I vecchi, i giovani e noi quarantenni: caro Michele Serra ti racconto il mio disagio
Nadia Terranova
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di NADIA TERRANOVA
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Un lettore chiede a Michele Serra ricambio generazionale tra giornalisti, lui replica. E ora nel dibattito interviene la scrittrice. Indicando una “terza via”
Aggiornato 4 minuti di lettura
Tanto vale dichiararlo subito: ho quarantadue anni. Ogni volta che viene fuori un conflitto tra vecchie e nuove generazioni, ho un brivido di disagio. È il disagio del posto mancante dell'età adulta, come nel gioco che facevamo da bambini, quando ballavamo intorno a un gruppo di sedie finché qualcuno fermava la musica e, siccome c'era sempre una sedia in meno del numero dei partecipanti, una persona restava in piedi e veniva espulsa. Quella persona sono io, e mi siedo dalla parte del torto perché tutti gli altri posti sono occupati dai giovani in quanto giovani e dai vecchi privilegiati in quanto vecchi privilegiati.
L'ultima volta che la mia sedia mancava, stavo leggendo la risposta di Michele Serra a un lettore. L'ho letta sulla carta perché compro ancora i giornali in edicola (quando ne trovo una aperta), e poi l'ho vista commentata sui social, perché scorro pure quelli. Al sessantenne felice della pensione e alla sua e…
Tanto vale dichiararlo subito: ho quarantadue anni. Ogni volta che viene fuori un conflitto tra vecchie e nuove generazioni, ho un brivido di disagio. È il disagio del posto mancante dell'età adulta, come nel gioco che facevamo da bambini, quando ballavamo intorno a un gruppo di sedie finché qualcuno fermava la musica e, siccome c'era sempre una sedia in meno del numero dei partecipanti, una persona restava in piedi e veniva espulsa. Quella persona sono io, e mi siedo dalla parte del torto perché tutti gli altri posti sono occupati dai giovani in quanto giovani e dai vecchi privilegiati in quanto vecchi privilegiati.
L'ultima volta che la mia sedia mancava, stavo leggendo la risposta di Michele Serra a un lettore. L'ho letta sulla carta perché compro ancora i giornali in edicola (quando ne trovo una aperta), e poi l'ho vista commentata sui social, perché scorro pure quelli. Al sessantenne felice della pensione e alla sua esortazione affinché i vecchi giornalisti facessero largo ai giovani, Serra rispondeva che i boomer come lui (i nati durante l'esplosione demografica degli anni Cinquanta e Sessanta) stanno ancora sfruttando una vita in tempi favorevoli, e che preferisce la prosa di una novantenne come Natalia Aspesi a quella di una imprecisata influencer ventenne.
Il mio disagio si è acuito. In questa dicotomia io non sto anagraficamente da nessuna parte. Ho abbastanza senso del ridicolo da non mettermi dalla parte di chi ha la metà dei miei anni e, d'altro canto, se non sono brillante promessa non sono neppure venerabile maestra attaccata alla poltrona (qualsiasi essa sia, non avendo mai avuto un posto fisso ed essendo il mio reddito autonomo, ancorché ballerino, dall'età di ventisei anni). Alberto Arbasino, un novantenne che purtroppo non possiamo più leggere, definiva soliti stronzi i viventi di età adulta. È un tempo che dura qualche decennio e intercorre fra la voglia di spaccare tutto e la resa dei conti con i privilegi che abbiamo o non abbiamo avuto, tutta la vita davanti oppure tutta alle spalle.
Vorrei dire che il disagio da sedia mancante è nato con i quaranta, ma non sarei fino in fondo sincera: la prima volta che ho capito che la bandiera della gioventù andava usata con parsimonia avevo poco più di vent'anni, ero quindi giovane per davvero, e fu grazie a un racconto di Dorothy Parker che entrai nella vita adulta, o riconobbi di esserci già entrata. Si intitola Giovani di professione e parla di un certo Tommy Clegg e dei suoi amici scrittori, fondatori della Nuova Generazione S.p.A. "Non vorrei che vi metteste in testa l'idea che Tommy sia quello che ha inventato la gioventù", scrive Parker, "Diciamo che ha pensato bene di sfruttare l'idea. Lui e i suoi piccoli amici non ritengono che l'esser giovani sia una di quelle cose che capitano a tutti. Per loro la gioventù è un affare". Per fortuna è un racconto di cent'anni fa: se oggi fosse pubblicato su un giornale e qualcuno avesse l'idea di fotografarlo ed esporlo al dileggio social, orde di letteralisti, incapaci di distinguere fra irridere la gioventù e mostrare i limiti di un certo modo di raccontarsela, chiederebbero indignati al Saturday Evening Post la testa di Dorothy Parker (che all'epoca aveva trent'anni). Ma era il 1923, Internet non esisteva, i giornali erano tutti di carta e nessuno aveva coniato la risposta ammazza-dialettiche dei giovani di professione degli anni Venti del nuovo millennio: "Ok, boomer".
