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Caravaggio, Adorazione dei pastori 

A Messina oltre lo Stretto c’è Caravaggio

È la città siciliana dove si passa e non ci si ferma perché “non c’è niente”. Eppure ospita due tele del Merisi ed è cuore della grande letteratura
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«Il sole tramontò quattro volte sul suo viaggio e alla fine del quarto giorno, che era il quattro di ottobre del millenovecentoquarantatre, il marinaio, nocchiero semplice della fu regia Marina ‘Ndrja Cambrìa arrivò al paese delle Femmine, sui mari dello scill’e cariddi». È l’incipit di uno dei capolavori del Novecento italiano, Horcynus Orca di Stefano D’Arrigo, ed è anche l’approdo in una regione che non si trova in nessuna cartina politica, quella dello Stretto che separa la Sicilia dalla penisola, il mar Jonio dal mar Tirreno, Reggio Calabria da Messina.

«A Messina non c’è niente», dicono quelli che la valicano senza guardarla per andare a fare le vacanze in Sicilia, e cosa ancora più grave certi messinesi stessi, anomala tipologia di siciliani che per ciò che riguarda il proprio territorio non conosce la bummagarìa, il vantarsi, e invece magari un poco potre…
«Il sole tramontò quattro volte sul suo viaggio e alla fine del quarto giorno, che era il quattro di ottobre del millenovecentoquarantatre, il marinaio, nocchiero semplice della fu regia Marina ‘Ndrja Cambrìa arrivò al paese delle Femmine, sui mari dello scill’e cariddi». È l’incipit di uno dei capolavori del Novecento italiano, Horcynus Orca di Stefano D’Arrigo, ed è anche l’approdo in una regione che non si trova in nessuna cartina politica, quella dello Stretto che separa la Sicilia dalla penisola, il mar Jonio dal mar Tirreno, Reggio Calabria da Messina.

«A Messina non c’è niente», dicono quelli che la valicano senza guardarla per andare a fare le vacanze in Sicilia, e cosa ancora più grave certi messinesi stessi, anomala tipologia di siciliani che per ciò che riguarda il proprio territorio non conosce la bummagarìa, il vantarsi, e invece magari un poco potrebbe bazzicarla.

A Messina non c’è niente, a parte l’ambientazione di un romanzo paragonabile all’Ulisse di Joyce. La traversata del Fretum Siculum o Bosforo d’Italia, come nei secoli è stato chiamato, ha meritato righe altissime e versi nobili e scene tragiche o comiche tutte per sé — da Omero a Vincenzo Consolo, da Giovanni Pascoli ad Andrea Camilleri. A Messina non c’è niente, però c’è lo Stretto, e già ci avviciniamo all’onestà, però attenzione a non fermarsi neppure lì.

Dopo il terremoto del 1908 che in meno di quaranta secondi ha raso al suolo le due città dirimpettaie nate dai greci (Rhegium e Zancle-Messàna), causato oltre centomila morti e spazzato via svariati secoli di architettura, questo Stretto, che fa la sua prima apparizione letteraria nel dodicesimo canto dell’Odissea, con la sua magnificenza naturale rischia di fagocitare tutto il resto.

Certo, le leggende millenarie dei due mari, dalla fata Morgana che inganna i viaggiatori con i giochi di luce alle sirene che cantando tentarono Ulisse, sono atomi e molecole dell’anima di un territorio fatto di acqua e terra, ma c’è anche altro oltre alle onde increspate da scirocco, libeccio e ponentino. C’è altro, a destra e a sinistra e a nord dell’arteria più attraversata della Sicilia, il torrente Boccetta (le strade di Messina portano nomi di fiumi interrati) che conduce dai due porti all’imbocco dell’autostrada. C’è, morta e risorta molte volte, una città.

A Messina non c’è niente, a parte due tele di Caravaggio, L’Adorazione dei pastori e La resurrezione di Lazzaro. Ma per andare a visitarle al museo (insieme a un dipinto di Antonello e altre sorprese che non scriverò), a Messina bisogna fermarsi e non farsi bastare la distratta occhiata a certi brutti palazzi tirati su malamente negli ultimi settant’anni. In un altro anno ’08, meno citato e meno conosciuto di quello del 1900, ovvero quello del 1600, Michelangelo Merisi in fuga da Malta, nel suo soggiorno siciliano, si fermò a Messina per quasi un anno; si accompagnava a un cane randagio, usava una tela come tovaglietta da pranzo e dipinse, su commissione, due capolavori (uno lo distrusse e poi lo ridipinse, perché non gli andava a genio la prima versione).

Al centro della città, il campanile del duomo dietro un’aria straniera da guglia nordica in un’isola di inquiete onde barocche e cupole catalane nasconde l’orologio meccanico e astronomico più complesso e più grande del mondo. Non c’è mezzogiorno che non chiuda gli occhi per stare lì, in quel luogo dove, dicono, non c’è niente. Quando le due lancette si sovrappongono, le leve e i contrappesi delle statue in bronzo aprono un concerto sacro e pagano di suoni e scene in movimento: il leone ruggisce, sfilano la morte e la vita, due donne, Dina e Clarenza, suonano le campane come fecero nei Vespri per salvare la città dall’assedio angioino, all’orizzonte compare la chiesa di Montalto. Alla fine di quest’opera teatrale che si ripete, identica, tutti i giorni alla stessa ora, parte l’Ave Maria di Schubert.

Quando l’università era in centro e non era ancora stata spostata sulla collina dell’Annunziata, mi accostavo ai vetri per sentirla, come mi aveva insegnato la mia professoressa delle medie, che spalancava le finestre per lasciare entrare la musica e sperare che riempisse, al posto delle nostre mani svogliate, i quaderni di temi e di riassunti. A Messina non c’è niente, però a mezzogiorno i viaggiatori di certe navi da crociera ormeggiate in città come auto parcheggiate dai palazzi, possono sentire Schubert davanti alla fontana di Orione firmata da Giovanni Angelo Montorsoli, allievo di Michelangelo.

Potrei continuare a lungo, portando alta quella bummagarìa che sento, a ragione, di poter rivendicare, ma non mi resterebbe spazio per la rabbia, e la rabbia è importante non dimenticarla, è un sentimento trasformativo. Perché è vero, in un modo o in un altro, che a Messina non c’è niente: niente di quello che ci potrebbe essere.

Non bastano le granite più buone con la panna più buona, una pasticceria devota alla crema francese e più inusuale di quella alla ricotta diffusa più a sud e più a ovest, non bastano i panifici dove comprare la focaccia con la tuma e la scarola o i pidoni fritti (che a Siracusa chiamano “le siciliane”), non bastano le braciole di carne, di spada, di melanzane (che in tutto il resto d’Italia chiamano involtini) a narcotizzare la rabbia con uno scorretto attacco al palato.

Il porto militare, quella falce che si ripiega su di sé e che è la vera peculiarità, il vero cuore di Messina, è da troppo tempo inaccessibile agli abitanti. Che ai messinesi sia preclusa la zona falcata, il braccio di terra in mezzo al mare, è solo la superficie più evidente di una serie di problemi legati all’incuria o al disamore, alla sciatteria e a un intollerabile compiaciuto decadentismo. Il rapporto intimo e amoroso con la storia della città in cui sono nata è intessuto di un sentimento politico di ribellione per tutti gli sguardi che non ha avuto. Non è vero che a Messina non c’è niente, è che manca tutto il resto.