Donald Sassoon: “Marx ha finito le risposte”
Simonetta Fiori , di SIMONETTA FIORILa pandemia e le conseguenze, il capitalismo in crisi e le diseguaglianze. Parla il grande storico britannico che ha terminato un nuovo saggio. Dove definisce il tempo che stiamo vivendo come il “trionfo dell’ansia”
I libri più recenti di Donald Sassoon annunciano la nuova era pandemica con tratti quasi profetici. È difficile trovare altri lavori storiografici capaci di anticipare i Sintomi morbosi del nostro tempo - titolo dell'opera tradotta l'anno scorso da Garzanti - mentre alla fine dell'anno dovrebbe arrivare in Italia The Anxious Triumph: a Global History of Capitalism (Penguin Books), un'analisi dello sviluppo industriale nel mondo che riguarda il periodo tra il 1860 e il 1914 ma con uno sguardo orientato sull'attualità. "Oggi è impossibile fare previsioni", dice lo studioso britannico, nato da una famiglia ebraica in Egitto sotto il protettorato inglese e scolarizzato tra Francia, Italia, Regno Unito e Stati Uniti. "Io da storico osservo il passato, che è già un affare complicato".
Però il suo libro "Sintomi morbosi" appare quasi profetico, a cominciare dal titolo.
"Sì, ma amme…
Però il suo libro "Sintomi morbosi" appare quasi profetico, a cominciare dal titolo.
"Sì, ma amme…
I libri più recenti di Donald Sassoon annunciano la nuova era pandemica con tratti quasi profetici. È difficile trovare altri lavori storiografici capaci di anticipare i Sintomi morbosi del nostro tempo - titolo dell'opera tradotta l'anno scorso da Garzanti - mentre alla fine dell'anno dovrebbe arrivare in Italia The Anxious Triumph: a Global History of Capitalism (Penguin Books), un'analisi dello sviluppo industriale nel mondo che riguarda il periodo tra il 1860 e il 1914 ma con uno sguardo orientato sull'attualità. "Oggi è impossibile fare previsioni", dice lo studioso britannico, nato da una famiglia ebraica in Egitto sotto il protettorato inglese e scolarizzato tra Francia, Italia, Regno Unito e Stati Uniti. "Io da storico osservo il passato, che è già un affare complicato".
Però il suo libro "Sintomi morbosi" appare quasi profetico, a cominciare dal titolo.
"Sì, ma ammetto che non avevo la minima idea che sarebbe scoppiata la pandemia. Quel riferimento al carattere morboso del nostro tempo mi era stato ispirato da Antonio Gramsci. Nel 1930, nel carcere fascista di Turi, scriveva che la malattia nasce sempre nell'interregno, "quando il vecchio muore e il nuovo non può nascere". La sua immagine mi sembrava calzante per l'oggi. È come essere in mezzo a un guado: alle spalle c'è la vecchia sponda ma non si riesce a scorgere la nuova perché travolti da correnti molto forti".
La pandemia è stata l'onda che ci ha sommerso?
"In parte sì, anche se le correnti a cui mi riferivo sono i nazionalismi xenofobi che proliferano in Europa. Il virus segna una cesura netta, nel senso che nella coscienza collettiva ci sarà un "prima" e un "dopo". Ma sarei presuntuoso se riuscissi a leggere nitidamente questo "dopo". Posso fare però dei raffronti con la grande pandemia novecentesca che tra il 1918 e il 1920 uccise 25 milioni di persone. Nonostante la cifra sia di gran lunga superiore a quella delle vittime del Covid 19, la spagnola non produsse effetti paragonabili a quelli attuali: all'epoca l'economia mondiale non era interconnessa come lo è oggi. E possiamo ipotizzare che, se non vi fosse stata la spagnola, nel dopoguerra ci sarebbero stati molti più disoccupati".
Sorprende che la spagnola sia stata studiata poco dagli storici.
