Uniamoci per salvare la legge Bacchelli
Luigi Manconi , di LUIGI MANCONIIl provvedimento che porta il nome dello scrittore aiuta gli artisti caduti in miseria a sopravvivere. Ecco perché non solo va sostenuta, ma ne vanno aumentati i finanziamenti
Quella che segue non è la scena primaria, ma certamente è quella maggiormente significativa, che dà il senso più eloquente e il sapore più gustoso all’intera vicenda. Era un giorno di maggio del 1995 quando una singolare delegazione, composta da Pippo Baudo, Paolo Volponi e da chi scrive, si recò a rendere omaggio ad Alda Merini nella sua casa di ringhiera al 47 di Ripa di Porta Ticinese, a Milano.
L’incontro ebbe tratti esilaranti: Pippo Baudo dovette chinarsi per oltrepassare la porta dell’abitazione, e tutt’e tre, in quell’ingresso minuscolo, esitammo, incerti sul da farsi, fino a che Alda Merini, ridente, una sigaretta tra le dita, comparve da dietro un separé, vestita d’un abito rosso fuoco. Non ci fu una grande conversazione. Baudo comunicò l’esito vittorioso della sua missione: l’aver ottenuto che la Telecom azzerasse l’enorme debito (milioni di lire) che aveva portato…
L’incontro ebbe tratti esilaranti: Pippo Baudo dovette chinarsi per oltrepassare la porta dell’abitazione, e tutt’e tre, in quell’ingresso minuscolo, esitammo, incerti sul da farsi, fino a che Alda Merini, ridente, una sigaretta tra le dita, comparve da dietro un separé, vestita d’un abito rosso fuoco. Non ci fu una grande conversazione. Baudo comunicò l’esito vittorioso della sua missione: l’aver ottenuto che la Telecom azzerasse l’enorme debito (milioni di lire) che aveva portato…
Quella che segue non è la scena primaria, ma certamente è quella maggiormente significativa, che dà il senso più eloquente e il sapore più gustoso all’intera vicenda. Era un giorno di maggio del 1995 quando una singolare delegazione, composta da Pippo Baudo, Paolo Volponi e da chi scrive, si recò a rendere omaggio ad Alda Merini nella sua casa di ringhiera al 47 di Ripa di Porta Ticinese, a Milano.
L’incontro ebbe tratti esilaranti: Pippo Baudo dovette chinarsi per oltrepassare la porta dell’abitazione, e tutt’e tre, in quell’ingresso minuscolo, esitammo, incerti sul da farsi, fino a che Alda Merini, ridente, una sigaretta tra le dita, comparve da dietro un separé, vestita d’un abito rosso fuoco. Non ci fu una grande conversazione. Baudo comunicò l’esito vittorioso della sua missione: l’aver ottenuto che la Telecom azzerasse l’enorme debito (milioni di lire) che aveva portato al distacco della linea telefonica della poetessa morosa. E si disse molto «onorato» di aver contribuito a uno scopo tanto degno.
Tutto aveva avuto origine circa sei mesi prima, quando Paolo Volponi, allora senatore della Repubblica, mi intimò di leggere un volume di poesie della Merini, il bellissimo Vuoto d’amore, pubblicato da Einaudi nel 1991, con la prefazione di Maria Corti. Avevo letto pochissimo dell’opera della Merini, ma conoscevo i connotati essenziali della sua biografia, gli amori appassionati e infelici e i quattro ricoveri in manicomio, e quel libro fu una rivelazione. Così, quando Volponi mi diede il mandato («io non ci so fare, con queste cose») di ottenere per la poetessa l’assegnazione del vitalizio previsto dalla legge Bacchelli, non potei far altro che ubbidire.
Fu tutt’altro che facile: richiese mesi e mesi di faticosa attività tra ostacoli burocratici e lungaggini amministrative. Infine, il 21 luglio del 1995, il Consiglio dei ministri accolse la richiesta a favore di Alda Merini. Dopo alcune settimane, lei mi telefonò, ringraziandomi dell’aiuto e rivelandomi di aver composto un «omaggio poetico» per Volponi e per me. Quando iniziò a recitare una sorta di filastrocca infantile, mi resi conto immediatamente che stava improvvisando lì per lì, all’altro capo del telefono. E, infatti, la trascrizione che ne facevo su un block notes faticava a seguire le correzioni che mano a mano introduceva. Questo il testo:
Il gatto Manconi e la volpe Volponi / sono due seri birboni / che guidano la crociata dei buoni. / Perché la cattiva Alda Merini / possa telefonare ai suoi mille bambini / ai suoi quattro amanti e ai loro cuori infranti. / Alle sue sorelle e ai suoi fratelli / grazie a Riccardo Bacchelli.
