Una certa idea dell'Italia
Paolo Di Paolo , di PAOLO DI PAOLOUn manifesto a più voci ispirato dall’editore Carmine Donzelli per ripensare il nostro futuro dopo la crisi del coronavirus
Quando il Washington Post ha messo in prima pagina una fotografia del borgo di San Fele, mai toccato dal Covid 19 — nemmeno tremila abitanti, provincia di Potenza — si è ricaricato l’eterno stupore per le risorse dell’Italia lontana dai centri. La bellezza del paesaggio, le cascate, la rete sociale salda. Molti novantenni, qualche centenario, pochissimi giovani: potrebbe sembrare un luogo immobile, non lo è. E soprattutto, c’è spazio per immaginare, per inventare. Geografia commossa dell’Italia interna, come la chiama il paesologo Franco Arminio: un cuore acceso, un margine tutto fuorché marginale, la dimensione stratificata in cui è possibile cogliere un rapporto diverso fra presente e passato, rielaborare i nessi fra spazio pubblico e funzioni democratiche.
La posta in gioco del Maniesto per riabitare l’Italia (Donzelli) è impegnativa. Un volume fitto di voci e di domande: nel 2020 ha senso parlare …
La posta in gioco del Maniesto per riabitare l’Italia (Donzelli) è impegnativa. Un volume fitto di voci e di domande: nel 2020 ha senso parlare …
Quando il Washington Post ha messo in prima pagina una fotografia del borgo di San Fele, mai toccato dal Covid 19 — nemmeno tremila abitanti, provincia di Potenza — si è ricaricato l’eterno stupore per le risorse dell’Italia lontana dai centri. La bellezza del paesaggio, le cascate, la rete sociale salda. Molti novantenni, qualche centenario, pochissimi giovani: potrebbe sembrare un luogo immobile, non lo è. E soprattutto, c’è spazio per immaginare, per inventare. Geografia commossa dell’Italia interna, come la chiama il paesologo Franco Arminio: un cuore acceso, un margine tutto fuorché marginale, la dimensione stratificata in cui è possibile cogliere un rapporto diverso fra presente e passato, rielaborare i nessi fra spazio pubblico e funzioni democratiche.
La posta in gioco del Maniesto per riabitare l’Italia (Donzelli) è impegnativa. Un volume fitto di voci e di domande: nel 2020 ha senso parlare di tre Italie — nord, centro e sud? Ha ancora senso polarizzare città e campagna? E se proprio la crisi sanitaria fosse un’occasione per liberarsi di schemi che, nei fatti, già non funzionano più? L’epidemia da Covid 19 ha assegnato una nuova rilevanza alla dimensione locale: «Non è solo la rivincita delle aree marginali rispetto a quelle centrali, è anche — spiega il sociologo Rocco Sciarrone — quella delle città rispetto alle regioni. E, come osservato da molti, è anche la rivincita dello Stato».
Si parte, come il titolo del libro indica, da un manifesto: quello elaborato da Domenico Cersosimo e Carmine Donzelli come approdo di un ampio e articolato confronto con istituzioni, dipartimenti universitari, centri di ricerca, associazioni territoriali. Una battaglia intellettuale e civile «per una nuova e più consapevole autorappresentazione dell’Italia contemporanea, che metta nel giusto valore il significato e il peso di quelle parti del paese che soffrono di particolari difficoltà, e che al tempo stesso costituiscono inesplorate opportunità di coesione, di eguaglianza, di benessere».
Si tratta di «invertire lo sguardo» per cogliere un’immagine diversa e aggregata dell’Italia, in cui saltano le indiscusse funzioni direzionali dei centri e la subalternità delle aree interne, dei margini, delle periferie. Tanto più alla luce della debolezza che le “eccellenze metropolitane” hanno manifestato nel corso dell’epidemia da coronavirus, e della difficoltà sempre più marcata che fanno i centri urbani nel produrre aggregazione sistemica e integrazione sociale. Un’autentica “crisi di egemonia”: lo specchio di una più generale criticità del modello di sviluppo lineare e progressivo novecentesco, mentre «cresce la forbice delle diseguaglianze, che si presentano sempre di più come asimmetrie di opportunità, e sempre più si legano alle disarticolazioni dei territori» e il modello urbano misura le proprie crescenti difficoltà.
