In Calabria tra nuvole e draghi
di Vito TetiLuce e oscurità, ospitalità e rancori, bellezza e rovine, antiche leggende e nuovi miti. Il viaggiatore disponibile all’incontro troverà una terra da cui non si libererà mai
n "picciol luogo", un paese mondo, un mondo paese, dilatato e sfrangiato in tutti i continenti, San Nicola da Crissa, a 518 metri di altezza sul versante tirrenico delle Serre vibonesi. Questo è il luogo dove sono nato, da cui sono partito e in cui sono tornato, a mio modo partecipe di quella natura errante, mobile, inquieta che, come sottolinea Alvaro, è la forza della Calabria, terra tra le più belle d'Italia anche a detta di molti stranieri eppure in fuga da sé stessa.
Dal mio balcone, capita la giornata favorevole e vedi le cime dell'Etna, bianche, lucenti, o altre volte nere, cupe del fumo che erutta la bocca del Vulcano. Cariddi è là, più in basso, e sembra indicare Scilla al nuovo Ulisse. Sali, con lo sguardo, e vedi il suo castello e Bagnara, il porto di Gioia Tauro, i luoghi del mito e delle nuove mitologie.
Al mattino le nuvole basse si adagiano tra le colline, dipingendo un paesaggio immaginario di piccoli …
Dal mio balcone, capita la giornata favorevole e vedi le cime dell'Etna, bianche, lucenti, o altre volte nere, cupe del fumo che erutta la bocca del Vulcano. Cariddi è là, più in basso, e sembra indicare Scilla al nuovo Ulisse. Sali, con lo sguardo, e vedi il suo castello e Bagnara, il porto di Gioia Tauro, i luoghi del mito e delle nuove mitologie.
Al mattino le nuvole basse si adagiano tra le colline, dipingendo un paesaggio immaginario di piccoli …
n "picciol luogo", un paese mondo, un mondo paese, dilatato e sfrangiato in tutti i continenti, San Nicola da Crissa, a 518 metri di altezza sul versante tirrenico delle Serre vibonesi. Questo è il luogo dove sono nato, da cui sono partito e in cui sono tornato, a mio modo partecipe di quella natura errante, mobile, inquieta che, come sottolinea Alvaro, è la forza della Calabria, terra tra le più belle d'Italia anche a detta di molti stranieri eppure in fuga da sé stessa.
Dal mio balcone, capita la giornata favorevole e vedi le cime dell'Etna, bianche, lucenti, o altre volte nere, cupe del fumo che erutta la bocca del Vulcano. Cariddi è là, più in basso, e sembra indicare Scilla al nuovo Ulisse. Sali, con lo sguardo, e vedi il suo castello e Bagnara, il porto di Gioia Tauro, i luoghi del mito e delle nuove mitologie.
Al mattino le nuvole basse si adagiano tra le colline, dipingendo un paesaggio immaginario di piccoli laghi verso i paesi della Piana, del Mesima, del Vibonese. Di fronte, il Castello normanno-svevo di Vibo e sotto, invisibili ma presenti, i palazzi nobiliari della Monteleone ottocentesca e gli strati sovrapposti dell'Hipponion greca, della Vibona romana, della Monteleone medievale.
Anfore, statue votive, reperti di ogni genere vengono fuori ostinatamente ad ogni ulteriore tentativo di sventrare e cementificare una volta per tutte le campagne lussureggianti dove Plutone rapì Proserpina, e da cui con lo sguardo si possono abbracciare le Eolie. Più in là, si intuisce Mileto, ricostruita dopo che il terremoto del 1783 aveva distrutto la splendida capitale del regno voluta dai Normanni. È qui che si compie la straordinaria epopea letteraria di Rizieri, il protagonista di Oga Magoga di Giuseppe Occhiato, acutissimo interprete di quel nostos Mediterraneo di cui ha saputo raccontare i miti, il sottoterra, il cielo, le fate, i santi, i mostri, il cielo, la morte e la vita di questa parte di mondo.