Quando finì, io, imbarazzato, rimasi in silenzio e lei, credendo che non avessi apprezzato abbastanza quei versi, aggiunse: «Il titolo è Canzoncina per due amici» e poi: «Forse non è una bellissima poesia, ma provi a immaginarla musicata e interpretata da Pérez Prado». In effetti, così, è tutt’altra musica.
Facciamo qualche passo indietro. Il fondo Bacchelli venne istituito nell’agosto del 1985 al fine di attribuire un «assegno vitalizio a favore di cittadini che abbiano illustrato la patria e che versino in stato di particolare necessità». Cittadini italiani che abbiano acquisito fama per il loro servizio «nel campo delle scienze, delle lettere, delle arti, dell’economia, del lavoro, dello sport e nel disimpegno di pubblici uffici o di attività svolte». L’entità attuale del vitalizio è di 24 mila euro all’anno. La prima a percepirlo è stata Anna Maria Ortese, l’autrice de Il mare non bagna Napoli, grazie a una efficace raccolta di firme organizzata dal poeta Beppe Costa. Lo scrittore che dà il nome al fondo, Riccardo Bacchelli, non ne poté beneficiare perché morì appena qualche mese dopo l’approvazione della legge. Tra coloro per i quali mi è capitato di impegnarmi (Elio Fiore, Anna Maria Cascella e altri), due hanno conosciuto lo stesso destino di Bacchelli: Dario Bellezza (che molto aveva fatto per la Merini), e, più di recente, Valentino Zeichen.
È come se la natura istituzionale del vitalizio, portando con sé il peso inevitabile della macchinosità delle decisioni pubbliche, risultasse sempre in ritardo rispetto alle urgenze della vita reale e ai suoi bisogni vitali. Tuttavia, dal giorno della sua istituzione, hanno potuto usufruire di quel vitalizio decine di personalità, tra le quali Alida Valli e Zeno Colò, Umberto Bindi e Franco Citti, Duilio Loi e Daniele Del Giudice, Gigi Villoresi e Gavino Ledda, Gianni Pettenati e Tommaso di Ciaula. Per diverse ragioni, Laura Antonelli e Franco Califano rifiutarono il vitalizio.
Attualmente, sono 28 quanti beneficiano del fondo Bacchelli, mentre sette persone che pure hanno ottenuto il riconoscimento, non ne possono usufruire perché la dotazione (850 mila euro all’anno) non è sufficiente a garantire loro l’assegno. Nel frattempo, per altri, è in corso l’istruttoria. Tra questi il poeta novantaduenne Giancarlo Majorino, autore del poema La capitale del nord, che tanta influenza ebbe sulla nuova poesia italiana degli anni Sessanta e Settanta.
Dunque, si tratta ora, di incrementare quel fondo per consentire l’attribuzione del vitalizio non solo a quelle sette persone che lo attendono da tempo, ma anche ad altri «cittadini che abbiano illustrato la patria» e che versano in difficili condizioni economiche. Per risolvere il problema, è sufficiente che la dotazione di quel fondo sia incrementata di poche centinaia di migliaia di euro. Una somma pressoché insignificante rispetto alle dimensioni del bilancio pubblico. È quanto si cerca di fare in questi giorni, grazie alla disponibilità mostrata dai ministri Franceschini, Gualtieri, Provenzano e all’iniziativa di estimatori e amici di Majorino, come Luca Clerici, Andrea Kerbaker, Maurizio Cucchi, Elena Stancanelli, Nadia Terranova, Goffredo Fofi, Massimo Recalcati, Gianni Cuperlo, Gavino Angius, Elio De Capitani, Sandro Veronesi, Giulio Sapelli e molti altri. C’è da augurarsi che l’iniziativa vada a buon fine e che si possano superare lentezze burocratiche e diffidenze politiche.
