✕

Ive De Smet e David Vergauwen, i due ricercatori belgi che lavorano al progetto su arte e cibo (credit: Liesbeth Everaert)
 

Tutti i segreti delle fragole di Bosch

Parla Ive De Smet, ricercatore belga che sta studiando il famoso trittico del "Giardino delle delizie" e altre opere d'arte per capire come è cambiato il cibo nel tempo. "Dai quadri è possibile individuare le differenze tra ieri e oggi"
2 minuti di lettura
Persi nel giardino delle delizie, gli storici dell’arte cercano da anni e senza esito di decifrare l’enigma di Bosch, la chiave d'accesso ai molteplici significati del suo Trittico. Ive De Smet e David Vergauwen stanno cercando di fare qualcosa di diverso: usare Bosch e l’arte per ricostruire la storia del cibo che mangiamo, le sue mutazioni visive. De Smet è un biologo esperto in genetica della piante, Vergauwen uno storico dell’arte e insieme hanno avviato un progetto di ricerca aperto, che punta a coinvolgere adesso cultori e appassionati. 

Frutta, verdura, cereali, hanno storie lunghe secoli, sono cambiati nel tempo, è mutato il loro aspetto ed è mutato anche l’utilizzo che ne facciamo. La genetica fornisce numerose informazioni per tracciare questa evoluzione, ma da sola è scienza monca: le opere d’arte, sostengono i due studiosi, possono aiutarci a comporre il quadro nei dettagli, funzionando come una spec…
Persi nel giardino delle delizie, gli storici dell’arte cercano da anni e senza esito di decifrare l’enigma di Bosch, la chiave d'accesso ai molteplici significati del suo Trittico. Ive De Smet e David Vergauwen stanno cercando di fare qualcosa di diverso: usare Bosch e l’arte per ricostruire la storia del cibo che mangiamo, le sue mutazioni visive. De Smet è un biologo esperto in genetica della piante, Vergauwen uno storico dell’arte e insieme hanno avviato un progetto di ricerca aperto, che punta a coinvolgere adesso cultori e appassionati. 

Frutta, verdura, cereali, hanno storie lunghe secoli, sono cambiati nel tempo, è mutato il loro aspetto ed è mutato anche l’utilizzo che ne facciamo. La genetica fornisce numerose informazioni per tracciare questa evoluzione, ma da sola è scienza monca: le opere d’arte, sostengono i due studiosi, possono aiutarci a comporre il quadro nei dettagli, funzionando come una specie di archivio fotografico della memoria culinaria. 

Il giardino delle delizie di Hieronymus Bosch (1450-1516) 

 
Quando abbiamo iniziato a disegnare i pomodori 
 
“Il cibo di origine vegetale è stato rappresentato da migliaia di artisti nel corso della storia, un grande database storico di frutta, verdura, legumi, grano, noci. Catturare questo patrimonio visivo può mostrare quando e dove sono emerse particolari varietà, quanto fossero comuni”, ci dice De Smet, che dirige il Functional Phosphoproteomics Group al Vib-UGent Plant Systems Biology Centre di Gent, in Belgio e con Vergauwen ha pubblicato diversi studi su questo tema, l’ultimo su Trends in Plant Science. 

Quello che mangiamo non è stato sempre così. Se guardiamo i quadri del 16esimo secolo il tipo di carota dominante nelle scene dei mercati era la carota viola, porpora o rossa, diversa da quella che tutti noi conosciamo, quella arancione, “che è arrivata dopo ed è diventata popolare in Olanda e in Belgio tra la fine del Sedicesimo secolo e l’inizio del Diciassettesimo e questo è probabilmente associato alle nostre abitudini alimentari”. 

Il pomodoro che connota la cucina italiana, con la pasta, sulla pizza, è una acquisizione recente, “che risale agli inizi del Novecento: è stato importato dalle Americhe e c’è voluto un po’ di tempo prima che venisse integrato nella cultura e nelle nostre abitudini europee e dipinto dagli artisti”.
O pensiamo alle fragole: fino agli inizi del “Diciottesimo secolo nei dipinti troviamo soprattutto le fragole di bosco, disegnate anche ai piedi della vergine Maria con una connotazione religiosa". Ma come si possono considerare affidabili dipinti di secoli fa, come si cercano e si verificano - in una ricerca così - le fonti? 
 
Una storia del cibo tra genetica e arte: “ArtGenetics”
 
“Da un punto di vista botanico - dice De Stem - per la morfologia e le caratteristiche, le fragole di Bosch sono disegnate molto accuratamente. Solo la misura non è realistica perché è a dimensione umana. Ma ci sono molti pittori che hanno dipinto in maniera quasi fotografica. Nel valutare la fedeltà della loro rappresentazione conta anche la frequenza con cui hanno dipinto certi elementi e la qualità del pittore: se è stato capace di dipingere l’architettura locale o gli strumenti musicali di un certo luogo in un certo periodo o gli abiti della popolazione in un modo che può essere verificato è molto probabile che anche la frutta e i vegetali che avrà dipinto saranno fedeli al loro aspetto in quel momento”. 

Genetica e storia dell’arte diventano complementari: il genoma aiuta a capire i processi che spiegano perché per esempio la carota è diventata arancione o il melone bianco, i pittori forniscono le informazioni mancanti, il contesto, la cultura che ha accompagnato le trasformazioni e le immagini. 

Il progetto è iniziato due anni fa, De Smet e Vergauwen ci lavorano nel tempo libero ma la necessità di mettere insieme quante più informazioni possibili li ha spinti ad aprirlo anche ad appassionati di storia,  di arte, di piante, che possono mandare contributi e spunti. Stanno sviluppando anche una app per facilitare la raccolta di materiale e rendere tutto fruibile in un database visivo pubblico. La campagna di crowdsourcing si chiama #ArtGenetics, l’idea è che da tutto questo ne nascano un grande archivio condiviso e un libro, ma soprattutto un modo nuovo di guardare indietro. 

“La storia del cibo è strettamente connessa alla storia delle civiltà, pensiamo al grano in Medio Oriente o al riso in Asia, ci consente di studiare le rotte commerciali, le scoperte, le evoluzioni della nostra cultura”.