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Xi Jinping (afp)

La stretta di Xi Jinping sui docenti: “Nelle università è di nuovo Rivoluzione culturale”

A colloquio con Sun Peidong, la storica che ha deciso di lasciare l'insegnamento alla prestigiosa Fudan University di Shanghai. Tra studenti-informatori mandati in classe, lezioni filmate e boicottaggio da parte delle autorità accademiche
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PECHINO - C'era un tempo, neppure troppo lontano, in cui Sun Peidong era entusiasta di insegnare alla Fudan di Shanghai, una delle più prestigiose università della Repubblica Popolare. Il suo campo di ricerca, la società cinese durante la Rivoluzione culturale di Mao, era già di quelli sensibili, che richiedono di destreggiarsi al limite dei testi approvati dalla storiografia ufficiale. Ma "l'atmosfera era sana e positiva - racconta Sun - io ero libera di fare domande e gli studenti erano coraggiosi e diretti nel replicare". Le cose sono cambiate dal 2016, in una maniera che la professoressa definisce "totale e drammatica". Il controllo del campus da parte delle autorità accademiche e del Partito è diventato ossessivo, le lezioni hanno iniziato ad essere filmate, tutti sono diventati consapevoli della presenza tra i banchi di studenti informatori.

Nel 2018, al ritorno da due anni di ricerca negli Stati Uniti, tra …
PECHINO - C'era un tempo, neppure troppo lontano, in cui Sun Peidong era entusiasta di insegnare alla Fudan di Shanghai, una delle più prestigiose università della Repubblica Popolare. Il suo campo di ricerca, la società cinese durante la Rivoluzione culturale di Mao, era già di quelli sensibili, che richiedono di destreggiarsi al limite dei testi approvati dalla storiografia ufficiale. Ma "l'atmosfera era sana e positiva - racconta Sun - io ero libera di fare domande e gli studenti erano coraggiosi e diretti nel replicare". Le cose sono cambiate dal 2016, in una maniera che la professoressa definisce "totale e drammatica". Il controllo del campus da parte delle autorità accademiche e del Partito è diventato ossessivo, le lezioni hanno iniziato ad essere filmate, tutti sono diventati consapevoli della presenza tra i banchi di studenti informatori.

Nel 2018, al ritorno da due anni di ricerca negli Stati Uniti, tra Harvard e Stanford, Sun ha trovato un'atmosfera completamente diversa: "Quando facevo una domanda, solo una o due persone rispondevano, gli altri restavano in silenzio. Gli studenti sapevano che le persone sedute al loro fianco potevano avere un'altra missione da compiere". Sun ha cercato di cautelarsi, è arrivata addirittura ad assegnare agli studenti dei posti fissi, in modo da identificare subito i volti sconosciuti. Ma la pressione ha continuato a salire, anche perché lei ha sempre denunciato, anche all'estero, i limiti alla libertà di insegnamento: qualcuno l'ha segnalata alle autorità universitarie, che le hanno chiesto di rettificare il contenuto dei corsi, dei manifesti di critica, simili a quelli della Rivoluzione culturale, sono comparsi sulla porta del suo ufficio. Le riviste specializzate cinesi hanno iniziato a rifiutare in modo sistematico i suoi articoli. "Non c'è libertà di insegnamento, non posso pubblicare, non posso tenere conferenze: che senso ha restare?". A febbraio la quarantenne Sun ha lasciato la Cina, accettando un posto da associata a Parigi.

La storia di Sun, che la professoressa racconta al telefono a Repubblica, è una rara testimonianza diretta della stretta imposta dal regime alle università della Cina, e ai suoi intellettuali, sotto la leadership di Xi Jinping. Non è un mistero che un Partito comunista sempre più ossessionato dall'adesione all'ideologia ufficiale consideri le università, soprattutto quelle di primissima fascia frequentate dalle future élite del Paese, luoghi tra i più rischiosi per la stabilità. Culla di pensieri critici, o semplicemente non allineati, da soffocare sul nascere. Gli esempi della stretta sono numerosi e sempre più frequenti. Nel 2018, quando un gruppo di studenti marxisti dell'Università di Pechino, la Harvard di Cina, si è unito ai lavoratori in sciopero di un'industria di Shenzhen, le autorità hanno lanciato una retata nel campus, detenendo ed espellendo i leader della protesta. La scorsa settimana Xu Zhangrun, professore di Legge alla Tsinghua di Pechino, autore di una serie di saggi critici nei confronti della leadership di Xi Jinping ampiamente circolati online prima di essere cancellati dalla censura, è stato arrestato con l'accusa di sfruttamento della prostituzione. L'anno scorso era già stato sospeso dall'insegnamento. Secondo alcune indiscrezioni potrebbe essere rilasciato domenica, ma il messaggio nei suoi confronti, e per tutti gli altri, è molto chiaro.