"Ha sorpreso moltissimo anche me. Ne ho parlato a lungo con Jay Winter, il grande storico britannico che ha dedicato la sua vita alla Grande Guerra. Ma come è possibile che 25 milioni di morti non abbiano interessato gli storici, i romanzieri, i registi? Forse la guerra è molto più eccitante della malattia".
Ora gli storici saranno costretti a studiare il Covid 19, che ha già prodotto conseguenze politiche.
"Ha accelerato quel processo che avevo già individuato in Sintomi morbosi. I leader autoritari, spesso eletti democraticamente, approfittano del virus per inasprire le leggi liberticide. E a peggiorare il quadro interviene la fragilità dell'Europa, favorita dalla Brexit e da una classe politica complessivamente mediocre".
In che modo cambierà il quadro economico?
"Mi colpisce che la Banca Centrale inglese faccia ogni giorno previsioni diverse: sul calo del Pil, nel 2021, navighiamo nella totale incertezza. Ma per superare la crisi - ed è questa l'unico dato certo - abbiamo bisogno dell'intervento dello Stato. Quindi ci sarà ovunque un maggior peso del ruolo pubblico che attenuerà quella spinta neoliberista che in Occidente è stata la dominante negli ultimi decenni. L'idea centrale di questo indirizzo è che il capitalismo possa crescere solo a condizione di diminuire l'intervento dello Stato. La pandemia ha travolto questo impianto".
Il capitalismo potrebbe uscirne variato?
"Sì. Una sua prerogativa è la capacità di cambiare: è un sistema dinamico proteiforme che si adatta a situazioni modificate. Ma sarebbe più corretto parlare di capitalismi: ci sono enormi differenze da paese a paese".
Un mutamento sarà legato all'ambiente. La pandemia è il frutto di un forte squilibrio prodotto dall'uomo.
"Questo è un tema centrale, a cui dedico la nota conclusiva di The Anxious Triumph. Le contraddizioni interne al capitalismo avvistate da Marx non riguardano più la lotta di classe, ma la sostenibilità ambientale di questa crescita. Il sistema di produzione capitalistico oggi trae la sua legittimazione dal fatto che 150 anni fa a giovarsene era il 20 per cento della popolazione, mentre oggi il rapporto è rovesciato: a fronte d'un 20 per cento di perdenti, l'80 per cento della collettività sta molto meglio di nonni e bisnonni. Quasi tutti possiamo avere un'automobile, comprare il cellulare o la tv".
Ma il pianeta non regge più ai consumi crescenti.
"Se si va avanti di questo passo la crisi sarà gravissima. Pensi alle centinaia di milioni di cinesi che negli ultimi decenni sono usciti dalla povertà: giustamente vogliono lo stesso tenore di vita degli occidentali, muoversi in automobile e avere l'aria condizionata quando fa caldo. Ma può il mondo permettersi un miliardo e mezzo di cinesi con lo stesso standard di vita dei californiani?".
Che avrebbe detto Karl Marx? Glielo domando perché molti anni fa lei scrisse un'intervista immaginaria in chiave aggiornata.
"In questi giorni l'ho cercato, ma preferisce tenere il social distancing. I marxisti di oggi hanno molti problemi. Il mondo è cambiato enormemente e bisogna produrre nuove analisi".
Lei prima ha detto che sono migliorate le condizioni di vita della popolazione nel mondo, e questo è un dato innegabile. Ma nell'ultimo trentennio in tutto l'Occidente sono cresciute le diseguaglianze. La pandemia ne è stato un formidabile evidenziatore.
"In Inghilterra come in Italia le diseguaglianze si ereditano dai genitori. E anche l'accesso alla ricerca universitaria resta molto squilibrato. I salari dei giovani professori sono più bassi di quello dei loro coetanei medici e avvocati. E con il prezzo delle case alle stelle, può venire a insegnare a Londra solo chi è nato in una famiglia benestante. Così avremo élite intellettuali figlie delle élite del denaro".
