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La fotografia di Butturini oscurata dalla "cancel culture"

In un suo libro di 50 anni fa, il fotografo aveva accostato il ritratto di una donna nera nella metro di Londra a un gorilla in gabbia. Oggi quello scatto è finito sotto accusa, costringendo il direttore del Bristol Photo Festival Martin Parr alle dimissioni
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La cancel culture irrompe anche sulla scena della fotografia d'autore, condanna alla distruzione un libro-cult di mezzo secolo fa e miete due vittime illustri, tacciate di razzismo senza remissione. Una vivente: Martin Parr, britannico, celebratissimo sarcastico esploratore visuale della società dei consumi, costretto a lasciare la direzione artistica del Bristol Photo Festival; e una scomparsa, Gian Butturini, originale e irregolare figura di grafico e fotografo italiano, autore di quel libro del 1969, London, la cui ristampa ora rischia fortemente di essere mandata al macero.

Precipitata ieri con le dimissioni di Parr "per non coinvolgere il Festival", la polemica era in corso da oltre un anno. Venne avviata da una studentessa di antropologia, Mercedes Baptiste Halliday, che sobbalzò aprendo il libro di Butturini ricevuto in dono dal padre per il suo diciottesimo compleanno, quando si vide di fronte, su una doppia pagina, l'accostamento fra la fotogr…
La cancel culture irrompe anche sulla scena della fotografia d'autore, condanna alla distruzione un libro-cult di mezzo secolo fa e miete due vittime illustri, tacciate di razzismo senza remissione. Una vivente: Martin Parr, britannico, celebratissimo sarcastico esploratore visuale della società dei consumi, costretto a lasciare la direzione artistica del Bristol Photo Festival; e una scomparsa, Gian Butturini, originale e irregolare figura di grafico e fotografo italiano, autore di quel libro del 1969, London, la cui ristampa ora rischia fortemente di essere mandata al macero.

Precipitata ieri con le dimissioni di Parr "per non coinvolgere il Festival", la polemica era in corso da oltre un anno. Venne avviata da una studentessa di antropologia, Mercedes Baptiste Halliday, che sobbalzò aprendo il libro di Butturini ricevuto in dono dal padre per il suo diciottesimo compleanno, quando si vide di fronte, su una doppia pagina, l'accostamento fra la fotografia di una donna nera nella metropolitana e di un gorilla in gabbia. "Razzismo conclamato" fu la sua sentenza immediata; "discostata e indignata" iniziò una campagna militante con un picchetto davanti alla National Gallery, contro il libro e il suo curatore, Martin Parr appunto, "la statua di Charleston della fotografia" secondo la sua accusatrice. Di quel libro, "un gioiello sconosciuto", Parr si era innamorato diversi anni fa, lo incluse nella sua imponente antologia dei migliori fotolibri della storia, ne promosse una mostra al Barbican, un talk a Photo London e nel 2017 ne caldeggiò la riedizione in facsimile per un editore italiano, Damiani di Bologna. Tutte cose di cui Parr ora si dichiara, per la sorpresa dei suoi estimatori, totalmente pentito e colpevole ("Sono profondamente imbarazzato per aver trascurato quell'accostamento razzista fra immagini") al punto da chiedere formalmente all'editore il ritiro del libro dalla vendita, dopo aver devoluto in beneficienza il compenso per la sua prefazione. Infine, è arrivata la decisione di accettare la sua estromissione dalla direzione del Festival di Bristol, la sua città (dettaglio non indifferente, è anche la città in cui è stato recentemente abbattuto e gettato nel fiume il monumento allo schiavista seicentesco Edward Colston). "È la prova che la critica smantella il sistema", ha trionfato Halliday.

Che si tratti di una limpida vittoria dell'antirazzismo, però, è cosa di cui molti dubitano. Una lettura anche frettolosa della biografia e dell'opera di Butturini avrebbe dovuto indurre almeno qualche cautela prima di assegnarlo al campo del pregiudizio: grafico e fotografo militante, una vita schierata sui fronti caldi della sua epoca, con i minatori contro la Thatcher, con Basaglia contro i manicomi, con Allende contro Pinochet, con il popolo Saharawi contro l'occupazione, con gli operai contro le morti bianche... Ma quell'accostamento imbarazzante, allora? Butturini è morto nel 2006 e non può più spiegarlo, ma forse lo ha già fatto, nella prefazione originale a quel libro, allora quasi clandestino, che però nessuno sembra aver letto neanche in ristampa: "Ho fotografato una donna nera, chiusa in una gabbia trasparente; vendeva biglietti per la metropolitana: una prigioniera indifferente, un'isola immobile, fuori dal tempo nel mezzo delle onde dell'umanità che le scorreva accanto e si mescolava e si separava attorno alla sua prigione di ghiaccio e solitudine".

