Nessuno conosce Procida
Valeria Parrella , di VALERIA PARRELLA“L’isola di Arturo” raccontata da Elsa Morante è una difficile conquista. Raggiunta e amata da napoletani e non, resta in fondo irraggiungibile
Non saprei dire con precisione quale fu la prima volta che toccai terra, a Procida. Quindi dev'essere stato da bambina, scesa da un vaporetto, portata per mano. E, come tutte le cose vicine e ripetute, questo ricordo si è confuso con altri, mischiato alle persone, alle giornate, stratificato. Ma posso dire con certezza quali sono stati i giorni in cui l'ho fatta mia, e quello in cui ho scoperto la chiusa più bella della letteratura italiana del Novecento.
Procida è di fronte: sta lì, per i napoletani quasi non è vacanza, la contano come fine settimana, qualche giorno a Pasqua, ma farsi il mare a Procida è come farselo nei Campi Flegrei, se vivi a Pozzuoli non vedi neppure dove l'antico cratere si interrompe nel suo cerchio: dove finisce capo Miseno, dove inizia l'Isola, dall'altra parte. Per i napoletani avere una casa a Procida è come per i russi avere una dacia fuori San Pietroburgo.
Procida è lì di…
Procida è di fronte: sta lì, per i napoletani quasi non è vacanza, la contano come fine settimana, qualche giorno a Pasqua, ma farsi il mare a Procida è come farselo nei Campi Flegrei, se vivi a Pozzuoli non vedi neppure dove l'antico cratere si interrompe nel suo cerchio: dove finisce capo Miseno, dove inizia l'Isola, dall'altra parte. Per i napoletani avere una casa a Procida è come per i russi avere una dacia fuori San Pietroburgo.
Procida è lì di…
Non saprei dire con precisione quale fu la prima volta che toccai terra, a Procida. Quindi dev'essere stato da bambina, scesa da un vaporetto, portata per mano. E, come tutte le cose vicine e ripetute, questo ricordo si è confuso con altri, mischiato alle persone, alle giornate, stratificato. Ma posso dire con certezza quali sono stati i giorni in cui l'ho fatta mia, e quello in cui ho scoperto la chiusa più bella della letteratura italiana del Novecento.
Procida è di fronte: sta lì, per i napoletani quasi non è vacanza, la contano come fine settimana, qualche giorno a Pasqua, ma farsi il mare a Procida è come farselo nei Campi Flegrei, se vivi a Pozzuoli non vedi neppure dove l'antico cratere si interrompe nel suo cerchio: dove finisce capo Miseno, dove inizia l'Isola, dall'altra parte. Per i napoletani avere una casa a Procida è come per i russi avere una dacia fuori San Pietroburgo.
Procida è lì di fronte, e splende. È burbera, chiusa, distesa, luminosa, diffidente. Si difende. Ex colonia penale, isola di quarantena per le corti che venivano a incontrare il re di Napoli, Procida vive in un tempo non contemporaneo, vive storie che il nostro occidente fatto di terra e radar ha dimenticato. Storie di pirati, marinai rapiti, marittimi imbarcati sono avventure tremende e recenti di appena qualche anno fa. Puoi mangiare il loro stesso coniglio con le olive, puoi aspettare assieme a loro, alle sette di sera, il rientro delle paranze con il pesce a fondo barca che guizza vivo e si inarca, puoi tornarci ogni anno per tutti gli anni e contare settemila passi per attraversarla tutta, e puoi parlare il loro stesso dialetto e bere il miglior cocktail Martini del Mediterraneo solo perché il barman è stato imbarcato sulle navi da crociera degli americani, ma sarai sempre un'ospite. Tu di terra, loro di isola.
Procida si difende, sa chiudere il porto se arriva la pandemia. A Procida si dorme con le porte aperte perché nessuno ruba, perché se mancasse qualcosa sarebbe il mare stesso a fare da difesa. Sugli autobus strapieni le vecchie ospitano sulle loro gambe bambini che non conoscono, dicendo: "vieni, annonna" e i bimbi vanno sotto lo sguardo sconvolto dei genitori tedeschi o francesi. Puoi cercare di incantarli portando libri belli, e premi, e festival, e mostre, e proiezioni di film d'epoca, e chef gourmet per l'aperitivo del tramonto ma loro non si incanteranno e invece ci resterai tu: sotto, a bocca aperta. A sperare che ti invitino, il 15 di agosto, a mangiare gli spaghetti con le telline cotti direttamente sugli scogli sotto La chiajozza, mentre i bambini si fanno i bagni in certe vasche scavate nell'ottocento per farvi bagnare le monache senza esser viste.
