La scuola e il tempo pieno, cinquant'anni dopo
Franco Lorenzoni , di FRANCO LORENZONINel 1970, si sperimentava per la prima volta il doposcuola. Un'occasione di ampliamento dello spazio educativo su cui adesso è il caso di tornare a riflettere. Investendo
Sono grandi gli sforzi che tante scuole stanno facendo in questi giorni per progettare la riapertura in sicurezza a settembre. Circolano tuttavia alcune proposte allarmanti riguardo alla possibilità di ridurre in diverse scuole le ore a 45 o 40 minuti, decurtando gli studenti di buona parte del loro diritto all’istruzione. Si tratta della più sbagliata e pigra delle soluzioni, perché invita implicitamente i docenti a non ripensare a fondo metodi e contenuti in una situazione di oggettiva emergenza, limitandosi ad accelerare l’attività didattica. In questo modo si sottrae tempo all’approfondimento, all’ascolto reciproco e al dialogo che, dopo tanta sofferta distanza, dovrebbe essere il principale luogo per ritrovarsi e riprendere una costruzione corale della conoscenza capace di coinvolgere tutti.
Il tempo, nell'educazione, svolge un ruolo determinante e vale la pena tornare a una storia di mezzo secolo fa, che potrebbe insegnarc…
Il tempo, nell'educazione, svolge un ruolo determinante e vale la pena tornare a una storia di mezzo secolo fa, che potrebbe insegnarc…
Sono grandi gli sforzi che tante scuole stanno facendo in questi giorni per progettare la riapertura in sicurezza a settembre. Circolano tuttavia alcune proposte allarmanti riguardo alla possibilità di ridurre in diverse scuole le ore a 45 o 40 minuti, decurtando gli studenti di buona parte del loro diritto all’istruzione. Si tratta della più sbagliata e pigra delle soluzioni, perché invita implicitamente i docenti a non ripensare a fondo metodi e contenuti in una situazione di oggettiva emergenza, limitandosi ad accelerare l’attività didattica. In questo modo si sottrae tempo all’approfondimento, all’ascolto reciproco e al dialogo che, dopo tanta sofferta distanza, dovrebbe essere il principale luogo per ritrovarsi e riprendere una costruzione corale della conoscenza capace di coinvolgere tutti.
Il tempo, nell'educazione, svolge un ruolo determinante e vale la pena tornare a una storia di mezzo secolo fa, che potrebbe insegnarci qualcosa su come affrontare le povertà educative, che il tempo della non scuola ha accresciuto a dismisura. Esattamente 50 anni fa, nel 1970, in sei scuole della periferia di Torino un gruppo di maestre e maestri impegnati e visionari chiesero al Comune di trasformare radicalmente il doposcuola. Non più assistenza allo svago e un pigro aiuto compiti per organizzare i pomeriggi dei figli di operaie e operai impegnati in fabbrica, ma la moltiplicazione per due del tempo scuola, con stesso ruolo e pari dignità a maestre e maestri del mattino e del pomeriggio.
La scuola elementare e media passava così da 24 a 40 ore settimanali. Una vera rivoluzione, prevista già dal 1962 con l'introduzione della Scuola Media Unica, ma mai attuata per la maledizione italiana di lasciare molto spesso le riforme a metà. Settanta operatori del Comune furono formati per divenire a pieno titolo insegnanti e contribuire a realizzare una scuola del tutto nuova. Nel tempo raddoppiato, infatti, c'era la possibilità di estendere a tutte le classi le sperimentazioni audaci e radicali che docenti come Daria Ridolfi e Fiorenzo Alfieri del Movimento di Cooperazione Educativa sperimentavano da anni: la tipografia in classe per stampare giornali scritti dai ragazzi, laboratori scientifici con allevamento di animali e poi corpo, arte e tanto teatro ispirato in quegli anni da sperimentazioni di partecipazione, portati nella scuola da un regista come Franco Passatore. Metodi efficaci per affrontare il grande problema della lingua in quartieri abitati quasi totalmente da famiglie del sud, giunte a Torino nella grande migrazione che portò milioni di meridionali a lavorare nelle fabbriche del nord.
Della qualità di quella scuola attiva si accorse un regista sensibile come Luigi Comencini, che volle concludere "I bambini e noi", una lunga e documentata inchiesta televisiva sulle drammatiche condizioni dell'infanzia, intervistando i ragazzi della scuola Nino Costa di Torino. A riguardare oggi quei filmati fa impressione la padronanza di linguaggio acquisita in quelle classi, ben descritta da un ragazzo di Brindisi con nove fratelli, che racconta d'essere stato bocciato due volte perché non capiva l'italiano, prima di incontrare un maestro "che ci fa discutere molto e io più parlo, più riesco a trovare le parole".