Una descrizione che pende sul versante dell'empatia, e non del dileggio. E il gorilla? London, per contenuti e forma, è un libro completamente immerso nella cultura beat (si apre con una citazione di Allen Ginsberg, negli anni in cui partecipava ai raduno delle Black panthers...); polemico e corrosivo, è un libro "incoerente, grottesco e contraddittorio" per ammissione del suo autore, "né documento né storia", un acido gettato sulla faccia di una società, quella britannica degli anni Sessanta, cratere perbenista di contraddizioni, fra pregiudizio e ribellione, e sulla capitale di "un impero in svendita". È un libro che aggredisce molto più chi guarda che chi è guardato. Quell'accostamento potrebbe essere la materializzazione beffarda dello sguardo della folla su quella donna, che smaschera lo stereotipo ribaltandolo sullo spettatore? Nel libro c'è attenzione alla crisi razziale e alle sue ipocrisie, ci sono altri ritratti di strada a persone nere, allo Speaker's Corner li fotografa mentre "ascoltano un oratore che racconta la favoletta dell'eguaglianza e dell'integrazione razziale".

"Giudicare un libro da due sole immagini è impossibile", si sfoga Tiziano Butturini, il figlio, "e quell'accostamento ha molte letture diverse nella cultura in cui è immerso. Il gorilla in gabbia per mio padre era anche un simbolo di fierezza". È deluso da Parr, "a cui abbiamo manifestato solidarietà per queste inverosimili accuse, ma che ha risposto nel modo sbagliato, forse messo sotto pressione da una campagna aggressiva e non sostenuto da nessun altro". La prospettiva che il libro vada al rogo sull'altare del politically correct sconcerta gli eredi: "Sarebbe una barbarie, speriamo non accada, io e mia sorella Marta vedremo in quali modi difendere la memoria e la dignità di nostro padre". Ma adesso la richiesta di Parr mette l'editore Damiani di fronte a un dilemma, fra difesa dei suoi autori e reazione a una accusa pesante: "Damiani ha sempre promosso i valori della tolleranza, del rispetto e dalla convivenza. Pertanto, pur non ritenendo fondate le accuse di razzismo nei confronti dell'opera di Gian Butturini e del lavoro di Martin Parr, sta valutando l'ipotesi di ritirare dal mercato le residue copie del libro".

London è dunque condannato a morte? "Sana e giusta è la discussione su quell'accostamento che personalmente trovo di cattivo gusto", reagisce Giulia Zorzi di Micamera, storica libreria milanese specializzata in fotografia, "ma non cambierei la sequenza del libro, e non brucerò la copia che abbiamo in libreria. È in vendita, se qualcuno la vuole comprare".

La complessità del libro e del suo autore avrebbero meritato quantomeno una apertura di discussione che non semplificasse quel che semplice non è. Ma questo avrebbe richiesto uno sforzo di lettura delle immagini che in questa polemica è mancato: la disponibilità a chiedersi se le fotografie, che sono immagini polisemiche, possano avere significati non univoci, non voluti, sovrapposti; a riconoscere che un accostamento disturbante di immagini non è sempre una piana affermazione ma può includere il paradosso, l'iperbole, l'ironia; che la retorica delle immagini non è semplice da governare, e la sua decifrazione dipende dal lettore come dall'autore. Sorprende che chi possiede tutti gli strumenti per spiegarlo, ovvero Parr stesso, abbia ritenuto di non doverlo fare, forse per proteggere la sua Fondazione, che ha sede proprio a Bristol, dalle polemiche che rischiano di travolgerla (gli studenti di fotografia dall'Università del West England hanno già ritirato per protesta una loro mostra). Richiesto di un commento, Parr ci ha rimandato alle sue ultime dichiarazioni. Peccato, occasione perduta, se si fosse aperta una discussione anche aspra avremmo forse capito meglio come funzionano le immagini, come i loro significati siano volatili secondo i tempi, i luoghi e i destinatari, come le immagini possano forse tradire le intenzioni del loro demiurgo, ma anche, a volte, non essere comprese. Avremmo comunque evitato il rogo di un libro, perché distruggere i libri non è costruire un mondo migliore.