Da un certo punto di vista la vicenda personale di Sun è ancora più significativa, perché la professoressa non ha mai attaccato direttamente il regime, né intende farlo ora. È però molto attiva sui social, con oltre 50 mila follower su Weibo, il Twitter mandarino, dove prende spesso posizione su fatti di cronaca e in difesa della libertà accademica. Gli attacchi e le minacce ricevute online, le denunce anonime degli studenti-informatori, descrivono il clima sempre più cupo che avvolge l'accademia cinese e che alcuni associano proprio al furore anti-intellettuale della Rivoluzione culturale. "Non è mai passata - dice Sun, che di mestiere la studia - gli "xiao fenhong" (i "piccoli rosa", come vengono chiamati i giovani nazionalisti molto attivi sui social media, spesso aizzati ma per forza pilotati dalla propaganda di regime, ndr) hanno molto in comune con le Guardie Rosse, specie nell'attitudine a dividere il mondo in giusto e sbagliato, in amico e nemico, senza nulla in mezzo".

La volontà del regime di tenere sotto controllo la narrazione e l'aggressivo nazionalismo di una parte del web cinese sembrano essersi ulteriormente esacerbati dopo l'epidemia di coronavirus, percepito come un momento di vulnerabilità per la Cina e la sua leadership. Fang Fang, la scrittrice di Wuhan che ha raccontato online la tragica quarantena della città, puntando il dito contro le autorità locali per le loro bugie ma anche riconoscendo il ruolo fondamentale svolto dal governo centrale, ha subito violentissimi attacchi da parte di truppe di utenti, che l'hanno accusata di aver "passato al nemico", in primis agli Stati Uniti, "un coltello" con cui pugnalare la Cina. "Ma ho solo annotato ciò che vedevo", ha detto in una intervista rilasciata a maggio a Repubblica, denunciando il furore di questi esponenti della nuova "ultrasinistra" cinse nostalgica di Mao. Il mese scorso Liang Yanping, professoressa di Letteratura dell'Università dello Hubei che si era espressa a favore di Fang Fang è stata sospesa dall'insegnamento.

Questo non significa che il dibattito accademico in Cina non esista più. Molti professori di primo piano continuano a prendere parte alla discussione pubblica su temi rilevanti, dal rapporto con gli Stati Uniti alle riforme economiche. Ma la cautela nello spingersi oltre alle linee rosse, sempre di più e più marcate, diventa ogni giorno più evidente. E la fedeltà al Partito è un prerequisito fondamentale. Dal 2017 è stato ordinato alle università di inserire il "pensiero di Xi Jinping" al cuore dei loro curriculum, creando dei centri di ricerca dedicati. Lo scorso dicembre proprio la Fudan di Shanghai ha modificato la sua carta fondamentale, togliendo il riferimento alla libertà di pensiero e inserendo invece l'adesione alla "leadership" e alle "politiche educative" del Partito comunista.

Quando le chiediamo quale sia l'atteggiamento degli studenti, Sun descrive le proteste nate nella caffetteria del campus dopo la modifica: alcuni cantavano l'inno dell'università, che contiene un riferimento alla libertà di pensiero, alcuni filmavano con il cellulare, altri continuavano a mangiare come se nulla fosse. E d'altra parte Sun, l'aereo già prenotato per Parigi, è stata uno dei pochi docenti a prendere apertamente posizione, parlando anche con i media stranieri: "Non è possibile svegliare chi fa finta di dormire", dice ora dalla Francia. Tornerà mai a insegnare in Cina? "Non voglio dire no, altrimenti mi accuseranno di essere una traditrice".