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Giulia Maria e la filosofia del fare

Dall’editoria alla creazione del Fondo per l’ambiente italiano. Le passioni, le battaglie e la tenacia di una donna granitica che alla fine è stata messa a dura prova dalla morte del figlio
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C'è qualcosa di profondamente innaturale in una madre che sopravvive al proprio figlio. Come se la vita distribuisca le proprie carte barando sul futuro. Per Giulia Maria Crespi gli ultimi mesi sono trascorsi nel dramma per un figlio perso in un incidente automobilistico (forse provocato da un malore) e nella convinzione che le leggi del potere non si spingono fin dentro il regno della contingenza: tra quegli eventi che, nel momento in cui accadono, creano dolore e smarrimento nell’anima. Eppure, Giulia Maria è stata anche una donna fortunata e volitiva. Tanto potente quanto illuminata. Una di quelle sovrane del passato — verrebbe da pensare alla grande Caterina — che amavano il proprio paese. A dispetto di quello che il paese nella classe dirigente aveva saputo offrire.

Borghesia lombarda, solida e conservatrice. Queste erano le origini della Crespi. Proveniva da una famiglia di industriali tessili che aveva fatto fortuna con i filati. E che divid…
C'è qualcosa di profondamente innaturale in una madre che sopravvive al proprio figlio. Come se la vita distribuisca le proprie carte barando sul futuro. Per Giulia Maria Crespi gli ultimi mesi sono trascorsi nel dramma per un figlio perso in un incidente automobilistico (forse provocato da un malore) e nella convinzione che le leggi del potere non si spingono fin dentro il regno della contingenza: tra quegli eventi che, nel momento in cui accadono, creano dolore e smarrimento nell’anima. Eppure, Giulia Maria è stata anche una donna fortunata e volitiva. Tanto potente quanto illuminata. Una di quelle sovrane del passato — verrebbe da pensare alla grande Caterina — che amavano il proprio paese. A dispetto di quello che il paese nella classe dirigente aveva saputo offrire.

Borghesia lombarda, solida e conservatrice. Queste erano le origini della Crespi. Proveniva da una famiglia di industriali tessili che aveva fatto fortuna con i filati. E che divideva con gli Albertini una cospicua presenza azionaria nel Corriere della Sera. Durante gli ingloriosi anni del fascismo, Luigi Albertini — direttore accusato di non fare un giornale allineato al regime — si trovò costretto a vendere la propria quota. A comprarla fu Aldo Crespi, il padre di Giulia Maria. Non fu un semplice trasferimento di quote azionarie. C’era in gioco l’idea stessa di libera stampa, con i suoi principi da difendere e i soprusi da combattere. 

In uno dei rari incontri che ebbi, le chiesi che cosa pensasse di quella vicenda in cui il fascismo si mostrò assai benevolo nei riguardi della famiglia Crespi e spietato verso Albertini, al punto da estrometterlo dalla proprietà e dalla direzione del Corriere. Rispose che non ignorava affatto quella storia e che aveva letto la lettera in cui Albertini parlava del clima di intimidazione che gli toccava subire e al quale non erano estranei i Crespi: «Chiesi a mio padre cosa ci fosse di vero. Mi rispose che non c’erano alternative, perché se il giornale avesse continuato con quella linea di opposizione sarebbe andato a picco, con o senza i Crespi. Poi mi parlò dell’ultimatum di Farinacci: o Albertini se ne va entro otto giorni o le mie milizie distruggeranno la sede del Corriere. Questa era la situazione che a mio padre toccò vivere: il fascismo come male minore». 

Pensai che la forza della violenza è tanto più persuasiva quanto più si esercita nei modi brutali e in vista di uno scopo politico. Non è così che nascono i totalitarismi? Per un innato senso dell’indisciplina e dell’anticonformismo Giulia Maria non era mai stata fascista. Era stata una donna che aveva accolto con entusiasmo la liberazione del paese. Una donna la cui la ricchezza non andava vissuta come una colpa, ma neppure come un ottuso privilegio. Però a volte si resta turbati ripensando al proprio passato: alle cose fatte, agli errori commessi, alle scelte obbligate, ai desideri che generano illusione o magari rabbia e impotenza. Per una donna che, tra gli anni Sessanta e Settanta, ha esercitato un potere reale pieno e quasi incontrastato si potrebbe insinuare se la sua memoria sia rimasta indenne dall’arte dell’omissione. Come raccontarsi, come parlare di sé? Quale profilo scegliere, una volta che la vecchiaia allunga la sua ombra più che sui giorni restanti sulle pretese di quelli vissuti? A 91 anni Giulia Maria si regalò un libro di ricordi: una sorta di autobiografia dove la dolcezza di un’infanzia dorata si mescolava con le assunzioni di responsabilità che il Corriere della Sera le richiedeva. 
Il libro, Il mio filo rosso, fu un’altra nostra occasione di incontro, nella bella casa milanese in Corso Venezia. Mi venne incontro una donna piccola, elegante e solo all’apparenza fragile. Mi chiese che cosa pensassi del libro che Einaudi le aveva appena pubblicato. «Glielo chiedo perché sono convinta di aver scritto una vaccata».
No, non era una vaccata. Ma una memoria molto sapida, a volte dura e soprattutto franca. Pur dal suo punto di vista, mi sembrò che non omettesse nulla delle sue vicende, delle persone che aveva conosciuto, dei dolori patiti, dei suoi rapporti con il Corriere e in particolare con i direttori che aveva scelto, assunto e licenziato.

