È considerato uno degli astri del fumetto "intellettuale" americano ed è tra gli autori di punta del New Yorker ma, nonostante questo, nel nuovo graphic novel racconta le disavventure comiche, assurde e grottesche che possono capitare a un artista. Di questo libro il "guru" Alan Moore ha scritto: "È il più onesto e acuto ritratto di un sistema con il quale non vorrei avere più nulla a che fare”
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Prima di prendere in mano questo libro pensate: quando è stata l’ultima volta in cui ci siamo sentiti feriti o, peggio, umiliati, oppure, peggio ancora, derisi? Capita a tutti, certo. Ma non è una bella sensazione. Il nuovo graphic novel di Adrian Tomine, La solitudine del fumettista errante, vi dice una cosa importante: non siete soli. Si apre con il piccolo Adrian che arriva in una nuova scuola a Fresno, California. La maestra lo presenta ai compagni e gli chiede che cosa vorrebbe fare da grande. Alla sua risposta “Vorrei diventare un fumettista famoso”, replica: “Famoso come Walt Disney?”, “No, come John Romita”. “Ah e chi sarebbe?”, “John Romita è in assoluto il miglior disegnatore dell’Uomo Ragno di tutti i tempi, anche se non è stato lui a creare l’Uomo Ragno ma Stan Lee insieme a un disegnatore di nome Steve Ditko che adoro, anche se non quanto…”. Risate. “Va b…
Prima di prendere in mano questo libro pensate: quando è stata l’ultima volta in cui ci siamo sentiti feriti o, peggio, umiliati, oppure, peggio ancora, derisi? Capita a tutti, certo. Ma non è una bella sensazione. Il nuovo graphic novel di Adrian Tomine, La solitudine del fumettista errante, vi dice una cosa importante: non siete soli. Si apre con il piccolo Adrian che arriva in una nuova scuola a Fresno, California. La maestra lo presenta ai compagni e gli chiede che cosa vorrebbe fare da grande. Alla sua risposta “Vorrei diventare un fumettista famoso”, replica: “Famoso come Walt Disney?”, “No, come John Romita”. “Ah e chi sarebbe?”, “John Romita è in assoluto il miglior disegnatore dell’Uomo Ragno di tutti i tempi, anche se non è stato lui a creare l’Uomo Ragno ma Stan Lee insieme a un disegnatore di nome Steve Ditko che adoro, anche se non quanto…”. Risate. “Va bene ragazzi calmatevi”. Le risate aumentano. “Stupidi idioti”, grida il piccolo Adrian. Da quel momento verrà regolarmente bullizzato tutti i giorni. Era il 1982. Adrian aveva otto anni. Era solo l’inizio.
È davvero successo che a scuola i ragazzi ridevano di lei quando ha detto che il suo artista preferito era John Romita? Forse era perché preferivano Jack Kirby!
«No, non credo proprio. Ridevano perché stavo divagando su cose di cui non gli interessava nulla!».
A otto anni era già molto appassionato di fumetti: a che età ha incominciato a disegnare?
«A due anni. E persino a quell’età cercavo di fare una sorta di fumetto» .
Le sue prime influenze sono state i supereroi: quali in particolare?
«Tra quelli che più amavo c’erano Spider-Man, gli X-Men, Wolverine, Moon Knight, Silver Surfer…» .
Poi immagino ci siano stati il mondo del fumetto indipendente e del graphic novel…
«Sì, ho scoperto cose come Neat Stuff, RAW e Love & Rockets quando avevo undici o dodici anni. La scoperta è avvenuta semplicemente guardando tra gli albi di una diversa sezione rispetto a quella dei supereroi nella fumetteria vicino a casa. Credo di essere stato molto fortunato perché, proprio quando il mio interesse per il mondo dei comics della mia infanzia stava cominciando a dileguarsi, ho scoperto che ne esisteva un altro diverso e tutto da scoprire».
Da un po’ di anni in tutto il mondo si parla del geki-ga, un tipo di fumetto giapponese degli anni Settanta, realistico e crudo. Lei è stato uno dei principali artefici di questa riscoperta grazie alla sua cura dell’opera di Yoshihiro Tatsumi.
«Non ho alcun merito per la riscoperta del geki-ga. Ci sono molti altri fumettisti, case editrici e studiosi che di quel mondo sanno assai più di me e che hanno fatto di più per portare attenzione a quegli artisti. Io sono semplicemente un grande fan del lavoro di Tatsumi e, siccome negli Stati Uniti non era stato tradotto tutto, ho realizzato questo progetto».
Come racconta nei suoi lavori lei è di origine giapponese. Parla anche la lingua?
«Purtroppo no. Sia i miei genitori sia i miei nonni erano americani».
