Quando finalmente riuscii a farmelo presentare da un comune amico, Andrea Camilleri era già il consacrato padre di Montalbano, il rivoluzionario inventore del pastiche linguistico di una Sicilia arcaica, eterna e immanente, il più amato scrittore italiano. Ricordo un salotto accogliente, caffè e whisky, la densa nebbia del fumo di sigaretta, il vocione con il quale Camilleri si dilungava, senza risparmiarsi, in aneddoti sulla Rai e il mondo dello spettacolo, la gentilezza spagnolesca, tipica del modo unico di interpretare i rapporti fra gli esseri umani che solo certi siciliani di gran classe conoscono: qualcosa di assai simile a un’apertura di credito condizionata e guardinga, pronta a trasformarsi nella massima complicità così come nell’implacabile sanzione del più piccolo, insignificante errore.
Uscii da quell’incontro rafforzato nell’ammirazione. Se sino ad allora avevo amato i suoi libri, ora ero conquistato dall&…
Uscii da quell’incontro rafforzato nell’ammirazione. Se sino ad allora avevo amato i suoi libri, ora ero conquistato dall&…
Quando finalmente riuscii a farmelo presentare da un comune amico, Andrea Camilleri era già il consacrato padre di Montalbano, il rivoluzionario inventore del pastiche linguistico di una Sicilia arcaica, eterna e immanente, il più amato scrittore italiano. Ricordo un salotto accogliente, caffè e whisky, la densa nebbia del fumo di sigaretta, il vocione con il quale Camilleri si dilungava, senza risparmiarsi, in aneddoti sulla Rai e il mondo dello spettacolo, la gentilezza spagnolesca, tipica del modo unico di interpretare i rapporti fra gli esseri umani che solo certi siciliani di gran classe conoscono: qualcosa di assai simile a un’apertura di credito condizionata e guardinga, pronta a trasformarsi nella massima complicità così come nell’implacabile sanzione del più piccolo, insignificante errore.
Uscii da quell’incontro rafforzato nell’ammirazione. Se sino ad allora avevo amato i suoi libri, ora ero conquistato dall’uomo: non è poi così frequente che un grande autore si conceda con tanta benevolenza a un attempato narratore di non eccelsa fama. Qualche tempo dopo seppi che aveva letto Romanzo Criminale e non gli era dispiaciuto. Ormai era chiaro che si trattava di persona generosa. Accettò di presentare il libro. Riuscii ad arrivare in ritardo, io, il presentato. «Ah, ecco, c’è pure De Cataldo», sottolineò lui, che aveva invece dato avvio al rito in perfetto orario. Due paroline, ma fulminanti. Accettò le mie scuse. Vestiva con eleganza, e parlò in piedi: per rispetto del pubblico, spiegò. «Almeno quando prendi la parola la prima volta», aggiunse, poi, in privato, precisando: «quando ti fanno le domande, puoi restare seduto».
Un altro suo insegnamento, durante un incontro comune con un gruppo di lettori venuti da fuori, in pullman (succedeva anche questo, intorno all’anno duemila): mai gloriarsi della presunta «fatica dello scrivere». Perché scrivere è un piacere, e non una dannazione, e perché se la fatica dovesse mai sentirsi nella pagina, sarebbe una pagina sbagliata. E anche in questo caso, la stella polare è il rispetto del pubblico. Camilleri nasceva uomo di teatro, e il teatro vive del rapporto costante fra la maschera sul palco e la gente seduta in platea. Sarà per questo che amiamo tanto i suoi libri? Perché contengono sempre qualcosa che va oltre l’angusto limite dello spazio tipografico? Qualcosa che si rinnova e prende vita a ogni nuova lettura, come in un dialogo continuo?
Fra le sue ultime creazioni, il nobile, definitivo Tiresia portato in scena al teatro greco di Siracusa da Roberto Andò (non a caso, un altro siciliano). Ma quanto s’impara, con leggerezza e ironia, da Ugo&Andrea, un piccolo, prezioso film di Rocco Mortelliti (da un’idea di Andreina Camilleri e Orsetta Gregoretti), nel quale Camilleri e Ugo Gregoretti, altro grande uomo di spettacolo, più o meno si raccontano. “Più o meno” perché in realtà parlano di ogni cosa come sa fare solo chi ha tanto vissuto, amato, sofferto, creduto, e può finalmente restituire, senza ipocrisia, il senso della vita.
Nel 2006 Camilleri si lasciò coinvolgere in Crimini. L’idea era di raccogliere racconti dei migliori autori del “noir italiano” e farci altrettanti film. A stretto rigore, catalogare Camilleri come scrittore di noir o di gialli è una stupidaggine: per nostra fortuna il Sommo (come lo chiamano i simpaticissimi adepti del Camilleri Fan Club) lasciava volentieri la questione delle etichette ai confezionatori di prodotti in scatola. Diceva Giuseppe Petronio, autorevole studioso della letteratura popolare, che in Italia non si possono scrivere bei romanzi polizieschi: uno dei due aggettivi risulterà inviso alla critica, e dunque il romanzo sarà o bello o poliziesco. Camilleri è andato oltre tutto questo, sconfiggendo anche i più occhiuti censori.
