✕
Poliziotti col manganello, New York, anni Quaranta 

I bastardi di Ellroy

In “Questa tempesta” non si salva nessuno. I personaggi dello scrittore che Joyce Carol Oates ha paragonato a Dostoevskij sono corrotti e reietti. Figli dell’America
3 minuti di lettura
Secondo Joyce Carol Oates, "James Ellroy è il Dostoevskij americano". Quando venne in Italia per la prima volta, trent'anni fa, lui si dilungava volentieri sul suo rapporto con l'autore di Delitto e castigo. Tempo dopo, chi scrive lo intervistò e si sentì rispondere: "non ho mai letto una sola riga di Dostoevskij in tutta la mia vita. Lui non era americano, e a me tutto ciò che non è americano non interessa minimamente".

A uno come Ellroy, al suo stile furibondo, rapsodico, estremo, possiamo perdonare questo ed altro. Persino il provocatorio esergo mussoliniano che precede Questa tempesta. Perché Ellroy non ha mai smesso di lottare corpo a corpo contro i suoi demoni, e nella brutalità della scrittura e di certe esternazioni c'è molta più autenticità che in tanta letteratura dominata dall'ansia di non scontentare nessuno. Il suo ultimo romanzo non fa eccezione.

Si comincia con un…
Secondo Joyce Carol Oates, "James Ellroy è il Dostoevskij americano". Quando venne in Italia per la prima volta, trent'anni fa, lui si dilungava volentieri sul suo rapporto con l'autore di Delitto e castigo. Tempo dopo, chi scrive lo intervistò e si sentì rispondere: "non ho mai letto una sola riga di Dostoevskij in tutta la mia vita. Lui non era americano, e a me tutto ciò che non è americano non interessa minimamente".

A uno come Ellroy, al suo stile furibondo, rapsodico, estremo, possiamo perdonare questo ed altro. Persino il provocatorio esergo mussoliniano che precede Questa tempesta. Perché Ellroy non ha mai smesso di lottare corpo a corpo contro i suoi demoni, e nella brutalità della scrittura e di certe esternazioni c'è molta più autenticità che in tanta letteratura dominata dall'ansia di non scontentare nessuno. Il suo ultimo romanzo non fa eccezione.

Si comincia con una caccia all'uomo e si approda rapidamente al ritrovamento, in un locale equivoco, di due sbirri. Morti ammazzati. Due sbirri corrotti. "E allora? Lo siamo tutti. Poliziotti corrotti di questo dipartimento di polizia corrotto in questa città corrotta e rovinata". Parola del sergente Elmer Jackson, che ha il caso in carico, ed è a sua volta in società con Brenda, tenutaria di un bordello di lusso, e con lei divide i proventi del lavoro delle ragazze che allietano le notti turbolente dei divi di Hollywood.

Quanto al suo partner, Buzz Meeks, è un picchiatore che si è fatto le ossa nel Klu Klux Klan. Né stanno meglio i massimi dirigenti dell'LAPD, il dipartimento di polizia di Los Angeles: come Bill Parker, alcolizzato, credente tormentato e lussurioso, fine carrierista ossessionato dalle ragazze giovani. Come Dudley Liam Smith, che ha iniziato la carriera nella natia Irlanda ammazzando inglesi con quelli dell'IRA, che quando non indossa la divisa traffica in eroina e migranti clandestini, che ha mandato Elmer a liquidare un ladro e spacciatore per eliminare il pericoloso testimone di una trascorsa nefandezza.

Tutti corrotti, tutti bastardi, tutti, quando occorre, crudeli oltre ogni limite. E tutti, indistintamente, cari al cuore di James Ellroy. Questa tempesta - titolo che echeggia versi di W.H. Auden - è il secondo capitolo della seconda tetralogia sugli sbirri della California. La prima, quella di Dalia Nera e di LA Confidential, raccontava storie degli anni Cinquanta. Questa, inaugurata nel 2015 da Perfidia, è un lungo prequel che parte dalla discesa in guerra degli Usa dopo Pearl Harbour. In mezzo, con American Tabloid e seguiti, Ellroy aveva sviscerato il Grande Mistero Americano, dai Kennedy a Nixon.

In Questa tempesta siamo nei primi mesi del '42. Il governo a stelle e strisce reagisce all'attacco giapponese internando in osceni campi di prigionia chiunque abbia gli occhi anche vagamente a mandorla. Da un momento all'altro si teme l'invasione. La paranoia della Quinta Colonna, il nemico dietro le linee, è alle stelle. Con qualche fondamento. Mille rivoli confluiscono nell'alveo principale della furiosa sarabanda di complotti, ricatti, violenze, torture, efferatezze che l'autore mette in scena in questa ennesima cavalcata alluvionale nella madre patria.

E ancora una volta ritroviamo il cocktail di personaggi reali e immaginari - veri Parker e Elmer, il primo discusso capo della polizia al tempo della rivolta di Watts, il secondo protagonista di uno scandalo a luci rosse, vero Orson Welles, - dipinto con particolare accanimento come un pupone radical-chic, erotomane e narcisista - che agiscono in un contesto dominato dalle ossessioni. Quelle di una nazione che si sente costantemente in guerra contro il resto del mondo, colpevole di non riconoscerle la meritata supremazia e l'assoluta signoria, ed ha dunque la necessità di scontrarsi con un nemico e, in mancanza, di fabbricarne uno. Quelle del ragazzo Ellroy la cui infanzia fu devastata dall'omicidio, mai risolto, della madre.

Diversamente da Balzac, che individuava le radici del delitto nell'oro o nella passione, per Ellroy entrambe queste causali coesistono immancabilmente: non c'è criminale che non sia anche sessualmente deviato, e nessuna azione umana è mai esente da qualche colpa, grande o meschina che sia.

Nell'inferno che ci è toccato in sorte non esistono eroi, e il discrimine fra chi si salverà e chi sprofonderà nella Gehenna è dato da poche leggi essenziali: non si toccano le donne e i bambini, e soprattutto l'America. E infatti i veri cattivi, al netto di tutto, sono quegli estremisti, rossi e neri - ma i rossi sono inguaribilmente più stupidi e antipatici - che attaccano la democrazia: che, per inciso, si identifica con tutti quei luoghi nei quali è assicurato il dominio dell'Uomo Bianco che parla inglese.