Dal 1961 al 1974 la Crespi fu davvero la “zarina”, come la definì Indro Montanelli. Non c’era decisione che non portasse la sua impronta. Fu lei che nel 1968, in pieno fermento politico, decretò conclusa la direzione di Alfio Russo. Al suo posto mise Giovanni Spadolini e se ne pentì quasi subito, fino a troncare il rapporto quattro anni dopo. Fu un licenziamento traumatico che Spadolini non si aspettava. Perché, le chiesi, tanta durezza? «L’uomo mi era simpatico, era colto e facondo. E Montanelli ne appoggiò la candidatura. Fu un errore madornale. Scoprii nel corso della sua direzione, il suo lato vanitoso, prolisso, ossequioso nei riguardi del potere». In quel giudizio c’era tutta Giulia Maria, con la sua sincerità e la spiccata idiosincrasia per la politica romana che considerava nociva e inconcludente. C’era tutto il suo rapporto irriconciliato con il mondo che avrebbe provato a cambiare (in meglio) solo qualche anno dopo.

Spadolini venne sostituito da Piero Ottone, e mai direzione fu più benedetta dalla Crespi e invisa a Montanelli. Il divorzio di Indro dal Corriere fu in larga parte causato da quella scelta, che il grande giornalista considerò un affronto personale. Erano gli anni di piombo, vissuti da una società in pieno smarrimento davanti all’esibizione violenta del terrorismo, ma anche disposta, nei soggetti più progressivi, ad aprirsi alla modernizzazione e ai diritti civili. La direzione di Ottone rispose a questo sentimento illuminato, e la Crespi gliene fu sempre grata. Anche quando, ma questo è tutt’altra storia, vendette la sua quota alla famiglia Rizzoli.

Fu in quel periodo che la Crespi cominciò a ragionare sull’ambiente, su quel mondo naturale e storico sempre più deteriorato e per il quale urgevano risposte concrete. La scoperta del cancro accelerò il processo di consapevolezza intorno a una malattia vissuta come sfida ambientale prima ancora che personale. Ci si ammala perché il mondo è malato, fu la sua convinzione maturata oltretutto alla luce dei principi della biodinamica steineriana. Principi che Giulia Maria applicò nella sua tenuta di 300 ettari, dove gli allevamenti e le coltivazioni furono riconvertiti nel rispetto dei cicli della natura. 

Inseguì per tutti gli anni che le restarono da vivere una visione sana e armonica della vita. Il rapporto con Italia Nostra e con il Fai, la resero protagonista di una battaglia che affrontò prima con Elena Croce e poi con Antonio Cederna. Ci si prende cura del pianeta non oltraggiandolo, ci si prende cura della bellezza che, nonostante tutto, l’uomo ha saputo realizzare, tentando di conservarla. Due semplici affermazioni che per Giulia Maria Crespi erano il riflesso di una sola verità: restituire all’ambiente tutto ciò che dissennatamente l’uomo aveva depredato. 

Non era facile, certo. E non lo è neppure ora, per chi prova a tenere questo futuro incerto ancora nelle proprie mani. A 97 anni, ormai cieca e fiaccata nel corpo, Maria Giulia guardava con ammirata curiosità all’operato di Greta Thunberg in difesa di ciò che al mondo è più prezioso, cioè il mondo stesso. La vecchia e la bambina, che forse avrebbero potuto incontrarsi. L’adorata ragazzina che avrebbe voluto conoscere. Ma non è accaduto. Ma che importa, la loro forza è stata nel condividere lo stesso sogno. E di provare a metterlo in pratica.