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Un uomo vede il fantasma della moglie. Scuola francese, 1870
  

La ricerca della felicità

Se la famiglia è luogo dell’amore incondizionato il capitalismo mina la fiducia che abbiamo negli altri. Il nuovo romanzo dello spagnolo Manuel Vilas
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«La vita è l’impossibilità di conoscere la vita», scrive Manuel Vilas ne La gioia, all’improvviso, con il quale è stato finalista al premio Planeta, uno dei più importanti riconoscimenti letterari spagnoli. Ma che altro è la scrittura se non il tentativo, testardo e fallimentare, di rendere possibile questa conoscenza?

I romanzi di Vilas, d’altronde, gravitano tutti attorno al mistero dell’esistenza: dato che non possono rivelarlo — agli umani non è concesso — si ostinano a interrogarlo fino all’ossessione. Non si tratta solo del mistero cosmico, ma dell’enigma che ogni singolo individuo rappresenta, tanto che non riusciamo a conoscere davvero nemmeno nostra madre, i nostri figli, nemmeno chi amiamo. Eppure, sebbene neanche quelli che ci hanno generati possano dire chi siamo, la loro morte scatena in noi un cortocircuito.

Da quando la voce della madre non pronuncia più il suo…
«La vita è l’impossibilità di conoscere la vita», scrive Manuel Vilas ne La gioia, all’improvviso, con il quale è stato finalista al premio Planeta, uno dei più importanti riconoscimenti letterari spagnoli. Ma che altro è la scrittura se non il tentativo, testardo e fallimentare, di rendere possibile questa conoscenza?

I romanzi di Vilas, d’altronde, gravitano tutti attorno al mistero dell’esistenza: dato che non possono rivelarlo — agli umani non è concesso — si ostinano a interrogarlo fino all’ossessione. Non si tratta solo del mistero cosmico, ma dell’enigma che ogni singolo individuo rappresenta, tanto che non riusciamo a conoscere davvero nemmeno nostra madre, i nostri figli, nemmeno chi amiamo. Eppure, sebbene neanche quelli che ci hanno generati possano dire chi siamo, la loro morte scatena in noi un cortocircuito.

Da quando la voce della madre non pronuncia più il suo nome, il narratore (che con l’autore condivide diverse caratteristiche, private e pubbliche, tali da suggerire che le due figure coincidano) smarrisce la propria identità; e, siccome i suoi genitori non hanno mai incontrato la sua attuale moglie, il matrimonio gli pare a tratti una bugia. La loro mancanza rende meno reale la realtà: nel dialogo incessante con questi due fantasmi, il figlio diventa fantasma a sua volta, perché non riesce a seppellirli, anzi trova nel lutto una forma di appagante e disperata dipendenza. Non c’è pace per chi è vivo. Il protagonista è spesso dominato dall’angoscia e da proiezioni suicide, ma non si ammazza per timore di deludere suo padre. Paradossalmente, è un morto a tenerlo attaccato alla vita.

Come il precedente In tutto c’è stata bellezza, caso editoriale internazionale, definito libro dell’anno da El Pais e tradotto in molte lingue, anche questa nuova opera — che ne è, se non il seguito, la conseguenza — ha il tono di una fluviale, spudorata confessione, disseminata di epifanie. Un aeroplanino di carta che sconfigge la gravità restando sospeso nell’aria prima di essere portato via dal vento simboleggia, per il narratore adolescente che lo contempla, l’ultimo istante di innocenza, un segno di morte che riempie di incanto. Non si può separare la vita dalla sua assenza, il terrore di esistere dalla paura della fine, l’amore dall’impulso di ferire, il dolore dalla gioia.

È questo il cuore del romanzo, l’inesausta ricerca della gioia, un sentimento primordiale, analfabeta, che prescinde dall’intelligenza, ed è sacro, come ogni mistero: soffiando dentro la materia, ne ha fatto scaturire la vita. Vi si arriva praticando una proustiana religione del passato, perché il significato più profondo dell’esistenza si compie soltanto nella memoria. Ricordare ci eleva «al di là della storia, della politica e dell’umiliazione», in particolare ricordare chi ci ha dato origine, perché è nella famiglia che si sperimenta il divino — lo si intravede nel volto dei propri figli, o per pochi secondi nel cadavere del proprio padre — , ed è la famiglia con il suo amore incondizionato l’unico luogo libero dal capitalismo.

Al capitalismo, che ruba la gioia minando ogni fiducia nell’altro, Vilas dedica diverse riflessioni: «I mutui con cui la gente paga le case che compra sono stipulati con un’estensione temporale a immagine e somiglianza della distruzione della vita»; questa somiglianza «è quasi una poesia, una forma di armonia del capitalismo». Altrettante riflessioni riguardano la Spagna, la «puzza del sottosviluppo» che rimane addosso anche quando ci si emancipa dalla propria condizione sociale, dal cattolicesimo, dal franchismo, quasi si appartenesse per sempre alla «società più retrograda d’Europa». Il protagonista prova vergogna e insieme orgoglio verso il proprio Paese, perché lì sono nati suo padre e sua madre, e perché la Spagna è anche Garcia Lorca, «il più grande poeta dell’universo», che in un buffo sogno suona il pianoforte mentre tutti i familiari del narratore sono riuniti: i genitori sono vivi e giovani, i figli hanno la stessa età dei nonni e tutti attendono, seduti a un chiosco sulla spiaggia, che sia servita la paella.

Scritto durante un tour promozionale dal Portogallo agli Stati Uniti, in stanze d’albergo dove chi dice io cerca la restituzione della sua camera di bambino, l’infanzia perduta, addirittura il riparo del ventre materno («Torno al suo sangue, da cui non sarei mai dovuto uscire»), La gioia, all’improvviso è un romanzo sull’innocenza del male, che non ha colpa perché è connaturato all’esistenza, e perché ciò che non riesce a distruggerci può diventare gioia. Soprattutto, è la pietosa messa a nudo di quel che siamo noi umani: «un anelito di ritorno, di riconsegna alla carne»; una schiera di mendicanti d’amore, disposti persino a inventarci un essere onnipotente interessato alla nostra sorte, pur di sentirci amati.