Alasdair Gray, lo scozzese volante
Giancarlo de Cataldo , robinson , di GIANCARLO DE CATALDONato a Glasgow e scomparso a dicembre, è stato uno dei più grandi artisti del secondo Novecento. Ma anche uno scrittore da riscoprire. A partire da "1982 Janine"
Quando va a rintanarsi nella stanzuccia di un triste alberghetto scozzese, Jock McLeish, esperto di sistemi di sicurezza, bianco, gonfio, sull’orlo della mezza età, non ha le idee chiare. Tanto per intenderci: non sa se la notte che lo attende sarà l’ultima della sua esistenza, o se troverà ancora la forza di affrontare una nuova alba. Alcune cose, però, gli sono chiare. È un alcolista. Si proclama conservatore, ad onta, o forse a causa, di un padre socialista: «sono un conservatore perché mi piacciono le luci della ribalta». In realtà è un disperato, ai margini del nichilismo: «non sono un vero conservatore. Un vero conservatore ha fede in qualche istituzione ufficiale che pensa lo salverà: la Borsa, la confederazione degli industriali, l’esercito, la monarchia. In sostanza, io me ne frego altamente di tutto ciò». Coltiva profonde ossessioni sessuali a sfondo prevalentement…
Quando va a rintanarsi nella stanzuccia di un triste alberghetto scozzese, Jock McLeish, esperto di sistemi di sicurezza, bianco, gonfio, sull’orlo della mezza età, non ha le idee chiare. Tanto per intenderci: non sa se la notte che lo attende sarà l’ultima della sua esistenza, o se troverà ancora la forza di affrontare una nuova alba. Alcune cose, però, gli sono chiare. È un alcolista. Si proclama conservatore, ad onta, o forse a causa, di un padre socialista: «sono un conservatore perché mi piacciono le luci della ribalta». In realtà è un disperato, ai margini del nichilismo: «non sono un vero conservatore. Un vero conservatore ha fede in qualche istituzione ufficiale che pensa lo salverà: la Borsa, la confederazione degli industriali, l’esercito, la monarchia. In sostanza, io me ne frego altamente di tutto ciò». Coltiva profonde ossessioni sessuali a sfondo prevalentemente sadomasochistico: «ecco qui un catalogo di bellezze in gabbia che posso dividere, governare, tatuare, massaggiare e far eccitare variamente sino a raggiungere l’estasi di una lascivia senza vergogna, sempre che riesca a mantenere i nervi saldi». E infatti, fra un wee-draw, un cicchetto, e una filippica a sfondo politico sui mali del Regno Unito, Jock viene componendo, nella sua mente alterata, sceneggiature francamente pornografiche, disegnando torbidissimi universi dominati da quattro figure femminili, oscillanti fra Lamie pre-raffaellite e pornostar: Superba, Big Momma, Helga. E naturalmente Janine, la Musa, la Dea, il vero oggetto del desiderio. Colei che potrebbe, trasformandosi in creatura vivente, o semplicemente mostrandosi, condurre l’anima tormentata di Jock alla Salvezza.
1982 Janine è, per Alasdair Gray, il romanzo della consacrazione letteraria. Segue di poco la pubblicazione di Lanark, che aveva segnato il clamoroso esordio letterario (1981) di questo grande, eccentrico, davvero unico artista scozzese scomparso appena pochi mesi fa a ottantacinque anni. “Artista”, volutamente, e non solo scrittore, perché Gray fu pittore, disegnatore, poeta, sceneggiatore, attivista politico per il Labour, fiero sostenitore dell’indipendenza della Scozia. Una sua frase – lavora come se vivessi nei primi giorni di una nazione migliore – è incisa su una parete del Parlamento scozzese. Nella sua patria si possono ammirare, anche per le strade, più di quaranta dei suoi grandi murales. Le copertine delle edizioni italiane riproducono suoi disegni visionari: d’altronde, Gray ha esplicitamente citato William Blake fra i suoi maestri. Gray considerava 1982 Janine il punto più alto della sua produzione artistica. Lo conferma, nell’imprescindibile prefazione, Enrico Terrinoni, al quale si deve la preziosa, e sicuramente non facile traduzione. I critici preferiscono Lanark, un’opera scritta nell’arco di trent’anni, divisa in quattro libri che narrano le gesta di un artista, Duncan Thaw, nel quale non è difficile riconoscere certi tratti dell’autore, nato povero negli anni Trenta e pronto a tutto in nome dell’arte.