Come tutte le bellezze consapevoli della potenza che sprigionano, Procida è altera e sa che sarà amata anche se non ricambia. Tra chi arriva e lei ci sarà sempre una bilancia starata, un conto che non torna, come in amore: ci sbarcherai e ci sbarcherai ogni anno sperando di averla, di conquistarla, di sentirla tua davvero nei passi, nei crocicchi, nel punto di mare in cui quel giorno ti bruciò la medusa e pure dicesti: "sono io che nuotavo nel suo mare".
Sorriderai più dei procidani, che non hanno bisogno di sorridere per coltivare un sorriso loro interno: l'isola è loro. Possiedono le sue scale fino alla spiaggia del Cimitero Vecchio, nera di lava o bianca di pomici, punta Pizzaco con il trionfo dei fichi d'india e, a buttarsi maschera e pinna da un gozzo: spugne, coralli e gorgonie. La Corricella accesa di sera con i pescatori lenti alle reti. È loro Solchiaro, il borgo antico di san Michele che da una parte guarda Napoli e dall'altra Capri. Con i Capitani in pensione sulle sedioline impagliate che ne hanno di storie da raccontare. Ogni procidano ha una barca come ognuno di noi ha un'auto o un abbonamento alla metro. Con la barca fanno tutto, vanno a far la spesa, a trovare qualcuno dall'altra parte dell'isola, e i ragazzi, a sera, ci raggiungono Ischia per andare a divertirsi. Io l'ho fatta mia solo d'inverno, quando il porto della Chiaiolella è solo una rimessa di barche e neppure la farmacia più è aperta, e tutta la vita si sposta alla marina: il mare è grosso, gli aliscafi non partono, l'unica è prendere un postale giallo fino a Pozzuoli, che è lì: si tocca. Alla mezzanotte di un trentuno dicembre, guardando Napoli che si accendeva di fuochi d'artificio, laggiù. E poi in una Pasqua sferzata dal vento mentre scendevano incappucciati, viola, dalla discesa ripida che porta al carcere, nel giovedì santo, con statue pesantissime sulle spalle.
Nessuno conosce Procida perché Procida è irraggiungibile, qualcuno la riconosce perché ha letto L'Isola di Arturo, di Elsa Morante, e allora va in cerca dei suoi luoghi. Visita "i giardini di Elsa", buganvillee e gerani aggettanti sul blu, va per le strade di muretti a secco, fa il bagno a Punta Lingua e pensa di riconoscere La casa dei guaglioni. Poi sale, tetro, al carcere chiuso, le garitte più recenti ancora in piedi e la parte antica invece, sotto il belvedere d'Avalos. L'ho certo fatto anche io. Non vi ho trovato nulla di quella traccia altissima e dolente della nostra letteratura, fuorché una cosa che mi accadde andando via: avevo 28 anni e tornavo a Napoli con la speranza della scrittura nel petto. Era con me un fidanzato, un gruppo di amici, doveva essere l'ultima nave per Molo Beverello e già ci indicavamo la città laggiù pur essendoci mossi da pochi minuti. Pensavo a Elsa Morante, alle parole tutte in fila, e quando tornai a girarmi verso l'isola, era scomparsa. Finisce così il romanzo che valse il Premio Strega a Elsa Morante, perché lei aveva capito: "E rimasi col viso sul braccio, quasi in un malore senza nessun pensiero, finché Silvestro mi scosse con delicatezza, e mi disse: - Arturo, su, puoi svegliarti. Intorno alla nostra nave, la marina era tutta uniforme, sconfinata come un oceano. L'isola non si vedeva più.
La serie. Hotel Italia è una guida letteraria, sentimentale ma anche utile: consigli d’autore sul nostro paese in queste vacanze più italiane che mai
Procida è di fronte: sta lì, per i napoletani quasi non è vacanza, la contano come fine settimana, qualche giorno a Pasqua, ma farsi il mare a Procida è come farselo nei Campi Flegrei, se vivi a Pozzuoli non vedi neppure dove l'antico cratere si interrompe nel suo cerchio: dove finisce capo Miseno, dove inizia l'Isola, dall'altra parte. Per i napoletani avere una casa a Procida è come per i russi avere una dacia fuori San Pietroburgo.
Procida è lì di fronte, e splende. È burbera, chiusa, distesa, luminosa, diffidente. Si difende. Ex colonia penale, isola di quarantena per le corti che venivano a incontrare il re di Napoli, Procida vive in un tempo non contemporaneo, vive storie che il nostro occidente fatto di terra e radar ha dimenticato. Storie di pirati, marinai rapiti, marittimi imbarcati sono avventure tremende e recenti di appena qualche anno fa. Puoi mangiare il loro stesso coniglio con le olive, puoi aspettare assieme a loro, alle sette di sera, il rientro delle paranze con il pesce a fondo barca che guizza vivo e si inarca, puoi tornarci ogni anno per tutti gli anni e contare settemila passi per attraversarla tutta, e puoi parlare il loro stesso dialetto e bere il miglior cocktail Martini del Mediterraneo solo perché il barman è stato imbarcato sulle navi da crociera degli americani, ma sarai sempre un'ospite. Tu di terra, loro di isola.