Dal balcone, sono splendidi i colori, le nuvole, le luci che cambiano nell'arco del giorno e delle stagioni. Tuttavia, mentre il sole sta nascendo dal versante Ionico o si corica nel mare di Sicilia, da quel vasto e aperto paesaggio emerge una storia di rovine e di macerie, di calamità e di catastrofi che, paradossalmente, avevano reso così unico, bello, quel mondo che aveva una grande e viva cognizione del dolore.
Guardiamo verso il ponte dell'Angitola, bombardato, come la Mileto di Rizieri e di Occhiato, dagli "apparecchi americani che gettavano bombe e se ne andavano". Ecco, coperti da altre nuvole bianche e azzurre, i resti di strade e città magnogreche, di siti e chiese bizantine. Di Rocca Angitola, abbandonata a fine Settecento, presso la quale si voleva fosse ubicata un'antica città mai esistita, Crissa, ma dove certo esistono resti che narrano il succedersi, il sovrapporsi, il combinarsi di civiltà, di dominatori, di stranieri. Una geografia tellurica, un paesaggio costantemente segnato da nuove catastrofi e apocalissi.
Solo a pochi chilometri da qui c'è Maierato, dove pochi anni or sono una grande voragine ha rischiato di ingoiare parte dell'abitato. Anche qui un tempo si diceva abitasse un Drago in grado di divorare non solo una leggendaria fanciulla, ma la terra stessa, interi villaggi con i loro abitanti. Più in là Francavilla Angitola, "il paese del Drago". Il drago e S. Giorgio si ritrovano in tanti luoghi del Sud che hanno conosciuto terremoti, frane, abbandoni. Sibille, orchi, draghi, talpe di cui è affollata la geografia fantastica e reale della Calabria, che intreccia miti e luoghi da visitare, conducono a un "sottoterra" a cui corrisponde un Cielo, a un viaggio sotterraneo nel "mondo di sotto" che porta alla rinascita e alla rigenerazione, nelle "grotte" che hanno ospitato animali, briganti, santi, eremiti di cui ogni paese conserva memoria. Miti, luoghi, memorie, leggende che, qui come altrove, raccontavano e ammonivano. Ma noi, resi ciechi e ubriachi dalle "magnifiche sorti e progressive", abbiamo smesso di ascoltarli.
Dal balcone di casa o dalla balconata della Piazza, dalla faggeta delle montagne tra due mari, compio da anni un viaggio da fermo. Cercando, inutilmente, di dare ordine al disordine, compiutezza all'incompiutezza. Da qui ho compreso che la bellezza e la grandezza di questo paesaggio che mi appartiene e mi costituisce sta nelle sue rovine. Bellezze e rovine non si escludono, ben al di là di una percezione romantica o estetizzante.
Le rovine non sono solo segno di degrado, "povertà naturale", dissesto; sono memoria, segni del passato e di una storia che le rende elementi identitari, come il paesaggio, i boschi, le nuvole. Ciò che qui è affascinante e suggestivo (i continui, struggenti, cambiamenti del paesaggio) è un carattere naturale in grado di presentarsi anche con una carica distruttiva che segna l'antropologia, la mentalità, la religiosità, l'immaginario, la melanconia delle popolazioni. Non si comprende l'animo del calabrese se si prescinde da questa geografia tellurica, che ne determina la bellezza e insieme la caducità, dai suoi contrasti climatici, dagli 800 km di costa con il 95 per cento di territorio montano e collinare. Non esiste una Calabria, ma le Calabrie.
La Calabria ossimoro, terra di contraddizioni e di ambivalenze, delle identità e delle disidentità, che soltanto uno sguardo superficiale presenta in maniera granitica. Ogni cosa, dalle nostre parti, può diventare il suo contrario. Ci sono il cielo, le virtù, la pazienza e l'ospitalità, la pietà, ma c'è anche il sottoterra; ci sono i rancori, i vizi, gli odi. Ci sono la luce e il sole, le ombre e le oscurità. Gli aspetti luttuosi e tristi nell'antropologia delle popolazioni, legati a una storia complessa, a invasioni e catastrofi, devono essere riconosciuti e compresi, senza esaltazioni ed esasperazioni.