Gli autori del manifesto sgombrano il campo dal possibile equivoco su istanze localiste («C’è bisogno di grandi politiche nazionali, non solo per i territori marginalizzati, ma a partire da quelli») e individuano responsabilità politiche e amministrative: troppo a lungo, partiti, istituzioni pubbliche, soggetti collettivi della rappresentanza «hanno progressivamente rinunciato a leggere e promuovere il cambiamento, affidandosi piuttosto ai miti di una società non organizzabile, perché “liquida”, di una superiorità delle politiche avulse dai contesti, “cieche ai luoghi”». E invece quei luoghi vanno osservati, e osservati il più possibile da vicino, vanno esplorati. Ne va recuperata, fuori dai cliché, la ricchezza territoriale, antropologica, sociale e culturale.
Così un Paese si rigenera: non basta riqualificare, occorre ricostruire le economie locali, lavorare sull’innovazione a base culturale, favorire i processi di riuso del patrimonio, l’agricoltura sociale, le pratiche di gestione condivisa dei beni, le nuove forme di partnership pubblico-privato.
Manifesto per riabitare l’Italia è arricchito da una serie di parole-chiave — da “abbandoni” a “confini”, da “diseguaglianze” a “scuola” — e dagli interventi di Sciarrone, già citato, cui si aggiungono quelli di Tomaso Montanari, Gabriele Pasqui, Gianfranco Viesti e Nadia Urbinati. Che mette l’accento sulla locuzione “vita locale”: non l’equivalente di isolamento o degrado, ma «centro pulsante da cui si sprigionava sia il rapporto con il mondo largo che il tessuto di relazioni di riconoscimento etico e politico».
Spezzando il legame tra locale e nazionale, insistendo sulla parola “territorio” come luogo di intervento manageriale o operativo, a metà strada tra federalismo campanilistico e centralizzazione localistica, si è smarrita la dimensione della vita locale come “vita civile partecipata”.
Casuale ma significativo che la parola “persona”, nei capitoli finali del libro, sia posta fra “patrimonio” e “politiche”, creando quindi una sequenza (e una connessione) di tre lemmi decisivi: «Nelle zone interne da riabitare — scrive l’antropologo Pietro Clemente — si manifestano dei confini nuovi, dei nuovi possibili “gruppi in fusione”. Luoghi dove si può sperimentare un’idea equilibrata, dinamica, relazionale di persona e qualche nucleo di una forma culturale nuova ma legata alla dimensione più antica della terra».
Il libro
Manifesto per riabitare l’Italia di autori vari (Donzelli, a cura di Domenico Cersosimo e Carmine Donzelli, pagg. 594, euro 32)
La posta in gioco del Maniesto per riabitare l’Italia (Donzelli) è impegnativa. Un volume fitto di voci e di domande: nel 2020 ha senso parlare di tre Italie — nord, centro e sud? Ha ancora senso polarizzare città e campagna? E se proprio la crisi sanitaria fosse un’occasione per liberarsi di schemi che, nei fatti, già non funzionano più? L’epidemia da Covid 19 ha assegnato una nuova rilevanza alla dimensione locale: «Non è solo la rivincita delle aree marginali rispetto a quelle centrali, è anche — spiega il sociologo Rocco Sciarrone — quella delle città rispetto alle regioni. E, come osservato da molti, è anche la rivincita dello Stato».
