"Perché il Covid ha ucciso la lettura"
Raffaella De Santis , di RAFFAELLA DE SANTISDiego Marani, presidente del Centro per il libro e la lettura commenta il crollo di lettori italiani durante l'emergenza: "Viviamo nella società dell'apparenza. Chi legge non si vede"
Il mantra consolatorio del lockdown era: avremo più tempo per leggere. Non è stato così. Ieri sono stati diffusi i risultati di un’Indagine del Centro per il libro e la lettura (Cepell) e dell’Associazione italiana editori (Aie), condotta in collaborazione con la società di ricerche Pepe Research: i numeri sono impietosi e dimostrano che durante i mesi dell’emergenza sanitaria gli italiani non hanno aperto libri. Il 50% della popolazione a marzo e aprile non ha letto neanche un libro. Certo, le librerie chiuse non hanno stimolato le letture ma non possono essere l’unica ragione. Diego Marani, presidente di fresca nomina del Cepell, interprete con un’esperienza di lavoro alla commissione europea, amplia il discorso e guarda oltre l’ostacolo del virus: “Se non leggiamo è perché siamo una società dell’apparire, vogliamo tutto e subito. La lettura purtroppo è considerata un’…
Il mantra consolatorio del lockdown era: avremo più tempo per leggere. Non è stato così. Ieri sono stati diffusi i risultati di un’Indagine del Centro per il libro e la lettura (Cepell) e dell’Associazione italiana editori (Aie), condotta in collaborazione con la società di ricerche Pepe Research: i numeri sono impietosi e dimostrano che durante i mesi dell’emergenza sanitaria gli italiani non hanno aperto libri. Il 50% della popolazione a marzo e aprile non ha letto neanche un libro. Certo, le librerie chiuse non hanno stimolato le letture ma non possono essere l’unica ragione. Diego Marani, presidente di fresca nomina del Cepell, interprete con un’esperienza di lavoro alla commissione europea, amplia il discorso e guarda oltre l’ostacolo del virus: “Se non leggiamo è perché siamo una società dell’apparire, vogliamo tutto e subito. La lettura purtroppo è considerata un’attività obsoleta. Non dà visibilità, quindi non interessa. Chi legge non si vede”.
I mesi casalinghi avrebbero potuto però riconciliarci con la lettura, cosa è successo?
"Non basta dire che è calata la lettura, bisogna analizzare i dati. Senza nulla togliere alla gravità del fenomeno, non si può sottovalutare la grande offerta di cultura online di questa fase emergenziale: musei virtuali, cineteche su Internet".
Il fatto che abbiano ceduto i lettori forti è indicativo. I dati registrano un calo del 20%. Se mollano quelli che leggono almeno un libro al mese, figuriamoci gli altri.
"Ammettiamolo, non era facile leggere in quei giorni. La gente era impaurita. Quando si ha il cuore pesante è difficile aprire un libro. Si è trattato di un’esperienza eccezionale. Nell’indagine il 33% delle persone ha spiegato di non aver letto per via delle preoccupazioni e il 32% ha ammesso di aver sostituito i libri con le news. Detto questo, non possiamo negare una costante tendenza negativa: come lettori noi italiani siamo agli ultimi posti in Europa ed è chiaro che si tratta di un problema sociale che ha cause più profonde".
.
Ci vorrebbero più investimenti finanziari o serve più attenzione culturale?
"Non trascurerei i provvedimenti a lungo termine. Dobbiamo stimolare la domanda sul libro. I traduttori italiani sono tra i meno pagati in Europa. Con il Cepell ci occuperemo della promozione internazionale della nostra cultura".
Il Cepell esiste da dieci anni e da quando è stato creato ha avuto come compito proprio la promozione della lettura. Dove sono i risultati?
"Forse senza i nostri progetti sarebbe andata peggio".
I dati della lettura della Germania evidenziano una ripresa: dopo un arresto, le vendite in giugno sono incrementate quasi del 7%. Accadrà anche in Italia?
"Va considerato che i germanofoni in Europa sono più di 100 milioni. E anche la Gran Bretagna è avvantaggiata dalla diffusione della lingua inglese nel mondo".
La lettura digitale è passata dal 26% del 2019 al 31%. Siamo di fronte a un’inversione di tendenza accelerata dalla pandemia?
