William Kentridge. Nell’antro della Sibilla
Valeria Parrella , di VALERIA PARRELLAL’artista sudafricano raccoglie nella Galleria Lia Rumma di Milano le pagine dipinte, i video e gli schizzi del suo progetto dedicato alla mitica sacerdotessa. Un inno alla natura e alla forza del femminile
E' un lavoro che non vuole finire, Waiting for the Sybil: non può finire perché la Sibilla arriverà quando decide lei, e porterà con sé solo quelle parole che noi sapremo decodificare nei suoi segni.
Parrebbe questo – la non finitudine – il motivo che conduce William Kentridge al workshop omonimo realizzato a Johannesburg nel giugno 2019, poi alla performance teatrale presentata al Teatro dell’Opera di Roma a settembre del 2019 e, finalmente, all’esposizione nella galleria Lia Rumma di Milano, nell’ambito di Waiting for the Sibyl and other histories. Allestita prima del lockdown, poi chiusa, e da qualche giorno riaperta fino al 17 ottobre.
La sibilla ha molte tradizioni, Kentridge pare ricordarlo in Three sibyls, china su carta, per la verità su foglio qualunque, un foglio di un abbecedario, strappato, found: “trovato”. Pare ricordarlo dove ne riproduce tre, tra cui quella eterna di Michelangelo …
Parrebbe questo – la non finitudine – il motivo che conduce William Kentridge al workshop omonimo realizzato a Johannesburg nel giugno 2019, poi alla performance teatrale presentata al Teatro dell’Opera di Roma a settembre del 2019 e, finalmente, all’esposizione nella galleria Lia Rumma di Milano, nell’ambito di Waiting for the Sibyl and other histories. Allestita prima del lockdown, poi chiusa, e da qualche giorno riaperta fino al 17 ottobre.
La sibilla ha molte tradizioni, Kentridge pare ricordarlo in Three sibyls, china su carta, per la verità su foglio qualunque, un foglio di un abbecedario, strappato, found: “trovato”. Pare ricordarlo dove ne riproduce tre, tra cui quella eterna di Michelangelo …
E' un lavoro che non vuole finire, Waiting for the Sybil: non può finire perché la Sibilla arriverà quando decide lei, e porterà con sé solo quelle parole che noi sapremo decodificare nei suoi segni.
Parrebbe questo – la non finitudine – il motivo che conduce William Kentridge al workshop omonimo realizzato a Johannesburg nel giugno 2019, poi alla performance teatrale presentata al Teatro dell’Opera di Roma a settembre del 2019 e, finalmente, all’esposizione nella galleria Lia Rumma di Milano, nell’ambito di Waiting for the Sibyl and other histories. Allestita prima del lockdown, poi chiusa, e da qualche giorno riaperta fino al 17 ottobre.
La sibilla ha molte tradizioni, Kentridge pare ricordarlo in Three sibyls, china su carta, per la verità su foglio qualunque, un foglio di un abbecedario, strappato, found: “trovato”. Pare ricordarlo dove ne riproduce tre, tra cui quella eterna di Michelangelo Buonarroti, affrescata nella cappella Sistina, quella Delfica. In ognuna delle tradizioni è la profetessa del dio Apollo, vergine per essergli sfuggita, vivente nove vite da 110 anni, oppure rimpicciolita dalla vecchiaia e appesa all’antro di Cuma, destinata a non morire e a non conservar neppure la giovinezza. È proprio la Sibilla cumana che vaticina scrivendo le parole del dio su foglie di quercia, salvo poi queste foglie venir confuse dal vento e quindi non saper dire nulla, proprio nulla, agli esseri umani che la interrogano. E difatti: perché saperlo e come?
Quello che possiamo sapere noi, del mistero apollineo, Kentridge lo racconta in un unico segno ( che è “il” segno di Kentridge, quello che colpisce preciso gli occhi di chi lo guarda, e vi resta impresso per sempre) realizzato nel materiale che preferisce, ovvero in acciaio Leaf/Ampersand che si potrebbe immaginare pesante, e invece no: è leggero, aereo, e soprattutto è in movimento. È una “&” di 27 centimetri, il logogramma che unisce, arrivato in ogni lingua dal latino, che, a girarvi attorno, allinea due sue ale a formare una foglia. Però appunto: il visitatore deve muoversi, scegliere, allinearsi, cercare, non star fermo, ruotare.