Si parte, come il titolo del libro indica, da un manifesto: quello elaborato da Domenico Cersosimo e Carmine Donzelli come approdo di un ampio e articolato confronto con istituzioni, dipartimenti universitari, centri di ricerca, associazioni territoriali. Una battaglia intellettuale e civile «per una nuova e più consapevole autorappresentazione dell’Italia contemporanea, che metta nel giusto valore il significato e il peso di quelle parti del paese che soffrono di particolari difficoltà, e che al tempo stesso costituiscono inesplorate opportunità di coesione, di eguaglianza, di benessere».
Si tratta di «invertire lo sguardo» per cogliere un’immagine diversa e aggregata dell’Italia, in cui saltano le indiscusse funzioni direzionali dei centri e la subalternità delle aree interne, dei margini, delle periferie. Tanto più alla luce della debolezza che le “eccellenze metropolitane” hanno manifestato nel corso dell’epidemia da coronavirus, e della difficoltà sempre più marcata che fanno i centri urbani nel produrre aggregazione sistemica e integrazione sociale. Un’autentica “crisi di egemonia”: lo specchio di una più generale criticità del modello di sviluppo lineare e progressivo novecentesco, mentre «cresce la forbice delle diseguaglianze, che si presentano sempre di più come asimmetrie di opportunità, e sempre più si legano alle disarticolazioni dei territori» e il modello urbano misura le proprie crescenti difficoltà.
Gli autori del manifesto sgombrano il campo dal possibile equivoco su istanze localiste («C’è bisogno di grandi politiche nazionali, non solo per i territori marginalizzati, ma a partire da quelli») e individuano responsabilità politiche e amministrative: troppo a lungo, partiti, istituzioni pubbliche, soggetti collettivi della rappresentanza «hanno progressivamente rinunciato a leggere e promuovere il cambiamento, affidandosi piuttosto ai miti di una società non organizzabile, perché “liquida”, di una superiorità delle politiche avulse dai contesti, “cieche ai luoghi”». E invece quei luoghi vanno osservati, e osservati il più possibile da vicino, vanno esplorati. Ne va recuperata, fuori dai cliché, la ricchezza territoriale, antropologica, sociale e culturale.
Così un Paese si rigenera: non basta riqualificare, occorre ricostruire le economie locali, lavorare sull’innovazione a base culturale, favorire i processi di riuso del patrimonio, l’agricoltura sociale, le pratiche di gestione condivisa dei beni, le nuove forme di partnership pubblico-privato.
Manifesto per riabitare l’Italia è arricchito da una serie di parole-chiave — da “abbandoni” a “confini”, da “diseguaglianze” a “scuola” — e dagli interventi di Sciarrone, già citato, cui si aggiungono quelli di Tomaso Montanari, Gabriele Pasqui, Gianfranco Viesti e Nadia Urbinati. Che mette l’accento sulla locuzione “vita locale”: non l’equivalente di isolamento o degrado, ma «centro pulsante da cui si sprigionava sia il rapporto con il mondo largo che il tessuto di relazioni di riconoscimento etico e politico».
Spezzando il legame tra locale e nazionale, insistendo sulla parola “territorio” come luogo di intervento manageriale o operativo, a metà strada tra federalismo campanilistico e centralizzazione localistica, si è smarrita la dimensione della vita locale come “vita civile partecipata”.
Casuale ma significativo che la parola “persona”, nei capitoli finali del libro, sia posta fra “patrimonio” e “politiche”, creando quindi una sequenza (e una connessione) di tre lemmi decisivi: «Nelle zone interne da riabitare — scrive l’antropologo Pietro Clemente — si manifestano dei confini nuovi, dei nuovi possibili “gruppi in fusione”. Luoghi dove si può sperimentare un’idea equilibrata, dinamica, relazionale di persona e qualche nucleo di una forma culturale nuova ma legata alla dimensione più antica della terra».
Il libro
Manifesto per riabitare l’Italia di autori vari (Donzelli, a cura di Domenico Cersosimo e Carmine Donzelli, pagg. 594, euro 32)