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Ghetto di Varsavia durante l'occupazione tedesca 

I volenterosi carnefici di Polonia

Jan Grabowski, lo storico che ha ricostruito il collaborazionismo della "polizia blu” con i nazisti, è accusato di essere antipatriottico. Ma lui dice: “Noi siamo i custodi della memoria di milioni di vittime”
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Jan Grabowski - storico canadese-polacco, forse il maggior studioso di storia dell'Olocausto in Polonia - è nuovamente al centro di un violenta polemica. Il settimanale di destra Do Rzeczy (Sul Punto), il 24 maggio criticava, con un infamante articolo di Leszek Zebrowski dal titolo "Perseverare nell'errore", il suo ultimo libro Na Posterunku. Udzial polskiej policji granatowej i kryminalnej w zagladzie Zydów, (In servizio: il ruolo della polizia "blu" polacca e lo sterminio degli ebrei) uscito nel marzo 2020 per la casa editrice Czarne.

L'accusa è semplice - un'accusa che è divenuto ormai un recitativo storiografico su cui tornano e ritornano alcuni paesi dell'Europa orientale - e non solo - nel negare le loro responsabilità nella persecuzione e nello sterminio degli ebrei. Incolpando i polacchi della polizia blu di azioni non dimostrate, Grabowski solleverebbe dalla colpa i tedeschi, scegliendo, attraverso fa…
Jan Grabowski - storico canadese-polacco, forse il maggior studioso di storia dell'Olocausto in Polonia - è nuovamente al centro di un violenta polemica. Il settimanale di destra Do Rzeczy (Sul Punto), il 24 maggio criticava, con un infamante articolo di Leszek Zebrowski dal titolo "Perseverare nell'errore", il suo ultimo libro Na Posterunku. Udzial polskiej policji granatowej i kryminalnej w zagladzie Zydów, (In servizio: il ruolo della polizia "blu" polacca e lo sterminio degli ebrei) uscito nel marzo 2020 per la casa editrice Czarne.

L'accusa è semplice - un'accusa che è divenuto ormai un recitativo storiografico su cui tornano e ritornano alcuni paesi dell'Europa orientale - e non solo - nel negare le loro responsabilità nella persecuzione e nello sterminio degli ebrei. Incolpando i polacchi della polizia blu di azioni non dimostrate, Grabowski solleverebbe dalla colpa i tedeschi, scegliendo, attraverso false ricostruzioni storiche, la strada della revisione storiografica a danno dei polacchi vittime del nazismo. Il suo atteggiamento rifletterebbe, accusano, seri disturbi mentali.

Il 24 giugno, Rafal Ziemkiewicz, dello stesso settimanale, si spingeva persino oltre, affermando che per Grabowski forse bisognava richiedere se non l'intervento di uno psichiatra, certamente quello di un esorcista. Grabowski è uno dei più importanti studioso dell'Olocausto in Polonia: 14 monografie e più di 60 articoli pubblicati in svariate lingue che ricostruiscono il ruolo della popolazione polacca che, a livelli diversi, ha partecipato da spettatrice indifferente o da attiva carnefice allo sterminio ebraico.

L'ultimo libro di Grabowski, basato su di una ricca documentazione archivistica proveniente dalla Polonia, Israele, Stati Uniti e Germania, si concentra sulla polizia "blu", una forza di 16.000 persone, creata dai tedeschi nel 1939, dopo la conquista della Polonia. La stragrande maggioranza degli ufficiali della polizia "blu" furono reclutati tra i poliziotti della polizia di stato polacca di prima della guerra.

La polizia "blu", fin dall'inizio dell'occupazione tedesca, svolse un ruolo fondamentale nella punizione e nella repressione contro gli ebrei e nell'esercizio e nell'applicazione della normativa anti-ebraica tedesca. I poliziotti polacchi furono coloro che imposero non solo il regolamento del "marchio" (che richiedeva agli ebrei di indossare la fascia con la stella di David), ma anche le nuove leggi che ne limitavano la mobilità, e, in seguito, furono coloro che introdussero la residenza forzata nei ghetti.

Nel 1942, quando iniziò la soluzione finale, la polizia polacca divenne uno strumento essenziale delle politiche tedesche di sterminio nella Polonia occupata. Gli ufficiali polacchi presero parte a tutte le sanguinose azioni di liquidazione dei ghetti (e le conseguenti deportazioni di ebrei dai ghetti ai campi di sterminio). Più tardi, una volta liquidati i ghetti, gli ufficiali polacchi furono indispensabili per identificare e localizzare gli ebrei che erano riusciti a sfuggire alla deportazione. Ciò che emerge, nella ricostruzione di Grabowski, è l'elemento della collaborazione volontaria in cui i poliziotti "blu" dimostrarono di collaborare spontaneamente e con entusiasmo, dando la caccia e uccidendo gli ebrei senza coinvolgimento diretto dei tedeschi e senza ordini diretti.