Il movimento del ruotare è un movimento magico, qualunque cosa faccia perno al suo centro include un’ascesi, è il movimento delle tarantolate, delle baccanti, dei dervisci, delle danze orfiche, ovvero: di tutti i tramiti verso il dio. Dei messaggeri divini, dei loro profeti. È il movimento delle parole confuse dal vento nell’antro di Cuma.
Dunque Kentridge prima dipinge a china su fogli che non sono fogli qualunque: molte delle tavole in esposizione sono realizzate su pagine della Divina Commedia, altre su fogli di vocabolario, insomma su versi sparsi, parole che dovrebbero trovare un senso compiuto e invece lo perdono perché nulla ha senso se prescinde dal contesto: il posto del contesto è il posto della decodifica, e noi, lo ricordiamo, non saremo in grado di comprendere la Sibilla, dunque la aspettiamo.
I fogli (in italiano anche per meravigliosa etimologia che in inglese si perde) sono anche foglie, quelle su cui scrive la profetessa: il tramite vegetale è trasformazione, e quindi Kentridge la realizza sia nelle quattro grandi opere Learning on air, It’s too late now, Lone tree e It reminds me of something, quattro grandi alberi che allungano la loro parte aerea verso la silhouette delle acacie (gli alberi della savana), sia nell’affermazione Let them think I am a tree lascia loro credere che io sia un albero che compare scritta nel film di dieci minuti realizzato quest’anno in proiezione al piano terra, Or the shadow of a tree, “O l’ombra di un albero”.
Perché in arte visiva nel nome della rosa c’è la rosa e quindi la rappresentazione del significante è significato. Da qui i set di piccole sculture in bronzo dal nome inequivocabile: Lexicon, simili a caratteri tipografici. Da qui la serie degli undici Blue Rubrics: brevi messaggi sibillini in azzurro lapislazzulo che sono ciò che affermano. Due in particolare ci aiutano nell’attesa della Sibilla: God’s opinion is unknown, “L’opinione del dio è sconosciuta”, e Starve the algorithm, “Fai morire di fame l’algoritmo”, cioè non dargli modo di determinare niente.
Il ritorno all’indeterminatezza, ovvero la rinuncia alla finalità, allo scopo, in cambio della libertà, oppure (come suggerisce il catalogo di sala) il suo contrario, cioè l’alternarsi nel flipbook di profezie in cui un algoritmo implacabile indica l’esito del nostro destino. Infine c’è l’amore per le origini, per il Sudafrica, per l’Africa, che si ritrova sempre e che si può sviluppare solo, in arte, ritornando a esse da altrove, ritornandovi, come fa Kentridge, solo perché vi è un filo più sottile degli altri sotteso agli altri che regge il grande disegno, ed esso è ancora, riconoscibile nel segno che si trasforma. E come le querce diventano acacie, così la sibilla diventa una danzatrice africana travolta dalla danza estatica che la conduce, quasi come il vento conduce le foglie. Il passaggio è compiuto, e si realizza attraverso l’ombra proiettata, perché l’ombra è fedele e mentitrice ed è la tecnica con cui Kentridge divenne famoso, quella del film di animazione creato da disegni a carboncino (e che forse trova il suo esito più commovente all’ultimo piano espositivo della galleria Lia Rumma in Kaboom!, opera del 2018).
La danzatrice si dimena su uno sfondo di pagine e di motti, di versi e di alberi, sulle composizioni vocali di Nhlanhla Mahlangu. Infine il divino è quel movimento, il divino è femmina bellissima, terragna: la sibilla è lei, a noi non resta che indovinarne i segni.
Parrebbe questo – la non finitudine – il motivo che conduce William Kentridge al workshop omonimo realizzato a Johannesburg nel giugno 2019, poi alla performance teatrale presentata al Teatro dell’Opera di Roma a settembre del 2019 e, finalmente, all’esposizione nella galleria Lia Rumma di Milano, nell’ambito di Waiting for the Sibyl and other histories. Allestita prima del lockdown, poi chiusa, e da qualche giorno riaperta fino al 17 ottobre.
La sibilla ha molte tradizioni, Kentridge pare ricordarlo in Three sibyls, china su carta, per la verità su foglio qualunque, un foglio di un abbecedario, strappato, found: “trovato”. Pare ricordarlo dove ne riproduce tre, tra cui quella eterna di Michelangelo Buonarroti, affrescata nella cappella Sistina, quella Delfica. In ognuna delle tradizioni è la profetessa del dio Apollo, vergine per essergli sfuggita, vivente nove vite da 110 anni, oppure rimpicciolita dalla vecchiaia e appesa all’antro di Cuma, destinata a non morire e a non conservar neppure la giovinezza. È proprio la Sibilla cumana che vaticina scrivendo le parole del dio su foglie di quercia, salvo poi queste foglie venir confuse dal vento e quindi non saper dire nulla, proprio nulla, agli esseri umani che la interrogano. E difatti: perché saperlo e come?