Sulla scorta del successo dell'esperienza torinese finalmente, l'anno seguente, il tempo pieno divenne legge dello stato trasformando profondamente la scuola elementare, che la portò a livelli di eccellenza ammirati in Europa. Ma ancora una volta la rivoluzione rimase a metà, anzi a un terzo, perché un inghippo inficiava la piena realizzazione della riforma fin dall'origine. Il tempo pieno fu infatti proposto per legge à la carte, solo su richiesta delle scuole, limitando drasticamente la sua diffusione al 32% delle classi e penalizzando totalmente le aree interne e le regioni meridionali. Ma per affinare la lingua in un costante dialogo che alleni ad articolare pensieri e connessioni, per moltiplicare i linguaggi favorendo l'inclusione di tutti ci vuole tempo, tanto tempo, e ricchezza e varietà di proposte culturali come si sperimentò con successo a Torino 50 anni fa. Molte organizzazioni del terzo settore impegnate a contrastare la dispersione scolastica oggi riunite nella rete EducAzioni, insieme al Forum Disuguaglianze Diversità e a diverse associazioni di docenti ci avvertono che la scuola così com'è, da sola, in troppe situazioni non ce la può fare. E allora è necessario promuovere ed estendere patti educativi territoriali e alleanze tra insegnanti, volontari, Asl, servizi e operatori del terzo settore radicati sul territorio, chiamando Comuni e Municipi a coordinare iniziative mirate in grado di ampliare e arricchire la qualità dell'offerta culturale nei tanti paesi e quartieri a rischio povertà, come si sta cominciando in diverse città tra cui Napoli e Milano.
Si tratta di aumentare da subito il tempo di apertura delle scuole, che possono avere l'ambizione di trasformarsi in centri di creazione culturale sempre aperti, capaci di promuovere e diffondere cultura attraverso processi di aggregazione e crescita di comunità già sperimentati, se si ha il coraggio e la lungimiranza di investire massicciamente in formazione. Si è aperta la grande discussione su come investire i miliardi destinati all'Italia dal recovery fund ed è evidente che solo mettendo al centro scuola, ricerca e formazione è possibile affrontare i rischi di impoverimento materiale e culturale portati della crisi.
La task force guidata da Patrizio Bianchi ha redatto un corposo documento con i risultati del lungo lavoro di inchiesta e audizione di tante realtà che si misurano con la questione educativa, ma finora non sembra che le proposte e conclusioni a cui sono giunti abbiano suscitato grande interesse da parte della Ministra, che pur aveva nominato quella commissione.
In quelle pagine si parla di anno costituente, come sarebbe giusto che fosse. Ma nessun anno costituente è credibile se decurtiamo il diritto all'istruzione sancito dall'articolo 34 della nostra Costituzione, riducendo invece di ampliare il tempo scuola nel tempo dell'emergenza.
Nella crisi che ogni giorno si aggrava stiamo rovesciando su figli e nipoti un debito pubblico di proporzioni gigantesche e allora il primo risarcimento che dobbiamo loro sta nell'investire massicciamente nella qualità e nel tempo di istruzione mettendo all'ordine del giorno, a 50 anni dalla sua istituzione, l'estensione del tempo pieno a tutto il territorio nazionale già nei prossimi cinque anni.
Il tempo, nell'educazione, svolge un ruolo determinante e vale la pena tornare a una storia di mezzo secolo fa, che potrebbe insegnarci qualcosa su come affrontare le povertà educative, che il tempo della non scuola ha accresciuto a dismisura. Esattamente 50 anni fa, nel 1970, in sei scuole della periferia di Torino un gruppo di maestre e maestri impegnati e visionari chiesero al Comune di trasformare radicalmente il doposcuola. Non più assistenza allo svago e un pigro aiuto compiti per organizzare i pomeriggi dei figli di operaie e operai impegnati in fabbrica, ma la moltiplicazione per due del tempo scuola, con stesso ruolo e pari dignità a maestre e maestri del mattino e del pomeriggio.