Procida si difende, sa chiudere il porto se arriva la pandemia. A Procida si dorme con le porte aperte perché nessuno ruba, perché se mancasse qualcosa sarebbe il mare stesso a fare da difesa. Sugli autobus strapieni le vecchie ospitano sulle loro gambe bambini che non conoscono, dicendo: "vieni, annonna" e i bimbi vanno sotto lo sguardo sconvolto dei genitori tedeschi o francesi. Puoi cercare di incantarli portando libri belli, e premi, e festival, e mostre, e proiezioni di film d'epoca, e chef gourmet per l'aperitivo del tramonto ma loro non si incanteranno e invece ci resterai tu: sotto, a bocca aperta. A sperare che ti invitino, il 15 di agosto, a mangiare gli spaghetti con le telline cotti direttamente sugli scogli sotto La chiajozza, mentre i bambini si fanno i bagni in certe vasche scavate nell'ottocento per farvi bagnare le monache senza esser viste.
Come tutte le bellezze consapevoli della potenza che sprigionano, Procida è altera e sa che sarà amata anche se non ricambia. Tra chi arriva e lei ci sarà sempre una bilancia starata, un conto che non torna, come in amore: ci sbarcherai e ci sbarcherai ogni anno sperando di averla, di conquistarla, di sentirla tua davvero nei passi, nei crocicchi, nel punto di mare in cui quel giorno ti bruciò la medusa e pure dicesti: "sono io che nuotavo nel suo mare".
Sorriderai più dei procidani, che non hanno bisogno di sorridere per coltivare un sorriso loro interno: l'isola è loro. Possiedono le sue scale fino alla spiaggia del Cimitero Vecchio, nera di lava o bianca di pomici, punta Pizzaco con il trionfo dei fichi d'india e, a buttarsi maschera e pinna da un gozzo: spugne, coralli e gorgonie. La Corricella accesa di sera con i pescatori lenti alle reti. È loro Solchiaro, il borgo antico di san Michele che da una parte guarda Napoli e dall'altra Capri. Con i Capitani in pensione sulle sedioline impagliate che ne hanno di storie da raccontare. Ogni procidano ha una barca come ognuno di noi ha un'auto o un abbonamento alla metro. Con la barca fanno tutto, vanno a far la spesa, a trovare qualcuno dall'altra parte dell'isola, e i ragazzi, a sera, ci raggiungono Ischia per andare a divertirsi. Io l'ho fatta mia solo d'inverno, quando il porto della Chiaiolella è solo una rimessa di barche e neppure la farmacia più è aperta, e tutta la vita si sposta alla marina: il mare è grosso, gli aliscafi non partono, l'unica è prendere un postale giallo fino a Pozzuoli, che è lì: si tocca. Alla mezzanotte di un trentuno dicembre, guardando Napoli che si accendeva di fuochi d'artificio, laggiù. E poi in una Pasqua sferzata dal vento mentre scendevano incappucciati, viola, dalla discesa ripida che porta al carcere, nel giovedì santo, con statue pesantissime sulle spalle.
Nessuno conosce Procida perché Procida è irraggiungibile, qualcuno la riconosce perché ha letto L'Isola di Arturo, di Elsa Morante, e allora va in cerca dei suoi luoghi. Visita "i giardini di Elsa", buganvillee e gerani aggettanti sul blu, va per le strade di muretti a secco, fa il bagno a Punta Lingua e pensa di riconoscere La casa dei guaglioni. Poi sale, tetro, al carcere chiuso, le garitte più recenti ancora in piedi e la parte antica invece, sotto il belvedere d'Avalos. L'ho certo fatto anche io. Non vi ho trovato nulla di quella traccia altissima e dolente della nostra letteratura, fuorché una cosa che mi accadde andando via: avevo 28 anni e tornavo a Napoli con la speranza della scrittura nel petto. Era con me un fidanzato, un gruppo di amici, doveva essere l'ultima nave per Molo Beverello e già ci indicavamo la città laggiù pur essendoci mossi da pochi minuti. Pensavo a Elsa Morante, alle parole tutte in fila, e quando tornai a girarmi verso l'isola, era scomparsa. Finisce così il romanzo che valse il Premio Strega a Elsa Morante, perché lei aveva capito: "E rimasi col viso sul braccio, quasi in un malore senza nessun pensiero, finché Silvestro mi scosse con delicatezza, e mi disse: - Arturo, su, puoi svegliarti. Intorno alla nostra nave, la marina era tutta uniforme, sconfinata come un oceano. L'isola non si vedeva più.
La serie. Hotel Italia è una guida letteraria, sentimentale ma anche utile: consigli d’autore sul nostro paese in queste vacanze più italiane che mai