Una “zine” deve essere uno spazio confortevole per gli artisti, un luogo dove si sentano liberi, qualcosa di molto rudimentale e ruvido».

Protagoniste assolute di questa scena sono le donne: Zainab Fasiki, marocchina,ingegnere meccanico, è fondatrice del collettivo /Women Power/ che invita ogni mese venti donne a partecipare a workshop per fornire consapevolezza e strumenti a chi vuole lavorare nel campo dell’arte: «Vivo in una società ossessionata dal controllo del comportamento delle donne e che non usa tutta questa ossessione e tutta questa energia per punire i veri criminali, è una società che connette sempre il sesso ai nostri corpi anche quando sono soltanto disegnati», spiega Zainab.

Tracy Chahwan, libanese del collettivo Zeez, mette invece le donne al centro di una narrazione tarantiniana in opere come Beirut Bloody Beirut. Scritto in un mélange di francese inglese e arabo, racconta la storia di due donne che si conoscono dividendo un taxi e attraversano la città da sud a est, tra le divisioni di una società che non riesce a dare spazio ai desideri dei più giovani. Insomma una piccola, grande rivoluzione. E questo non è che l’inizio.