Il fatto è che Lanark, pensato come rilettura del Ritratto dell’artista da giovane di Joyce, si ibrida con La Metamorfosi di Kafka. Ne deriva un quartetto strabiliante nel quale il primo movimento si svolge nell’immaginaria città distopica di Unthank, dove gli uomini si degradano, circolano mostri ctoni e ci si può ritrovare faccia a faccia col Creatore; il secondo e il terzo movimento è il più classico dei romanzi di formazione d’impronta realistica, e il finale ci riporta in una Unthank sull’orlo della dissoluzione, dove Morte e Rassegnazione si contendono l’anima dell’ex giovane Duncan. Colate di fantasia visionaria con brusche precipitazioni nell’attualità politica così come letta da un esegeta della lotta di classe (mai dimenticare le idee di Gray) che si ritrovano anche in 1982 Janine. Qui declinate in modo da un lato più concreto e narrativamente commestibile – «la questione della Scozia rifratta dalle fantasticherie di un alcolizzato», la definisce Gray, ma molti potrebbero condividere anche oggi certe riflessioni –, dall’altro estremizzate dal massiccio ricorso al porno e da sistematiche destrutturazioni dello spazio grafico. Ne emerge il ritratto ora dolente e patetico, ora francamente comico, di un poveraccio dalla struttura così vagabonda e miserrima da suscitare una convinta empatia, da naufrago a naufrago: dai Jock, emblematico omarino senza tempo, un altro piccolo sforzo, la riva non è così lontana.
Poco prima di morire, Gray stava lavorando a una traduzione/parafrasi della Divina Commedia, omaggio a Dante, un altro suo faro. «Prima di morire farò nuovamente in modo che la gente sia felice che io esista» si lascia scappare Jock a un certo punto. E forse ci riuscirà persino.
1982 Janine è, per Alasdair Gray, il romanzo della consacrazione letteraria. Segue di poco la pubblicazione di Lanark, che aveva segnato il clamoroso esordio letterario (1981) di questo grande, eccentrico, davvero unico artista scozzese scomparso appena pochi mesi fa a ottantacinque anni. “Artista”, volutamente, e non solo scrittore, perché Gray fu pittore, disegnatore, poeta, sceneggiatore, attivista politico per il Labour, fiero sostenitore dell’indipendenza della Scozia. Una sua frase – lavora come se vivessi nei primi giorni di una nazione migliore – è incisa su una parete del Parlamento scozzese. Nella sua patria si possono ammirare, anche per le strade, più di quaranta dei suoi grandi murales. Le copertine delle edizioni italiane riproducono suoi disegni visionari: d’altronde, Gray ha esplicitamente citato William Blake fra i suoi maestri. Gray considerava 1982 Janine il punto più alto della sua produzione artistica. Lo conferma, nell’imprescindibile prefazione, Enrico Terrinoni, al quale si deve la preziosa, e sicuramente non facile traduzione. I critici preferiscono Lanark, un’opera scritta nell’arco di trent’anni, divisa in quattro libri che narrano le gesta di un artista, Duncan Thaw, nel quale non è difficile riconoscere certi tratti dell’autore, nato povero negli anni Trenta e pronto a tutto in nome dell’arte.
Il fatto è che Lanark, pensato come rilettura del Ritratto dell’artista da giovane di Joyce, si ibrida con La Metamorfosi di Kafka. Ne deriva un quartetto strabiliante nel quale il primo movimento si svolge nell’immaginaria città distopica di Unthank, dove gli uomini si degradano, circolano mostri ctoni e ci si può ritrovare faccia a faccia col Creatore; il secondo e il terzo movimento è il più classico dei romanzi di formazione d’impronta realistica, e il finale ci riporta in una Unthank sull’orlo della dissoluzione, dove Morte e Rassegnazione si contendono l’anima dell’ex giovane Duncan. Colate di fantasia visionaria con brusche precipitazioni nell’attualità politica così come letta da un esegeta della lotta di classe (mai dimenticare le idee di Gray) che si ritrovano anche in 1982 Janine. Qui declinate in modo da un lato più concreto e narrativamente commestibile – «la questione della Scozia rifratta dalle fantasticherie di un alcolizzato», la definisce Gray, ma molti potrebbero condividere anche oggi certe riflessioni –, dall’altro estremizzate dal massiccio ricorso al porno e da sistematiche destrutturazioni dello spazio grafico. Ne emerge il ritratto ora dolente e patetico, ora francamente comico, di un poveraccio dalla struttura così vagabonda e miserrima da suscitare una convinta empatia, da naufrago a naufrago: dai Jock, emblematico omarino senza tempo, un altro piccolo sforzo, la riva non è così lontana.
Poco prima di morire, Gray stava lavorando a una traduzione/parafrasi della Divina Commedia, omaggio a Dante, un altro suo faro. «Prima di morire farò nuovamente in modo che la gente sia felice che io esista» si lascia scappare Jock a un certo punto. E forse ci riuscirà persino.