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Un momento del Rigoletto di Giuseppe Verdi
andato in scena al Circo Massimo con la regia di Damiano Michieletto e la direzione del maestro Daniele Gatti 

Lo smart working spiegato da Rigoletto

L’allestimento di Damiano Michieletto al Circo Massimo di Roma con il distanziamento e l’uso di video dimostra come la distinzione tra realtà fisica e virtuale sia finita. Rovesciando i rapporti di forza
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Tra le molte cose che sono cambiate negli ultimi cinque mesi c’è il fatto che nessuno prova più a difendere la dicotomia tra reale e virtuale. Chi è familiare al mondo digitale ha sempre saputo che questa distinzione, oltre a essere falsa, è anche inutile, ma durante il lockdown la sua inconsistenza è diventata lampante. Abbiamo compiuto a distanza decine di cose che fino a quel momento avevamo fatto solo spostando i corpi. Riunioni di lavoro, convegni, presentazioni di libri e progetti, compleanni, concerti, discorsi pubblici, consigli di amministrazione, comunali, regionali e dei ministri, corsi scolastici, lezioni di zumba, conferenze stampa, colloqui di assunzione e persino cene e aperitivi. C’è una cosa che però da remoto non si è potuta fare: il teatro. Spettacolo “dal vivo” per definizione, senza il corpo presente qui e ora non c’è il teatro, si dice. Ma è davvero così imp…
Tra le molte cose che sono cambiate negli ultimi cinque mesi c’è il fatto che nessuno prova più a difendere la dicotomia tra reale e virtuale. Chi è familiare al mondo digitale ha sempre saputo che questa distinzione, oltre a essere falsa, è anche inutile, ma durante il lockdown la sua inconsistenza è diventata lampante. Abbiamo compiuto a distanza decine di cose che fino a quel momento avevamo fatto solo spostando i corpi. Riunioni di lavoro, convegni, presentazioni di libri e progetti, compleanni, concerti, discorsi pubblici, consigli di amministrazione, comunali, regionali e dei ministri, corsi scolastici, lezioni di zumba, conferenze stampa, colloqui di assunzione e persino cene e aperitivi. C’è una cosa che però da remoto non si è potuta fare: il teatro. Spettacolo “dal vivo” per definizione, senza il corpo presente qui e ora non c’è il teatro, si dice. Ma è davvero così impossibile immaginare un’arte dove il corpo e la sua esperienza possano essere vissuti in modo diverso dal contatto e dalla compresenza? E se non riusciamo a immaginare di farlo con l’arte performativa, che mette in scena la vita, come possiamo pensare di farlo con gli altri aspetti complessi della vita stessa, dal lavoro alla scuola?

Devo ringraziare il regista Damiano Michieletto, perché la sua messa in scena del Rigoletto al Circo Massimo per l’Opera di Roma mi ha fornito un ottimo esempio di quanto la questione del rapporto tra verità e corpo in teatro sia falsa quanto quella tra reale e virtuale fuori dal palcoscenico. Nell’organizzare la sua regia Michieletto è partito dal limite del distanziamento di scena – un metro per l’azione, il doppio con il canto – per arrivare a una soluzione il cui risultato era alla fine più filosofico che tecnico. Sull’elefantiaco palcoscenico di 800 mq che gli garantiva le distanze, il cast del suo Rigoletto è andato in scena accompagnato da tre steadycam che hanno seguito le azioni in modo cinematografico, con tagli di inquadratura, luci e soggettive così sofisticate da restituire in presa diretta l’effetto di un bel film (che infatti poi, con la produzione Indigo, si farà).

La scelta del regista ha creato un cortocircuito perfetto quanto disorientante: da un lato c’erano i corpi reali dei performer, resi piccoli dalla distanza, ma presenti con tutta l’immediatezza e il rischio del teatro dal vivo; dall’altra parte però nessuno li guardava veramente, perché sullo schermo alle loro spalle scorrevano imponenti le immagini dei loro gesti minimi amplificati dalla regia, le loro espressioni altrimenti impossibili da vedere e persino flashback o fantasie pre-girate, dove al già dominante punto di vista del regista si sommavano leggibili le citazioni kubrickiane. Eppure Michieletto non ha sottratto ai corpi il loro spessore per renderli un’immagine smaterializzata. Li ha invece moltiplicati, rendendo la loro percezione molto più complessa di quella fruibile dal solo piano del palcoscenico.

La sua regia ha mostrato in modo plastico il fatto che ciascuno di noi agisce contemporaneamente su molti piani e l’effetto risultava destabilizzante come lo sarebbe stato essere fisicamente seduti al tavolo di una riunione e aver davanti uno schermo con i presenti collegati anche su Zoom. Quale delle due riunioni è più reale? Quale dei due Rigoletto è quello che rispetta il “qui e ora” del teatro? Michieletto la domanda l’ha rigirata a chi guardava: scegliete voi, sembrava dire, quale dei due piani vi restituisce l’autenticità che cercate.