Che cosa l’ha affascinata di Tatsumi? In chiusura della sua raccolta di racconti Morire in piedi c’è una storia dedicata a lui, intitolata “Intrusi”…
«Io amo in particolare le storie di Tatsumi di fine degli anni Sessanta. Erano grintose, realistiche, pessimistiche, divertenti e spesso basate sulla realtà. Erano permeate da un cinismo terrificante e da un grande humor nero. E poi lui era un artista straordinariamente dotato. I suoi personaggi, persino nelle storie più brevi, prendevano letteralmente vita nella pagina».
Ci sono altri artisti giapponesi che ama?
«Certo, troppi per una lista. Ma voglio almeno nominare Yoshiharu Tsuge e Suiho Tagawa».
Tornando a La solitudine del fumettista errante, qui lei racconta una serie di umiliazioni subite nel corso della carriera che spiegano molto bene la crudeltà di questo mondo ma non solo: purtroppo temo che ogni tipo di lavoro porti con sé qualcosa del genere. Perché ha deciso di raccontarle?
«Perché credo che sia il modo di tirare fuori qualcosa di buono da una pessima situazione. Se questi ricordi esistessero solamente nella mia mente, credo che comincerebbero a farmi sentire piuttosto depresso. Ma usandoli per ridere, sia pure a mie spese, mi sembra di riuscire in qualche modo a controllarli».
Di questo libro Alan Moore, uno dei più grandi autori di graphic novel con opere come Watchmen, ha scritto che è: “Il più onesto e acuto ritratto di un sistema con il quale non vorrei avere più nulla a che fare”. La cosiddetta cultura “geek”, quella che lei definisce all’inizio del libro “la mia gente”, ovvero gli appassionati di fumetto, anime, film, musica, tecnologia e così via, può essere una comunità in cui riconoscersi che però a volte è anche terribilmente crudele. Soprattutto ai tempi dei social network dove, per farsi notare, c’è chi scrive cose terribili e ingiuste. Come reagisce oggi alle critiche negative?
«Ho sempre cercato di fare lo sforzo di imparare dalle critiche che mi vengono fatte. A volte è stato doloroso ma ultimamente ho capito che sono davvero importanti. Certo, ogni tanto c’è un idiota totale che è meglio ignorare, ma in linea generale trovo che spesso le critiche tocchino tasti importanti che possono aiutare a migliorare la qualità del lavoro».
A proposito di qualità, lei è uno dei copertinisti di punta del New Yorker che è considerata una delle riviste più belle e sofisticate al mondo. Come è iniziata la sua collaborazione?
«In quel periodo vivevo ancora in California. Sono andato a trovare un amico a New York e mentre ero là ho lasciato un po’ di copie dei miei lavori agli uffici del New Yorker, senza particolari speranze. Forse è difficile da credere, ma alcune settimane dopo, un art director di nome Chris Curry mi ha chiamato al telefono e mi ha assegnato il mio primo lavoro».
Quanto è difficile disegnare una copertina per loro?
«È un tipo di lavoro molto diverso da quello per i fumetti: molto più intenso e collaborativo. Il processo solitamente inizia con me che gli sottopongo uno sketch molto grezzo, giusto per comunicargli l’idea. Il più delle volte la decisione è netta: gli piace oppure no. Non c’è molto lavoro di modifica o elaborazione ma un gentile rifiuto. Ho avuto il piacere di lavorare con Françoise Mouly (art director del New Yorker e moglie di Art Spiegelman, uno dei primi ad aver ridato dignità letteraria al fumetto con il suo Maus, un capolavoro indiscusso, ndr) su tutte le copertine che ho realizzato e abbiamo sviluppato una fantastica scorciatoia nel lavoro perché lei ha una grande capacità di comprendere gli artisti e sa come tirargli fuori il meglio senza pressarli troppo» .
L’unico artista italiano proveniente dal mondo del fumetto ad aver realizzato copertine per il New Yorker è Lorenzo Mattotti. Per fortuna c'è una nuova generazione di donne che vengono invece dal campo dell'illustrazione, come Olimpia Zagnoli e Anna Parini, a tenere alta la bandiera dell'Italia. Li conosce?
«Ho incontrato brevemente Mattotti proprio perché proviene dal mio stesso ambito ma ovviamente conosco molto bene il suo bellissimo lavoro».
È mai venuto in Italia?
«Sì, diverse volte. Devo dire che è il mio posto favorito al mondo!».
Come è cambiata la sua vita con il virus? New York purtroppo è stata molto colpita...
«Ho lavorato molto meno. Ho passato buona parte di questi quattro mesi a casa con i miei figli facendo loro da maestro, chef, cameriere, playmate. A parte questo l’impatto per me non è stato neanche lontanamente drammatico come è accaduto a molta gente che ha perduto il lavoro, la casa o i propri cari».
Pensa che quanto accaduto influenzerà le sue prossime storie?
«Chi può dirlo? Credo che avremo un bel po’ di arte “Covid-related” in futuro e per il momento preferisco non esserne parte».
A cosa sta lavorando adesso?
«A una sceneggiatura e a una nuova copertina del New Yorker».