La scuola elementare e media passava così da 24 a 40 ore settimanali. Una vera rivoluzione, prevista già dal 1962 con l'introduzione della Scuola Media Unica, ma mai attuata per la maledizione italiana di lasciare molto spesso le riforme a metà. Settanta operatori del Comune furono formati per divenire a pieno titolo insegnanti e contribuire a realizzare una scuola del tutto nuova. Nel tempo raddoppiato, infatti, c'era la possibilità di estendere a tutte le classi le sperimentazioni audaci e radicali che docenti come Daria Ridolfi e Fiorenzo Alfieri del Movimento di Cooperazione Educativa sperimentavano da anni: la tipografia in classe per stampare giornali scritti dai ragazzi, laboratori scientifici con allevamento di animali e poi corpo, arte e tanto teatro ispirato in quegli anni da sperimentazioni di partecipazione, portati nella scuola da un regista come Franco Passatore. Metodi efficaci per affrontare il grande problema della lingua in quartieri abitati quasi totalmente da famiglie del sud, giunte a Torino nella grande migrazione che portò milioni di meridionali a lavorare nelle fabbriche del nord.
Della qualità di quella scuola attiva si accorse un regista sensibile come Luigi Comencini, che volle concludere "I bambini e noi", una lunga e documentata inchiesta televisiva sulle drammatiche condizioni dell'infanzia, intervistando i ragazzi della scuola Nino Costa di Torino. A riguardare oggi quei filmati fa impressione la padronanza di linguaggio acquisita in quelle classi, ben descritta da un ragazzo di Brindisi con nove fratelli, che racconta d'essere stato bocciato due volte perché non capiva l'italiano, prima di incontrare un maestro "che ci fa discutere molto e io più parlo, più riesco a trovare le parole".
Sulla scorta del successo dell'esperienza torinese finalmente, l'anno seguente, il tempo pieno divenne legge dello stato trasformando profondamente la scuola elementare, che la portò a livelli di eccellenza ammirati in Europa. Ma ancora una volta la rivoluzione rimase a metà, anzi a un terzo, perché un inghippo inficiava la piena realizzazione della riforma fin dall'origine. Il tempo pieno fu infatti proposto per legge à la carte, solo su richiesta delle scuole, limitando drasticamente la sua diffusione al 32% delle classi e penalizzando totalmente le aree interne e le regioni meridionali. Ma per affinare la lingua in un costante dialogo che alleni ad articolare pensieri e connessioni, per moltiplicare i linguaggi favorendo l'inclusione di tutti ci vuole tempo, tanto tempo, e ricchezza e varietà di proposte culturali come si sperimentò con successo a Torino 50 anni fa. Molte organizzazioni del terzo settore impegnate a contrastare la dispersione scolastica oggi riunite nella rete EducAzioni, insieme al Forum Disuguaglianze Diversità e a diverse associazioni di docenti ci avvertono che la scuola così com'è, da sola, in troppe situazioni non ce la può fare. E allora è necessario promuovere ed estendere patti educativi territoriali e alleanze tra insegnanti, volontari, Asl, servizi e operatori del terzo settore radicati sul territorio, chiamando Comuni e Municipi a coordinare iniziative mirate in grado di ampliare e arricchire la qualità dell'offerta culturale nei tanti paesi e quartieri a rischio povertà, come si sta cominciando in diverse città tra cui Napoli e Milano.
Si tratta di aumentare da subito il tempo di apertura delle scuole, che possono avere l'ambizione di trasformarsi in centri di creazione culturale sempre aperti, capaci di promuovere e diffondere cultura attraverso processi di aggregazione e crescita di comunità già sperimentati, se si ha il coraggio e la lungimiranza di investire massicciamente in formazione. Si è aperta la grande discussione su come investire i miliardi destinati all'Italia dal recovery fund ed è evidente che solo mettendo al centro scuola, ricerca e formazione è possibile affrontare i rischi di impoverimento materiale e culturale portati della crisi.
La task force guidata da Patrizio Bianchi ha redatto un corposo documento con i risultati del lungo lavoro di inchiesta e audizione di tante realtà che si misurano con la questione educativa, ma finora non sembra che le proposte e conclusioni a cui sono giunti abbiano suscitato grande interesse da parte della Ministra, che pur aveva nominato quella commissione.
In quelle pagine si parla di anno costituente, come sarebbe giusto che fosse. Ma nessun anno costituente è credibile se decurtiamo il diritto all'istruzione sancito dall'articolo 34 della nostra Costituzione, riducendo invece di ampliare il tempo scuola nel tempo dell'emergenza.
Nella crisi che ogni giorno si aggrava stiamo rovesciando su figli e nipoti un debito pubblico di proporzioni gigantesche e allora il primo risarcimento che dobbiamo loro sta nell'investire massicciamente nella qualità e nel tempo di istruzione mettendo all'ordine del giorno, a 50 anni dalla sua istituzione, l'estensione del tempo pieno a tutto il territorio nazionale già nei prossimi cinque anni.