Lo storico canadese-polacco sottolinea inoltre la presenza di non pochi poliziotti polacchi profondamente coinvolti nella lotta della resistenza contro i tedeschi, concludendo che in molti casi l'essere un buon patriota polacco non impediva di essere anche uno spietato assassino di ebrei: non esisteva contraddizione visibile e evidente tra questi due ruoli. Va ricordato che in Polonia il movimento partigiano ebraico aveva un'organizzazione autonoma, proprio a causa del diffuso antisemtismo tra le formazioni partigiane e tra la popolazione locale (Manuela Consonni, L'eclisse dell'antifascismo. Resisenza, questione ebraica e cultura politica in Italia 1943-1989, Laterza 2015, 122).

Nel suo imponente studio, Grabowski ricostruisce le azioni dei poliziotti, membri delle unità investigative d'élite pre-belliche, che furono incorporate nelle strutture della Kripo (KriminalPolizei) tedesca - il cui capo Arthur Nebe rispondeva direttamente a Reinhard Heydrich (SS) - con nome di polizia criminale polacca, colloquialmente chiamata "Kripo polacca", che fu attiva negli anni 1940-1945 nel Governatorato Generale durante l'occupazione tedesca. Questi agenti, gestendo le proprie reti di informatori, si rivelarono particolarmente insidiosi per gli ebrei polacchi nel loro tentativo di sottrarsi alla deportazione e alla morte. Emanuel Ringelblum, il celebre storico, fondatore del gruppo Oneg Shabat, fu una delle loro moltissime vittime. Infine, il libro esamina i casi rari, ma significativi, di poliziotti polacchi che decisero, agendo contro gli ordini tedeschi e contro lo spirito di corpo dei loro stessi ufficiali - di aiutare e salvare gli ebrei.

Già nel 2016, settantuno anni dopo la fine della seconda guerra mondiale, il Ministero degli affari esteri polacco aveva diffuso un lungo elenco di "codici memoriali sbagliati" (blednekody pamieci), che avrebbero falsificato il ruolo avuto dalla Polonia nell'Olocausto, opera di storici - tra essi appunto Jan Grabowski - che con cattiva coscienza, presentavano i polacchi carnefici degli ebrei invece che vittime essi stessi dei nazisti. L'utilizzo di tali codici memoriali, affermava il Ministero polacco, doveva essere denunciato immediatamente ai rappresentati all'estero del governo polacco perché misure straordinarie potessero essere assunte contro coloro che ne facevano uso. Nel lungo elenco dei "codici memoriali sbagliati", erano incluse le seguenti espressioni: "genocidio polacco", "crimini di guerra polacchi", "omicidi di massa polacchi", "campi di internamento polacchi", " campi di lavoro polacchi " ma soprattutto ai fini dell'attuale polemica "partecipazione polacca all'Olocausto". (Jan Grabowski, The Polish Police. Collaboration in the Holocaust, Ina Levine annual Lecture United States Holocuast Memorial Museum, 2017, 1).

La polemica che esplose e vide coinvolti storici polacchi ed israeliani fu resa ancora più aspra dalla dichiarazione bilaterale del governo polacco e israeliano che introduceva nell'arena internazionale il bizzarro concetto di "antipolanismo" che le autorità polacche volevano fosse riconosciuto come un termine equivalente all'"antisemitismo"!

Grabowski fu accusato allora come oggi di antipatriottismo politico e non solo storiografico. In realtà, nel volere tenacemente ricostruire la storia per quella che è stata, egli dimostra solo di non temere nè la storia nè il passato. Nelle parole di Jan Grabowski: "Gli storici dell'Olocausto hanno un obbligo specifico verso questa tragica parte di storia. Sono i custodi della memoria di milioni di vittime innocenti. I cinici tentativi compiuti oggigiorno da vari governi per imporre le proprie narrazioni storiche devono essere contrastati con determinazione e forza".


Manuela Consonni è direttrice del Vidal Sassoon - Centro Internazionale per lo Studio dell'Antisemitismo, Università ebraica di Gerusalemme. Con questo articolo l'autrice inizia la sua collaborazione con Repubblica