Perché definisce il capitalismo il trionfo dell'ansia? Mi riferisco al titolo del suo ultimo libro.
"Il capitalismo non inventa l'ansia perché questo stato d'animo già esisteva nell'era preindustriale. Nell'Italia del Settecento un contadino guardava con preoccupazione al tempo, alle carestie o alle guerre, ma non temeva che in America qualcuno potesse inventare il trattore e il prezzo del grano crollasse. Con l'avvento del capitalismo, l'ansia entra a far parte del sistema di produzione: può bastare una qualsiasi novità perché improvvisamente precipitino le posizioni di vantaggio fin lì conquistate. Il capitalismo seleziona continuamente vincitori e vinti".
Lei dialoga con Marx e scrive libri ispirati da Gramsci. Cosa vuol dire per lei essere di sinistra nel XXI secolo?
"È un'attitudine che mi porta a stare da parte degli oppressi, non degli oppressori; dalla parte di chi è discriminato, non di chi discrimina. Questo non vuol dire necessariamente essere socialisti, ma vuol dire appartenere a un campo più allargato nel quale mi riconosco da sempre. È difficile che a 73 anni si cambi pelle".
Però il suo libro "Sintomi morbosi" appare quasi profetico, a cominciare dal titolo.
"Sì, ma ammetto che non avevo la minima idea che sarebbe scoppiata la pandemia. Quel riferimento al carattere morboso del nostro tempo mi era stato ispirato da Antonio Gramsci. Nel 1930, nel carcere fascista di Turi, scriveva che la malattia nasce sempre nell'interregno, "quando il vecchio muore e il nuovo non può nascere". La sua immagine mi sembrava calzante per l'oggi. È come essere in mezzo a un guado: alle spalle c'è la vecchia sponda ma non si riesce a scorgere la nuova perché travolti da correnti molto forti".
La pandemia è stata l'onda che ci ha sommerso?
"In parte sì, anche se le correnti a cui mi riferivo sono i nazionalismi xenofobi che proliferano in Europa. Il virus segna una cesura netta, nel senso che nella coscienza collettiva ci sarà un "prima" e un "dopo". Ma sarei presuntuoso se riuscissi a leggere nitidamente questo "dopo". Posso fare però dei raffronti con la grande pandemia novecentesca che tra il 1918 e il 1920 uccise 25 milioni di persone. Nonostante la cifra sia di gran lunga superiore a quella delle vittime del Covid 19, la spagnola non produsse effetti paragonabili a quelli attuali: all'epoca l'economia mondiale non era interconnessa come lo è oggi. E possiamo ipotizzare che, se non vi fosse stata la spagnola, nel dopoguerra ci sarebbero stati molti più disoccupati".
Sorprende che la spagnola sia stata studiata poco dagli storici.
"Ha sorpreso moltissimo anche me. Ne ho parlato a lungo con Jay Winter, il grande storico britannico che ha dedicato la sua vita alla Grande Guerra. Ma come è possibile che 25 milioni di morti non abbiano interessato gli storici, i romanzieri, i registi? Forse la guerra è molto più eccitante della malattia".
Ora gli storici saranno costretti a studiare il Covid 19, che ha già prodotto conseguenze politiche.
"Ha accelerato quel processo che avevo già individuato in Sintomi morbosi. I leader autoritari, spesso eletti democraticamente, approfittano del virus per inasprire le leggi liberticide. E a peggiorare il quadro interviene la fragilità dell'Europa, favorita dalla Brexit e da una classe politica complessivamente mediocre".
In che modo cambierà il quadro economico?
"Mi colpisce che la Banca Centrale inglese faccia ogni giorno previsioni diverse: sul calo del Pil, nel 2021, navighiamo nella totale incertezza. Ma per superare la crisi - ed è questa l'unico dato certo - abbiamo bisogno dell'intervento dello Stato. Quindi ci sarà ovunque un maggior peso del ruolo pubblico che attenuerà quella spinta neoliberista che in Occidente è stata la dominante negli ultimi decenni. L'idea centrale di questo indirizzo è che il capitalismo possa crescere solo a condizione di diminuire l'intervento dello Stato. La pandemia ha travolto questo impianto".