Qualcuno obietterà: ma in un momento come questo? E proprio mentre sono tanti gli italiani che si trovano in condizioni di estrema povertà? Continuo a pensare che sia profondamente sbagliato opporre i bisogni degli uni ai bisogni degli altri, compilare la classifica dei più infelici, al fine di escludere quelli un po’ meno infelici e, infine, mettere in alternativa i penultimi agli ultimi e viceversa. Qui non si sta parlando di politiche per il lavoro o di strategie contro la povertà, ma di un semplice riconoscimento e di un atto di giustizia nei confronti di alcune decine di persone che, ciascuna nel suo campo, ha scritto parole o musica o ha fatto gesti — sono tanti i campioni dello sport — che hanno nutrito la nostra fantasia. Un riconoscimento e un atto che non danneggiano alcuno e non sottraggono risorse destinate a interessi collettivi.
Non solo: è proprio nei periodi di scarsità, quando diventa più urgente il bisogno di beni primari, che va riscoperta e apprezzata l’importanza di quelli in apparenza non strettamente indispensabili. La poesia e l’arte tutta, non sono lussi superflui né consumi voluttuari, bensì beni di prima necessità. Solo una concezione materialistico-volgare della persona, può indurci a credere che l’uomo si riduca alle sue esigenze fisiologiche. In altre parole, nel tempo della pandemia, abbiamo più, e non meno, bisogno di poeti.
L’incontro ebbe tratti esilaranti: Pippo Baudo dovette chinarsi per oltrepassare la porta dell’abitazione, e tutt’e tre, in quell’ingresso minuscolo, esitammo, incerti sul da farsi, fino a che Alda Merini, ridente, una sigaretta tra le dita, comparve da dietro un separé, vestita d’un abito rosso fuoco. Non ci fu una grande conversazione. Baudo comunicò l’esito vittorioso della sua missione: l’aver ottenuto che la Telecom azzerasse l’enorme debito (milioni di lire) che aveva portato al distacco della linea telefonica della poetessa morosa. E si disse molto «onorato» di aver contribuito a uno scopo tanto degno.
Tutto aveva avuto origine circa sei mesi prima, quando Paolo Volponi, allora senatore della Repubblica, mi intimò di leggere un volume di poesie della Merini, il bellissimo Vuoto d’amore, pubblicato da Einaudi nel 1991, con la prefazione di Maria Corti. Avevo letto pochissimo dell’opera della Merini, ma conoscevo i connotati essenziali della sua biografia, gli amori appassionati e infelici e i quattro ricoveri in manicomio, e quel libro fu una rivelazione. Così, quando Volponi mi diede il mandato («io non ci so fare, con queste cose») di ottenere per la poetessa l’assegnazione del vitalizio previsto dalla legge Bacchelli, non potei far altro che ubbidire.
Fu tutt’altro che facile: richiese mesi e mesi di faticosa attività tra ostacoli burocratici e lungaggini amministrative. Infine, il 21 luglio del 1995, il Consiglio dei ministri accolse la richiesta a favore di Alda Merini. Dopo alcune settimane, lei mi telefonò, ringraziandomi dell’aiuto e rivelandomi di aver composto un «omaggio poetico» per Volponi e per me. Quando iniziò a recitare una sorta di filastrocca infantile, mi resi conto immediatamente che stava improvvisando lì per lì, all’altro capo del telefono. E, infatti, la trascrizione che ne facevo su un block notes faticava a seguire le correzioni che mano a mano introduceva. Questo il testo:
Il gatto Manconi e la volpe Volponi / sono due seri birboni / che guidano la crociata dei buoni. / Perché la cattiva Alda Merini / possa telefonare ai suoi mille bambini / ai suoi quattro amanti e ai loro cuori infranti. / Alle sue sorelle e ai suoi fratelli / grazie a Riccardo Bacchelli.
Quando finì, io, imbarazzato, rimasi in silenzio e lei, credendo che non avessi apprezzato abbastanza quei versi, aggiunse: «Il titolo è Canzoncina per due amici» e poi: «Forse non è una bellissima poesia, ma provi a immaginarla musicata e interpretata da Pérez Prado». In effetti, così, è tutt’altra musica.