Lo spettacolo li offriva in simultanea, ma con il sottinteso che si trattasse di una falsa scelta, dato che uno senza l’altro non sarebbe potuto esistere. Palcoscenico e ripresa rispettavano entrambi l’hic et nunc e dunque lo straniamento ricadeva infine sul pubblico, costretto a chiedersi per tre ore: ma io quanto sono “dal vivo” se guardo in uno schermo l’inquadratura scelta dal regista, identica per tutti? Quanto sono “qui e ora” se scelgo invece la tridimensionalità dei corpi sul palcoscenico, anche se i gesti li riesco a stento a distinguere? È vero teatro quello che sto vedendo?

Non sono domande molto diverse da quelle che ci si pone quando si parla di didattica a distanza (sarà vera scuola?) o di lavoro agile (sarà lavoro equivalente?). Gli unici che non se la sono mai posta sono i tifosi di calcio, che da sempre esultano al goal e insultano arbitro e avversari come se divano e stadio fossero contigui. Qual è dunque l’elemento, se c’è, che consente a chi vive un’esperienza da remoto di misurarne la verità effettiva su di sé?

Invece che un dato in più, la risposta potrebbe essere un dato in meno, qualcosa a cui bisogna rinunciare per capire. Me lo ha suggerito una sera Luca De Michelis, patron della casa editrice Marsilio, quando – sull’opportunità di mantenere le persone a casa a lavorare anche dopo lo sblocco – mi disse che tutto si poteva fare a distanza in una casa editrice, tranne esercitare la leadership. In sostanza, in un sistema novecentesco di organizzazione delle funzioni, se viene meno la possibilità di fare le cose insieme in una sede materiale, l’unico a perdere davvero il lavoro è il capo. Qualunque dipendente può infatti mantenere anche da casa la responsabilità del prodotto o del servizio, ma chi comanda ha la sensazione di non gestire più il processo, che ha parametri di verifica non ancora immaginati a distanza. La risposta di De Michelis è quindi vera solo dentro le logiche gerarchiche con cui sono ancora organizzate le nostre principali attività sociali, che siano scuole o imprese: in quei luoghi il lavoro da remoto non può apparire equiparabile a quello in presenza perché il controllo dei processi e il controllo delle persone sono stati sovrapposti fino a coincidere.

La lezione creativa di Michieletto resta esemplare anche per spiazzare questa visione: è “vero” tutto quello che produce un alto grado di coinvolgimento logico-emotivo, qualunque sia il modo in cui lo fa. Se quello che avviene attraverso la tecnologia è in grado di suscitare la stessa dinamica di riconoscimento interpersonale che il teatro, la scuola e il lavoro hanno sempre attivato con il corpo, allora è teatro anche la lacrima di Rigoletto sullo schermo al Circo Massimo, è scuola anche la lezione su Zoom ed è lavoro anche quello fatto dal divano di casa propria. Il post covid ci sta offrendo l’opportunità irripetibile di ripensare al metodo con cui gestiamo le mansioni – le relazioni le hanno già cambiate gli smartphone da anni – per fare in modo che il piano di ciò che tocchiamo in presenza e quello di ciò che “sentiamo” a distanza possano agire in simultanea senza che nessuno dei due smetta di essere autentico. Occorre un ripensamento degli alfabeti, ineludibile quando a cambiare sono i contenuti.

Così come negli anni ’60 non si poteva pensare di fare televisione portando semplicemente davanti alla telecamera il linguaggio teatrale, allo stesso modo non si può pensare di organizzare il lavoro da remoto con le logiche usate fino a ora in presenza, né di fare la scuola a distanza con i metodi di una classe fisica, ammesso e non concesso che in entrambi i campi i metodi fossero davvero i migliori possibili. Non si tratta di una questione tecnologica – la disuguaglianza digitale nel Paese c’è, ma si risolve con investimenti in infrastrutture e formazione – quanto di riorganizzazione i rapporti di potere da cui dipendono i metodi di lavoro e di insegnamento. È questo ciò che in fondo davvero spaventa e non è un caso se la resistenza più forte all’idea di un cambio di paradigma la si incontra ai vertici dei rispettivi sistemi, quelli che sarebbero più scossi dalla trasformazione della piramide in una rete. Non è vero che la preoccupazione è come lavora o come impara chi lo fa da casa. La preoccupazione autentica è come fa ancora a comandare chi non può più controllare i corpi. C’è un lato oscuro della medaglia di cui però non conosciamo ancora i risvolti: la lotta per i diritti – dei lavoratori, ma anche delle donne e della comunità LGBTI+ – è nata rompendo l’isolamento dei corpi e combattendone la negazione o la riduzione a “forza lavoro”. Nei corpi vicini esiste un potenziale rivoluzionario nativo, che precede le elaborazioni e spesso le fa sorgere. La sfida del futuro è scoprire chi arriverà prima: se il potere antico troverà nuove forme per esercitare il vecchio controllo, oppure se saranno le libertà nascenti a definirsi – per dirla come T.S. Eliot – tenendo «insieme un mondo nuovo e il vecchio reso esplicito».