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La protesta delle madri di Portland, Oregon, contro la violenza della polizia nei confronti dei cittadini neri (afp)

"La cancel culture? JK Rowling ci ha costruito la carriera"

Parla la scrittrice Phoebe Maltz Bovy tra le firmatarie, insieme alla creatrice di Harry Potter, dell'appello di Harper's Magazine. "Ho sottoscritto quel documento ma non condivido tutto. Impossibile cancellare le persone famose che peccano di razzismo. A pagare è solo la gente comune"
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Il giorno in cui la scrittrice americana Phoebe Maltz Bovy ha sottoscritto la lettera della rivista Harper's Magazine "a difesa del libero scambio di idee e opinione", non pensava potesse finire al centro di uno dei dibattiti pubblici più caldi negli Stati Uniti. Invece l'iniziativa della rivista, di cui è una dei 153 firmatari, è oggi sulla bocca di tutti perché contrario alla nozione di Cancel Culture. La Cancel Culture un movimento che, attraverso la condivisione di massa di appelli sui social media, richiede la cancellazione e l'eliminazione del ruolo pubblico di chi è stato protagonista di un'esternazione o una dichiarazione razzista o offensiva, con l'obiettivo di reprimere le forme di discriminazione che avvengono negli Stati Uniti.

Uno degli esempi più famosi è legato alla campagna #MuteRKelly, nata con l'obiettivo di danneggiare le entrate economiche del cantante R-Kelly e farlo incriminare pe…
Il giorno in cui la scrittrice americana Phoebe Maltz Bovy ha sottoscritto la lettera della rivista Harper's Magazine "a difesa del libero scambio di idee e opinione", non pensava potesse finire al centro di uno dei dibattiti pubblici più caldi negli Stati Uniti. Invece l'iniziativa della rivista, di cui è una dei 153 firmatari, è oggi sulla bocca di tutti perché contrario alla nozione di Cancel Culture. La Cancel Culture un movimento che, attraverso la condivisione di massa di appelli sui social media, richiede la cancellazione e l'eliminazione del ruolo pubblico di chi è stato protagonista di un'esternazione o una dichiarazione razzista o offensiva, con l'obiettivo di reprimere le forme di discriminazione che avvengono negli Stati Uniti.

Uno degli esempi più famosi è legato alla campagna #MuteRKelly, nata con l'obiettivo di danneggiare le entrate economiche del cantante R-Kelly e farlo incriminare per abusi sessuali, dei quali è stato a lungo accusato. L'ultimo finito nella bufera è stato invece il capo-editor della sezione opinioni del New York Times, James Bennet, costretto alle dimissioni dopo accese polemiche dentro e fuori la redazione, per aver ospitato, senza leggerlo prima, il discutibile articolo del Senatore repubblicano Tom Cotton, che chiedeva l'utilizzo dell'esercito per sedare le proteste contro le discriminazioni razziali dopo la morte di George Floyd.
 
La lettera dei 153 intellettuali e scrittori su Harper's Magazine è stata vista come una critica alla nozione di Cancel Culture, contro quelle che nell'appello vengono definite come "richieste di tempestive e dure punizioni in risposta a quelli che vengono percepiti persino come sbagli di parola o di pensiero". Una lettera che ha già attirato diverse critiche. "E temo che il nostro appello abbia purtroppo perso di vista il suo obiettivo", dice Phoebe Maltz Bovy, che spiega: "Le polemiche personali nei confronti dei firmatari più famosi stanno prendendo il proscenio, mentre del tema per cui la lettera è nata se ne continua a non discutere".
 
Come descriverebbe la Cancel Culture? 
"È una nozione che serve a reprimere le forme di discriminazione attraverso l'eliminazione del ruolo pubblico di chi, di quell'episodio di razzismo, ne è stato protagonista. Il rischio però in questo modo è di marchiare per sempre la vita di tante persone, anche comuni, per un singolo episodio".
 
