No, la ricostruzione in 3D del volto - diciamolo subito - non è un capolavoro. Raffaello non vogliamo ricordarlo così. Meglio riguardare il pittore raffigurato da se stesso nella Scuola di Atene (smemorati, cercate su Google), nelle Stanze vaticane. O persino, in extremis, in quell’Autoritratto con un amico – arrivato dal Louvre per la mostra alle Scuderie del Quirinale – dove è ormai stanco, appesantito con gli occhi gonfi, forse per il troppo lavoro o il troppo vizio. La Fornarina, ovviamente, non può più dirci la verità. Ma, insomma, la notizia che, proprio nel cinquecentenario della morte, un'équipe dell’università di Tor Vergata abbia sentito la necessità di ricostruire la faccia dell’artista più amato del Cinquecento un po’ fa sorridere e un po’ ci porta lontano dalla storia dell'arte. Perché non si vuole mettere in dubbio l'autenticità dello sforzo profuso, ma la sua utilità.
Cercare il "vero volto" di Raffaello rimanda a quella stessa dimensione feticistica della caccia ai "resti" del genio del passato che prese di mira già Caravaggio. In questo caso, ci fu chi cercò di rintracciarne le ossa, perdute chissà dove tra Palo e Porto Ercole, nell'anno di grazia 1610. Dal 1520, invece, arriva questo Raffaello versione videogame. Ha i capelli rossicci, lunghi, che scendono a piccole onde ben pettinate. Sembra più un cugino del fantomatico Salvator Mundi attribuito a Leonardo che il pittore di Urbino, scomparso a 37 anni e giovane per sempre. Lo sguardo, poi, non è intelligentissimo. E' lui lo stesso infaticabile artista che lavorò fino allo stremo per i papi e i banchieri, lasciando capolavori invidiati e ricercati per secoli dai collezionisti del mondo? Chissà.
"Questa ricerca fornisce per la prima volta una prova concreta che lo scheletro riesumato nel Pantheon nel 1833 appartiene a Raffaello - ha detto Olga Rickards, antropologa molecolare dell'università di Tor Vergata - Apre la strada a possibili futuri studi molecolari sui resti scheletrici, volti a convalidare questa identità e a determinare alcuni caratteri del personaggio correlati con il dna come ad esempio i caratteri fenotipici (colore degli occhi, dei capelli e della carnagione), la provenienza geografica e la presenza di eventuali marcatori genetici che predispongono per malattie". La speranza dei ricercatori è di pubblicare lo studio - condotto in collaborazione con la Fondazione Vigamus e l'Accademia Raffaello di Urbino - sulla rivista Nature. Ma siamo più dalle parti di Csi che di Roberto Longhi.
Sarà stato anche questo il vero volto di Raffaello, d'accordo. Ma che passi alla storia è ancora tutto da vedere. A quella dell'arte, per ora, sembra proprio di no.
Cercare il "vero volto" di Raffaello rimanda a quella stessa dimensione feticistica della caccia ai "resti" del genio del passato che prese di mira già Caravaggio. In questo caso, ci fu chi cercò di rintracciarne le ossa, perdute chissà dove tra Palo e Porto Ercole, nell'anno di grazia 1610. Dal 1520, invece, arriva questo Raffaello versione videogame. Ha i capelli rossicci, lunghi, che scendono a piccole onde ben pettinate. Sembra più un cugino del fantomatico Salvator Mundi attribuito a Leonardo che il pittore di Urbino, scomparso a 37 anni e giovane per sempre. Lo sguardo, poi, non è intelligentissimo. E' lui lo stesso infaticabile artista che lavorò fino allo stremo per i papi e i banchieri, lasciando capolavori invidiati e ricercati per secoli dai collezionisti del mondo? Chissà.
"Questa ricerca fornisce per la prima volta una prova concreta che lo scheletro riesumato nel Pantheon nel 1833 appartiene a Raffaello - ha detto Olga Rickards, antropologa molecolare dell'università di Tor Vergata - Apre la strada a possibili futuri studi molecolari sui resti scheletrici, volti a convalidare questa identità e a determinare alcuni caratteri del personaggio correlati con il dna come ad esempio i caratteri fenotipici (colore degli occhi, dei capelli e della carnagione), la provenienza geografica e la presenza di eventuali marcatori genetici che predispongono per malattie". La speranza dei ricercatori è di pubblicare lo studio - condotto in collaborazione con la Fondazione Vigamus e l'Accademia Raffaello di Urbino - sulla rivista Nature. Ma siamo più dalle parti di Csi che di Roberto Longhi.
Sarà stato anche questo il vero volto di Raffaello, d'accordo. Ma che passi alla storia è ancora tutto da vedere. A quella dell'arte, per ora, sembra proprio di no.