Accettò infine di partecipare a un’altra esperienza collettiva, Giudici. Accettò perché aveva nei confronti della giustizia, e delle toghe in particolare, un rispetto dal sapore antico, e magistrato era stato uno dei suoi più cari amici. Mi disse come si sarebbe chiamato il racconto, quando lo avrebbe scritto, quanto sarebbe stato lungo. Pensai che l’avesse già in qualche cassetto, e dovette accorgersi del mio vago scetticismo, perché mi spiegò che quando gli germinava dentro un’idea si prendeva il tempo giusto per metterla a fuoco, ma poi, quando iniziava la stesura, una sorta di metronomo interiore gli imponeva la scansione del tempo. Quel tempo che, in fondo, era lui stesso a governare.
In un giorno d’estate, con Carlo Lucarelli, che completava il terzetto di Giudici, andammo a trovarlo sull’Amiata per un servizio fotografico. Ci accolse immerso nella campagna, sorridente, patriarcale, circondato dalla sua meravigliosa famiglia. Un saggio senza tempo. Un immortale.
Uscii da quell’incontro rafforzato nell’ammirazione. Se sino ad allora avevo amato i suoi libri, ora ero conquistato dall’uomo: non è poi così frequente che un grande autore si conceda con tanta benevolenza a un attempato narratore di non eccelsa fama. Qualche tempo dopo seppi che aveva letto Romanzo Criminale e non gli era dispiaciuto. Ormai era chiaro che si trattava di persona generosa. Accettò di presentare il libro. Riuscii ad arrivare in ritardo, io, il presentato. «Ah, ecco, c’è pure De Cataldo», sottolineò lui, che aveva invece dato avvio al rito in perfetto orario. Due paroline, ma fulminanti. Accettò le mie scuse. Vestiva con eleganza, e parlò in piedi: per rispetto del pubblico, spiegò. «Almeno quando prendi la parola la prima volta», aggiunse, poi, in privato, precisando: «quando ti fanno le domande, puoi restare seduto».
Un altro suo insegnamento, durante un incontro comune con un gruppo di lettori venuti da fuori, in pullman (succedeva anche questo, intorno all’anno duemila): mai gloriarsi della presunta «fatica dello scrivere». Perché scrivere è un piacere, e non una dannazione, e perché se la fatica dovesse mai sentirsi nella pagina, sarebbe una pagina sbagliata. E anche in questo caso, la stella polare è il rispetto del pubblico. Camilleri nasceva uomo di teatro, e il teatro vive del rapporto costante fra la maschera sul palco e la gente seduta in platea. Sarà per questo che amiamo tanto i suoi libri? Perché contengono sempre qualcosa che va oltre l’angusto limite dello spazio tipografico? Qualcosa che si rinnova e prende vita a ogni nuova lettura, come in un dialogo continuo?
Fra le sue ultime creazioni, il nobile, definitivo Tiresia portato in scena al teatro greco di Siracusa da Roberto Andò (non a caso, un altro siciliano). Ma quanto s’impara, con leggerezza e ironia, da Ugo&Andrea, un piccolo, prezioso film di Rocco Mortelliti (da un’idea di Andreina Camilleri e Orsetta Gregoretti), nel quale Camilleri e Ugo Gregoretti, altro grande uomo di spettacolo, più o meno si raccontano. “Più o meno” perché in realtà parlano di ogni cosa come sa fare solo chi ha tanto vissuto, amato, sofferto, creduto, e può finalmente restituire, senza ipocrisia, il senso della vita.
Nel 2006 Camilleri si lasciò coinvolgere in Crimini. L’idea era di raccogliere racconti dei migliori autori del “noir italiano” e farci altrettanti film. A stretto rigore, catalogare Camilleri come scrittore di noir o di gialli è una stupidaggine: per nostra fortuna il Sommo (come lo chiamano i simpaticissimi adepti del Camilleri Fan Club) lasciava volentieri la questione delle etichette ai confezionatori di prodotti in scatola. Diceva Giuseppe Petronio, autorevole studioso della letteratura popolare, che in Italia non si possono scrivere bei romanzi polizieschi: uno dei due aggettivi risulterà inviso alla critica, e dunque il romanzo sarà o bello o poliziesco. Camilleri è andato oltre tutto questo, sconfiggendo anche i più occhiuti censori.
Accettò infine di partecipare a un’altra esperienza collettiva, Giudici. Accettò perché aveva nei confronti della giustizia, e delle toghe in particolare, un rispetto dal sapore antico, e magistrato era stato uno dei suoi più cari amici. Mi disse come si sarebbe chiamato il racconto, quando lo avrebbe scritto, quanto sarebbe stato lungo. Pensai che l’avesse già in qualche cassetto, e dovette accorgersi del mio vago scetticismo, perché mi spiegò che quando gli germinava dentro un’idea si prendeva il tempo giusto per metterla a fuoco, ma poi, quando iniziava la stesura, una sorta di metronomo interiore gli imponeva la scansione del tempo. Quel tempo che, in fondo, era lui stesso a governare.
In un giorno d’estate, con Carlo Lucarelli, che completava il terzetto di Giudici, andammo a trovarlo sull’Amiata per un servizio fotografico. Ci accolse immerso nella campagna, sorridente, patriarcale, circondato dalla sua meravigliosa famiglia. Un saggio senza tempo. Un immortale.