Non solo Parker oggi non potrebbe pubblicare il suo ancora attuale e sacrosanto racconto (che a me ha salvato dal pubblicare troppo presto libri di cui mi sarei vergognata e dal ritenere che l'essere giovane fosse di per sé materiale letterario), ma Umberto Eco verrebbe linciato per aver scritto, una volta, che la rivoluzione non si fa con il permesso dei carabinieri. In realtà, c'è tutto in Padri e figli di Turgenev: il conflitto, doverosamente sanguinario, fra la generazione che difende una roccaforte e quella cui tocca farla a pezzi, scegliendo se ripopolarla con nuove idee o inventarsene un'altra.
Dalla mia sedia mancante di quarantenne che si rifiuta di fare battaglie in quanto giovane, credo però che il problema dello spazio generazionale mi riguardi, e non voglio sbarazzarmene. Stare in piedi significa dover guardarmi intorno per capire, significa che la mia postura può scegliere una terza via fra la reazione e la rivendicazione, significa chiedermi se la mia generazione è davvero passata da una forma di rivoluzione senza che porre questo dubbio mi faccia sentire sminuita. Posso sentire anche che chi patisce la salvaguardia di un privilegio e protesta, anche se in maniera grottesca o sgraziata, sta comunque portando avanti un'istanza importante. Il lettore che scrive a Serra addolcisce una rabbia in realtà più profonda, e a dissociarsi dall'ascolto della rabbia si finisce per non capire niente.
Per ogni Tommy Clegg che si ripete uguale, ogni generazione ha fatto venire fuori, con diverse declinazioni di malagrazia, la vecchiaia di un lessico o l'inadeguatezza di un sistema di categorie. Dietro ogni senso di esclusione c'è un gioco delle sedie che non ha funzionato, perché alla fine i posti in piedi erano troppi, la stanza affollata e lo spazio ristretto. Così sono oggi i giornali, storico approdo per chi voleva scrivere e destituiti (forse) da altre forme di comunicazione. Vacillano, ma continuano a essere un ideale. Si contraggono, ma restano un luogo in cui si vuol cercare posto. Vengono commentati sugli stessi social che danno loro ogni giorno una nuova spallata. Non riesco a semplificare in paure scomposte domande legittime: ha senso buttar giù la porta di un mondo percepito come in declino? In che misura sentirsi defraudati spinge a voler conquistare sedie sgretolanti piuttosto che costruirne di nuove? Ci sono orizzonti nuovi, e quanto siamo capaci di vederli? Privarsi dell'analisi di una parte di società perché troppo giovane è autolesionista quanto privarsi dello sguardo acuto di qualcuno perché ritenuto arbitrariamente fuori età. Scrivere dei giovani (veri) senza dar loro la possibilità che siano anche loro a scrivere di noi significa che stiamo andando in giro bendati. Se i ventenni bravi scrivessero sui giornali ci sarebbero più lettori ventenni, e anche il nostro sguardo si modificherebbe un poco ogni giorno. Come si moltiplicano gli spazi?
I partecipanti al gioco sono più di quanti immaginiamo. La stanza è piena di interlocutori e le sedie sono meno delle persone in piedi. Possiamo arraffarne altre oppure decidere di abbandonare il gioco; l'importante è sapere che a un certo punto qualcuno spegnerà la musica, e aver passato il tempo a contarci da una parte e dall'altra si sarà rivelato meno utile di quanto pensavamo.
La lettera sul “Venerdì” e il dibattito
“Caro Serra, lasciamo spazio ai figli”
Sul Venerdì del 31 luglio, il lettore Franco Ramella ha scritto a Michele Serra nella pagina “Per posta”: felicemente in pensione , nel suo messaggio invitava “con tutto il rispetto” le generazioni più anziane, anche nei giornali, a sgombrare il campo per dare spazio ai più giovani. Michele Serra ha risposto da “brontosauro riflessivo”, citando la fortuna dei baby boomers di aver potuto “rovesciare il tavolo del vecchio ordine” perché “un mondo nuovo stava germogliando”. Secondo Serra, i “molti e bravi giornalisti” di 30-40 anni vivono invece oggi “in un’epoca reflua, stagnante”. “Quando qualcosa di nuovo accadrà, il ricambio sarà un fenomeno naturale, e irresistibile”, sottolinea, ma nel frattempo non può sentirsi in colpa se legge con sommo piacere una firma come Natalia Aspesi, più “efficace e libera” di certe “influencer ventenni”. La lettera e la replica sono state commentate più volte sui social network.