Facciamo qualche passo indietro. Il fondo Bacchelli venne istituito nell’agosto del 1985 al fine di attribuire un «assegno vitalizio a favore di cittadini che abbiano illustrato la patria e che versino in stato di particolare necessità». Cittadini italiani che abbiano acquisito fama per il loro servizio «nel campo delle scienze, delle lettere, delle arti, dell’economia, del lavoro, dello sport e nel disimpegno di pubblici uffici o di attività svolte». L’entità attuale del vitalizio è di 24 mila euro all’anno. La prima a percepirlo è stata Anna Maria Ortese, l’autrice de Il mare non bagna Napoli, grazie a una efficace raccolta di firme organizzata dal poeta Beppe Costa. Lo scrittore che dà il nome al fondo, Riccardo Bacchelli, non ne poté beneficiare perché morì appena qualche mese dopo l’approvazione della legge. Tra coloro per i quali mi è capitato di impegnarmi (Elio Fiore, Anna Maria Cascella e altri), due hanno conosciuto lo stesso destino di Bacchelli: Dario Bellezza (che molto aveva fatto per la Merini), e, più di recente, Valentino Zeichen.
È come se la natura istituzionale del vitalizio, portando con sé il peso inevitabile della macchinosità delle decisioni pubbliche, risultasse sempre in ritardo rispetto alle urgenze della vita reale e ai suoi bisogni vitali. Tuttavia, dal giorno della sua istituzione, hanno potuto usufruire di quel vitalizio decine di personalità, tra le quali Alida Valli e Zeno Colò, Umberto Bindi e Franco Citti, Duilio Loi e Daniele Del Giudice, Gigi Villoresi e Gavino Ledda, Gianni Pettenati e Tommaso di Ciaula. Per diverse ragioni, Laura Antonelli e Franco Califano rifiutarono il vitalizio.
Attualmente, sono 28 quanti beneficiano del fondo Bacchelli, mentre sette persone che pure hanno ottenuto il riconoscimento, non ne possono usufruire perché la dotazione (850 mila euro all’anno) non è sufficiente a garantire loro l’assegno. Nel frattempo, per altri, è in corso l’istruttoria. Tra questi il poeta novantaduenne Giancarlo Majorino, autore del poema La capitale del nord, che tanta influenza ebbe sulla nuova poesia italiana degli anni Sessanta e Settanta.
Dunque, si tratta ora, di incrementare quel fondo per consentire l’attribuzione del vitalizio non solo a quelle sette persone che lo attendono da tempo, ma anche ad altri «cittadini che abbiano illustrato la patria» e che versano in difficili condizioni economiche. Per risolvere il problema, è sufficiente che la dotazione di quel fondo sia incrementata di poche centinaia di migliaia di euro. Una somma pressoché insignificante rispetto alle dimensioni del bilancio pubblico. È quanto si cerca di fare in questi giorni, grazie alla disponibilità mostrata dai ministri Franceschini, Gualtieri, Provenzano e all’iniziativa di estimatori e amici di Majorino, come Luca Clerici, Andrea Kerbaker, Maurizio Cucchi, Elena Stancanelli, Nadia Terranova, Goffredo Fofi, Massimo Recalcati, Gianni Cuperlo, Gavino Angius, Elio De Capitani, Sandro Veronesi, Giulio Sapelli e molti altri. C’è da augurarsi che l’iniziativa vada a buon fine e che si possano superare lentezze burocratiche e diffidenze politiche.
Qualcuno obietterà: ma in un momento come questo? E proprio mentre sono tanti gli italiani che si trovano in condizioni di estrema povertà? Continuo a pensare che sia profondamente sbagliato opporre i bisogni degli uni ai bisogni degli altri, compilare la classifica dei più infelici, al fine di escludere quelli un po’ meno infelici e, infine, mettere in alternativa i penultimi agli ultimi e viceversa. Qui non si sta parlando di politiche per il lavoro o di strategie contro la povertà, ma di un semplice riconoscimento e di un atto di giustizia nei confronti di alcune decine di persone che, ciascuna nel suo campo, ha scritto parole o musica o ha fatto gesti — sono tanti i campioni dello sport — che hanno nutrito la nostra fantasia. Un riconoscimento e un atto che non danneggiano alcuno e non sottraggono risorse destinate a interessi collettivi.
Non solo: è proprio nei periodi di scarsità, quando diventa più urgente il bisogno di beni primari, che va riscoperta e apprezzata l’importanza di quelli in apparenza non strettamente indispensabili. La poesia e l’arte tutta, non sono lussi superflui né consumi voluttuari, bensì beni di prima necessità. Solo una concezione materialistico-volgare della persona, può indurci a credere che l’uomo si riduca alle sue esigenze fisiologiche. In altre parole, nel tempo della pandemia, abbiamo più, e non meno, bisogno di poeti.