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 L'artista francese Tatiana Trouvé a Venezia nel 2011 

Quote rosa al museo

Le artiste esposte alla Galleria Nazionale di Roma dovranno essere almeno il 30 per cento del totale. Lo dice la direttrice Cristiana Collu mentre prepara una grande mostra “in cui gli uomini non ci saranno”
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L'altra metà dell’arte sta per diventare anche l’altra metà del museo. Nei prossimi mesi, la Galleria Nazionale di Roma cambierà gradualmente il proprio allestimento, inserendo nel contesto opere di artiste rimaste nei depositi o appena acquisite. Dal 10% la percentuale delle donne esposte passerà almeno al 30. La decisione di Cristiana Collu, direttrice dal 2015, è anche la nuova tappa del progetto Women Up, che culminerà con la mostra tutta al femminile in programma dal 22 marzo 2021. Io dico Io (a cura di Cecilia Canziani, Lara Conte e Paola Ugolini) citerà nel titolo la femminista Carla Lonzi — la Galleria ne custodisce l’archivio — e raccoglierà una quarantina di artiste, tra cui Monica Bonvicini, Ludovica Carbotta, Marzia Migliora, Paola Pivi, Tatiana Trouvé, ma anche la veterana 96enne Lisetta Carmi. "Le scuse alle donne non sono sufficienti — dice Collu — C’&…
L'altra metà dell’arte sta per diventare anche l’altra metà del museo. Nei prossimi mesi, la Galleria Nazionale di Roma cambierà gradualmente il proprio allestimento, inserendo nel contesto opere di artiste rimaste nei depositi o appena acquisite. Dal 10% la percentuale delle donne esposte passerà almeno al 30. La decisione di Cristiana Collu, direttrice dal 2015, è anche la nuova tappa del progetto Women Up, che culminerà con la mostra tutta al femminile in programma dal 22 marzo 2021. Io dico Io (a cura di Cecilia Canziani, Lara Conte e Paola Ugolini) citerà nel titolo la femminista Carla Lonzi — la Galleria ne custodisce l’archivio — e raccoglierà una quarantina di artiste, tra cui Monica Bonvicini, Ludovica Carbotta, Marzia Migliora, Paola Pivi, Tatiana Trouvé, ma anche la veterana 96enne Lisetta Carmi. "Le scuse alle donne non sono sufficienti — dice Collu — C’è un nuovo ordine da costruire, a partire dal linguaggio visivo che promuove un discorso brutale sulla sessualità in cui la donna è ancora un oggetto".

Cristiana Collu, esiste ancora una questione femminile nel mondo dell’arte?
"La questione esiste come esiste una questione femminile ovunque. Non si tratta di teoria. Il tema si pone guardando alle cose, alle domande fatte, come quella di Linda Nochlin, che nel 1971 si chiedeva: 'perché non ci sono grandi artiste nella storia dell’arte?'. Il quesito resta valido. I numeri parlano. Si tratta di un problema di possibilità di accesso al potere. Il patriarcato è un monolite che si inizia a scalfire. Bisogna disfare senza distruggere, direbbe Luisa Muraro. Non so se sia possibile, ma dobbiamo provarci. In questo momento sono una donna al vertice di un’istituzione: se non me ne occupo io, chi dovrebbe farlo?".

In Italia da tempo le direttrici dei musei sono tante e in posti di eccellenza. Ottant’anni fa Fernanda Wittgens iniziò a guidare Brera. La prossima direttrice della Biennale d’Arte sarà una donna, Cecilia Alemani.
"Sa perché ce ne sono tante? Perché si tratta di un mestiere della cura. E la cura nel nostro Paese è sempre stata considerata alla stregua dell’accudimento. Le donne ai vertici dei musei si giustificano anche per il percorso di studi dove c’è una prevalenza femminile. Il problema non è la quantità di direttrici, ma la scarsa rappresentanza delle artiste, le stesse che contribuiscono a costruire un immaginario fatto di desideri e di aspettative. Tutto questo è ancora in mano agli uomini. Sono preoccupata per le giovani donne sempre più consapevoli, ma sempre più slegate da una genealogia femminile che non ha saputo trasmettere un’eredità. Oggi il termine “femminista” è divisivo, ma dobbiamo poter usare le parole che abbiamo, inventarne di nuove e smettere di essere rassicuranti".

A ottobre sarà inserito nell’allestimento della collezione un significativo numero di opere di artiste. Ora ne sono esposte solo 17 (il 10% del totale). 
"Entro marzo 2021 farò schizzare alle stelle la percentuale delle artiste. Le nuove acquisizioni del museo segnano una crescita importante in questo senso. In più sono state individuate tutte le artiste tra Ottocento e Novecento già presenti in collezione, ma quasi 'invisibili'. Sono meno note, ma il museo deve promuovere quello che si conosce già o dare delle chance? Non vedrete uncinetti e bei paesaggi. Si scoprirà la capacità delle donne dell’arte di tracciare un racconto del proprio tempo. Finora abbiamo segnalato l’opera delle artiste con sparute didascalie, arriveremo a far sì che la rappresentanza femminile superi il 30 per cento: sarà un caso eccezionale, non solo per l’Italia".

Insomma, le quote rosa entrano nel museo. Ma è davvero necessario?
"Quote rosa? È un problema di linguaggio. Se, per fare in modo che le cose avvengano, bisogna renderle obbligatorie, allora sono favorevole. Per abbattere gli stereotipi è necessario porre il problema della rappresentanza: al museo come nei libri di testo scolastici".

Lo spazio dato alle donne in quanto donne non rischia di risolversi in un eccesso di politicamente corretto?
"L’eccesso di politicamente corretto si trova nelle vuote scuse alle donne e alle minoranze in genere. Il problema vero è dare realmente voce alle complessità e alle differenze. Nella realtà spietata del tardocapitalismo permane un sistema di diseguaglianze che vede le donne come oggetti significativi".

Esiste uno specifico femminile che distingue un’artista donna da un uomo?
"Non lo so se esiste. Così come si intende oggi è scabroso dirlo. Non perché io neghi lo specifico delle donne. Ma questo specifico è ancora carico di cose di cui le donne stesse vogliono liberarsi". 

C’è un’artista che desidererebbe avere in collezione e che non ha?
"Marina Abramovi?. Espose alla Galleria Nazionale nel 1993. Sarebbe importante che le fotografie della sua performance facessero parte della collezione. Stiamo lavorando per acquisirle. È un’icona. Quando l’abbiamo premiata, lo scorso anno, sollevò il trofeo assumendo la posa della statua della libertà. Era un gesto consapevole, potente, di una donna che si è messa in gioco tutta la vita". 

Le donne e i musei. Che cosa c’entra Chiara Ferragni agli Uffizi con tutto questo?
"È venuta da noi in Galleria l’anno scorso e ha postato le sue foto. Anche noi ci siamo avvalsi di influencer: per muoversi su determinati canali è necessario. Va bene la comunicazione, ma poi sono importanti i progetti di lunga durata".

La mostra del 2021 prevede soltanto donne. E gli artisti uomini, adesso? Devono starsene in panchina a pagare il conto lasciato in sospeso dal maschilismo di Picasso?
"Gli uomini sono comunque una parte chiamata in causa. Ma per questa mostra andavano esclusi. Resteranno a guardare, per una volta. Sarà un gesto radicale, ma anche divertente. Non è la bellezza che salverà il mondo. Ma la risata di una donna".