Quello che possiamo sapere noi, del mistero apollineo, Kentridge lo racconta in un unico segno ( che è “il” segno di Kentridge, quello che colpisce preciso gli occhi di chi lo guarda, e vi resta impresso per sempre) realizzato nel materiale che preferisce, ovvero in acciaio Leaf/Ampersand che si potrebbe immaginare pesante, e invece no: è leggero, aereo, e soprattutto è in movimento. È una “&” di 27 centimetri, il logogramma che unisce, arrivato in ogni lingua dal latino, che, a girarvi attorno, allinea due sue ale a formare una foglia. Però appunto: il visitatore deve muoversi, scegliere, allinearsi, cercare, non star fermo, ruotare.
Il movimento del ruotare è un movimento magico, qualunque cosa faccia perno al suo centro include un’ascesi, è il movimento delle tarantolate, delle baccanti, dei dervisci, delle danze orfiche, ovvero: di tutti i tramiti verso il dio. Dei messaggeri divini, dei loro profeti. È il movimento delle parole confuse dal vento nell’antro di Cuma.
Dunque Kentridge prima dipinge a china su fogli che non sono fogli qualunque: molte delle tavole in esposizione sono realizzate su pagine della Divina Commedia, altre su fogli di vocabolario, insomma su versi sparsi, parole che dovrebbero trovare un senso compiuto e invece lo perdono perché nulla ha senso se prescinde dal contesto: il posto del contesto è il posto della decodifica, e noi, lo ricordiamo, non saremo in grado di comprendere la Sibilla, dunque la aspettiamo.
I fogli (in italiano anche per meravigliosa etimologia che in inglese si perde) sono anche foglie, quelle su cui scrive la profetessa: il tramite vegetale è trasformazione, e quindi Kentridge la realizza sia nelle quattro grandi opere Learning on air, It’s too late now, Lone tree e It reminds me of something, quattro grandi alberi che allungano la loro parte aerea verso la silhouette delle acacie (gli alberi della savana), sia nell’affermazione Let them think I am a tree lascia loro credere che io sia un albero che compare scritta nel film di dieci minuti realizzato quest’anno in proiezione al piano terra, Or the shadow of a tree, “O l’ombra di un albero”.
Perché in arte visiva nel nome della rosa c’è la rosa e quindi la rappresentazione del significante è significato. Da qui i set di piccole sculture in bronzo dal nome inequivocabile: Lexicon, simili a caratteri tipografici. Da qui la serie degli undici Blue Rubrics: brevi messaggi sibillini in azzurro lapislazzulo che sono ciò che affermano. Due in particolare ci aiutano nell’attesa della Sibilla: God’s opinion is unknown, “L’opinione del dio è sconosciuta”, e Starve the algorithm, “Fai morire di fame l’algoritmo”, cioè non dargli modo di determinare niente.
Il ritorno all’indeterminatezza, ovvero la rinuncia alla finalità, allo scopo, in cambio della libertà, oppure (come suggerisce il catalogo di sala) il suo contrario, cioè l’alternarsi nel flipbook di profezie in cui un algoritmo implacabile indica l’esito del nostro destino. Infine c’è l’amore per le origini, per il Sudafrica, per l’Africa, che si ritrova sempre e che si può sviluppare solo, in arte, ritornando a esse da altrove, ritornandovi, come fa Kentridge, solo perché vi è un filo più sottile degli altri sotteso agli altri che regge il grande disegno, ed esso è ancora, riconoscibile nel segno che si trasforma. E come le querce diventano acacie, così la sibilla diventa una danzatrice africana travolta dalla danza estatica che la conduce, quasi come il vento conduce le foglie. Il passaggio è compiuto, e si realizza attraverso l’ombra proiettata, perché l’ombra è fedele e mentitrice ed è la tecnica con cui Kentridge divenne famoso, quella del film di animazione creato da disegni a carboncino (e che forse trova il suo esito più commovente all’ultimo piano espositivo della galleria Lia Rumma in Kaboom!, opera del 2018).
La danzatrice si dimena su uno sfondo di pagine e di motti, di versi e di alberi, sulle composizioni vocali di Nhlanhla Mahlangu. Infine il divino è quel movimento, il divino è femmina bellissima, terragna: la sibilla è lei, a noi non resta che indovinarne i segni.