Il capitalismo potrebbe uscirne variato?
"Sì. Una sua prerogativa è la capacità di cambiare: è un sistema dinamico proteiforme che si adatta a situazioni modificate. Ma sarebbe più corretto parlare di capitalismi: ci sono enormi differenze da paese a paese".
Un mutamento sarà legato all'ambiente. La pandemia è il frutto di un forte squilibrio prodotto dall'uomo.
"Questo è un tema centrale, a cui dedico la nota conclusiva di The Anxious Triumph. Le contraddizioni interne al capitalismo avvistate da Marx non riguardano più la lotta di classe, ma la sostenibilità ambientale di questa crescita. Il sistema di produzione capitalistico oggi trae la sua legittimazione dal fatto che 150 anni fa a giovarsene era il 20 per cento della popolazione, mentre oggi il rapporto è rovesciato: a fronte d'un 20 per cento di perdenti, l'80 per cento della collettività sta molto meglio di nonni e bisnonni. Quasi tutti possiamo avere un'automobile, comprare il cellulare o la tv".
Ma il pianeta non regge più ai consumi crescenti.
"Se si va avanti di questo passo la crisi sarà gravissima. Pensi alle centinaia di milioni di cinesi che negli ultimi decenni sono usciti dalla povertà: giustamente vogliono lo stesso tenore di vita degli occidentali, muoversi in automobile e avere l'aria condizionata quando fa caldo. Ma può il mondo permettersi un miliardo e mezzo di cinesi con lo stesso standard di vita dei californiani?".
Che avrebbe detto Karl Marx? Glielo domando perché molti anni fa lei scrisse un'intervista immaginaria in chiave aggiornata.
"In questi giorni l'ho cercato, ma preferisce tenere il social distancing. I marxisti di oggi hanno molti problemi. Il mondo è cambiato enormemente e bisogna produrre nuove analisi".
Lei prima ha detto che sono migliorate le condizioni di vita della popolazione nel mondo, e questo è un dato innegabile. Ma nell'ultimo trentennio in tutto l'Occidente sono cresciute le diseguaglianze. La pandemia ne è stato un formidabile evidenziatore.
"In Inghilterra come in Italia le diseguaglianze si ereditano dai genitori. E anche l'accesso alla ricerca universitaria resta molto squilibrato. I salari dei giovani professori sono più bassi di quello dei loro coetanei medici e avvocati. E con il prezzo delle case alle stelle, può venire a insegnare a Londra solo chi è nato in una famiglia benestante. Così avremo élite intellettuali figlie delle élite del denaro".
Perché definisce il capitalismo il trionfo dell'ansia? Mi riferisco al titolo del suo ultimo libro.
"Il capitalismo non inventa l'ansia perché questo stato d'animo già esisteva nell'era preindustriale. Nell'Italia del Settecento un contadino guardava con preoccupazione al tempo, alle carestie o alle guerre, ma non temeva che in America qualcuno potesse inventare il trattore e il prezzo del grano crollasse. Con l'avvento del capitalismo, l'ansia entra a far parte del sistema di produzione: può bastare una qualsiasi novità perché improvvisamente precipitino le posizioni di vantaggio fin lì conquistate. Il capitalismo seleziona continuamente vincitori e vinti".
Lei dialoga con Marx e scrive libri ispirati da Gramsci. Cosa vuol dire per lei essere di sinistra nel XXI secolo?
"È un'attitudine che mi porta a stare da parte degli oppressi, non degli oppressori; dalla parte di chi è discriminato, non di chi discrimina. Questo non vuol dire necessariamente essere socialisti, ma vuol dire appartenere a un campo più allargato nel quale mi riconosco da sempre. È difficile che a 73 anni si cambi pelle".