In un suo articolo sul Washington Post parla di un paradosso della lettera contraria a Cancel Culture, di cui lei stessa è firmataria.
"Sì, perché molti di coloro che hanno firmato la lettera, quelli famosi, e che sono oggetto degli attacchi della Cancel Culture per ciò che hanno detto in passato, in realtà stanno avendo un ritorno d'immagine e ne stanno facendo una questione personale, più che di principio".
 
A chi si riferisce?
"A persone come Jessie Singal e JK Rowling. Tanti hanno costruito una carriera sull'essere controversi e adesso stanno convergendo questo dibattito nella direzione sbagliata: su loro stessi, non sul tema".
 
Perché ha citato quei nomi?
"Personaggi del genere sono impossibili da cancellare, sono troppo famosi. E più si parla di loro, anche in negativo perché attaccati, più diventano influenti all'interno del dibattito. Ma la lettera non deve avere l'intento di parlare di loro".
 
Perché l'ha firmata, quindi?
"Perché credo nella libertà d'espressione e non penso che cancellare chi ha fatto un errore sia la risposta per risolvere i problemi di discriminazione".
 
Sapeva che avrebbe firmato con quei nomi?
"No".
 
C'è quindi una scissione tra firmatari?
"Sì. La maggior parte di noi conduce una vita normale. Io sono una semplice scrittrice freelance e faccio due o più lavori e ho firmato la lettera non pensando a me stessa, ma a coloro che vengono attaccati per aver espresso un'opinione".
 
Quindi anche il cittadino comune può essere affetto dalla Cancel Culture?
"Lo sono soprattutto cittadini comuni con una vita privata e che diventano virali sui social all'improvviso, spesso per aver commesso uno sbaglio: penso ci si debba concentrare su di loro".
 
Un esempio?
"Una donna americana, due anni fa, a una festa di Halloween del Washington Post si dipinse il viso di nero, credendo di esprimere solidarietà verso la comunità afroamericana".
 
Il blackface è considerato un gesto razzista e molti glielo fecero notare, però.
"Il suo fu un errore grave. Ma siamo sicuri che tirare fuori la notizia due anni dopo, licenziando la donna per questo e cancellandola dal mercato del lavoro, sia servito per educarla sul tema?"
 
Vede similitudini con l'episodio della donna che a Central Park si rese protagonista di un attacco razzista nei confronti di un afroamericano?
"No, perché quella è stata un'ignobile aggressione in un contesto pubblico. Esiste lo stesso però".
 
Che sarebbe?
"Non credo che aver perso tutto a causa di quel video virale le sia servito a comprendere il razzismo delle sue parole. Perché sì, persone come lei perdono davvero tutto, compreso il lavoro, quando diventano famose. Ma non penso sia utile".
 
Gli interpreti della Cancel Culture rivendicano però che boicottare brand e chiedere giustizia per episodi di razzismo sia frutto proprio della libertà d'espressione. Non crede?
"Sì, ma un conto è boicottare un brand o un manager per posizioni discriminatorie, un altro è mettere in pasto l'identità di persone comuni che hanno commesso uno sbaglio".
 
Come si può proteggere la libertà d'espressione, quando è legata alla diffusione di esternazioni esplicitamente razziste?
"L'obiettivo per me deve essere di cancellare lo sbaglio ed educare le persone, non di cancellare le persone che lo hanno commesso".
 
Qual è quindi il principio cardine, secondo lei?
Chi considera le persone come esseri umani e crede nei loro diritti, al di là dell'orientamento sessuale o del colore della pelle, se compie un errore nell'evoluzione del suo pensiero non può essere cancellato per un video amatoriale. Deve riflettere su cos'ha fatto, eventualmente".
 
E chi discrimina in modo sistematico?
"Non può avere spazio di redenzione e può anche perdere il lavoro, perché incapace di comprendere il principio d'umanità che ci lega".
 
La Cancel Culture vede questi come due volti dello stesso razzismo però.
"Io no. E la lettera che ho sottoscritto protegge l'idea che si debba essere liberi di dire la propria opinione senza il timore di finire in un calderone che metta tutti gli errori sullo stesso piano. Altrimenti non risolveremo mai nulla e a trionfare saranno coloro che non vogliono parlare di loro stessi e non dei principi".