"Credo che i due mercati possano convivere. Si tratta di due consumi diversi. C’è posto per tutti, l’importante è ampliare l’utenza. In genere chi va in libreria vuole un consiglio, chi acquista online lo fa a colpo sicuro. Per questo è importante che il libraio non sia un semplice commesso e che le librerie tornino ad ospitare vecchie edizioni e riviste come si faceva un tempo".
Il Decreto Rilancio ha stanziato 40 milioni di euro per la filiera del libro. Il Cepell è finanziato dal ministero per i Beni e le attività culturali, di quanto disponete?
"Quest’anno abbiamo avuto 350 mila euro in più rispetto allo scorso anno: la nostra cassa al momento è di 4 milioni e 350 mila euro".
Come li spenderete?
"Stiamo valutando, sicuramente puntando a dare maggiore visibilità alle nostre iniziative, portandole nelle piazze e nei media. Sono tante, dal Maggio dei Libri a Libriamoci alla Città che legge. Tutti i progetti sono visibili sul nostro sito www.cepell.it/it/. Ci vuole uno sguardo ampio: dobbiamo ricostituire il nostro humus culturale. La cultura ha bisogno di cura e tempo, va innaffiata come una pianta".
I mesi casalinghi avrebbero potuto però riconciliarci con la lettura, cosa è successo?
"Non basta dire che è calata la lettura, bisogna analizzare i dati. Senza nulla togliere alla gravità del fenomeno, non si può sottovalutare la grande offerta di cultura online di questa fase emergenziale: musei virtuali, cineteche su Internet".
Il fatto che abbiano ceduto i lettori forti è indicativo. I dati registrano un calo del 20%. Se mollano quelli che leggono almeno un libro al mese, figuriamoci gli altri.
"Ammettiamolo, non era facile leggere in quei giorni. La gente era impaurita. Quando si ha il cuore pesante è difficile aprire un libro. Si è trattato di un’esperienza eccezionale. Nell’indagine il 33% delle persone ha spiegato di non aver letto per via delle preoccupazioni e il 32% ha ammesso di aver sostituito i libri con le news. Detto questo, non possiamo negare una costante tendenza negativa: come lettori noi italiani siamo agli ultimi posti in Europa ed è chiaro che si tratta di un problema sociale che ha cause più profonde".
.
Ci vorrebbero più investimenti finanziari o serve più attenzione culturale?
"Non trascurerei i provvedimenti a lungo termine. Dobbiamo stimolare la domanda sul libro. I traduttori italiani sono tra i meno pagati in Europa. Con il Cepell ci occuperemo della promozione internazionale della nostra cultura".
Il Cepell esiste da dieci anni e da quando è stato creato ha avuto come compito proprio la promozione della lettura. Dove sono i risultati?
"Forse senza i nostri progetti sarebbe andata peggio".
I dati della lettura della Germania evidenziano una ripresa: dopo un arresto, le vendite in giugno sono incrementate quasi del 7%. Accadrà anche in Italia?
"Va considerato che i germanofoni in Europa sono più di 100 milioni. E anche la Gran Bretagna è avvantaggiata dalla diffusione della lingua inglese nel mondo".
La lettura digitale è passata dal 26% del 2019 al 31%. Siamo di fronte a un’inversione di tendenza accelerata dalla pandemia?
"Credo che i due mercati possano convivere. Si tratta di due consumi diversi. C’è posto per tutti, l’importante è ampliare l’utenza. In genere chi va in libreria vuole un consiglio, chi acquista online lo fa a colpo sicuro. Per questo è importante che il libraio non sia un semplice commesso e che le librerie tornino ad ospitare vecchie edizioni e riviste come si faceva un tempo".
Il Decreto Rilancio ha stanziato 40 milioni di euro per la filiera del libro. Il Cepell è finanziato dal ministero per i Beni e le attività culturali, di quanto disponete?
"Quest’anno abbiamo avuto 350 mila euro in più rispetto allo scorso anno: la nostra cassa al momento è di 4 milioni e 350 mila euro".
Come li spenderete?
"Stiamo valutando, sicuramente puntando a dare maggiore visibilità alle nostre iniziative, portandole nelle piazze e nei media. Sono tante, dal Maggio dei Libri a Libriamoci alla Città che legge. Tutti i progetti sono visibili sul nostro sito www.cepell.it/it/. Ci vuole uno sguardo ampio: dobbiamo ricostituire il nostro humus culturale. La cultura ha bisogno di cura e tempo, va innaffiata come una pianta".