Dai tempi di Alvaro molto è cambiato, la Calabria è in fuga, sono andati via i suoi paesi, come ha cantato Franco Costabile nel Canto dei nuovi emigranti (1964). La Calabria ha il pane e i prodotti più buoni del mondo, ma i suoi giovani continuano a fuggire e spesso non tornano.
Non è facile dire cosa è la Calabria perché tutt'ora è terra leggendaria, mitica, caricata e sovrastata da una molteplicità di immagini ostili e superficiali, di cui non sono responsabili solo gli altri. Io, come scriveva Alvaro, non so bene perché la amo. Perché a volte vorrei fuggire, mi domando che ci faccio qui; poi mi affaccio dai balconi, giro nei vicoli, incontro le persone di sempre, dialogo con i defunti, scavo nel mio sottoterra e intuisco, sento, perché la amo. Non sarà facile il viaggio di chi verrà in questi luoghi, ma se è disponibile all'incontro, a capire, a mettersi in discussione, incontrerà una terra meravigliosa di cui non si libererà mai, perché la Calabria, nel bene e nel male, è una metafora del pianeta, che dovremmo sapere riguardare, amare, curare.
La serie. Hotel Italia è una guida letteraria, sentimentale ma anche utile: consigli d’autore sul nostro paese in queste vacanze più italiane che mai
Dal mio balcone, capita la giornata favorevole e vedi le cime dell'Etna, bianche, lucenti, o altre volte nere, cupe del fumo che erutta la bocca del Vulcano. Cariddi è là, più in basso, e sembra indicare Scilla al nuovo Ulisse. Sali, con lo sguardo, e vedi il suo castello e Bagnara, il porto di Gioia Tauro, i luoghi del mito e delle nuove mitologie.
Al mattino le nuvole basse si adagiano tra le colline, dipingendo un paesaggio immaginario di piccoli laghi verso i paesi della Piana, del Mesima, del Vibonese. Di fronte, il Castello normanno-svevo di Vibo e sotto, invisibili ma presenti, i palazzi nobiliari della Monteleone ottocentesca e gli strati sovrapposti dell'Hipponion greca, della Vibona romana, della Monteleone medievale.
Anfore, statue votive, reperti di ogni genere vengono fuori ostinatamente ad ogni ulteriore tentativo di sventrare e cementificare una volta per tutte le campagne lussureggianti dove Plutone rapì Proserpina, e da cui con lo sguardo si possono abbracciare le Eolie. Più in là, si intuisce Mileto, ricostruita dopo che il terremoto del 1783 aveva distrutto la splendida capitale del regno voluta dai Normanni. È qui che si compie la straordinaria epopea letteraria di Rizieri, il protagonista di Oga Magoga di Giuseppe Occhiato, acutissimo interprete di quel nostos Mediterraneo di cui ha saputo raccontare i miti, il sottoterra, il cielo, le fate, i santi, i mostri, il cielo, la morte e la vita di questa parte di mondo.
Dal balcone, sono splendidi i colori, le nuvole, le luci che cambiano nell'arco del giorno e delle stagioni. Tuttavia, mentre il sole sta nascendo dal versante Ionico o si corica nel mare di Sicilia, da quel vasto e aperto paesaggio emerge una storia di rovine e di macerie, di calamità e di catastrofi che, paradossalmente, avevano reso così unico, bello, quel mondo che aveva una grande e viva cognizione del dolore.
Guardiamo verso il ponte dell'Angitola, bombardato, come la Mileto di Rizieri e di Occhiato, dagli "apparecchi americani che gettavano bombe e se ne andavano". Ecco, coperti da altre nuvole bianche e azzurre, i resti di strade e città magnogreche, di siti e chiese bizantine. Di Rocca Angitola, abbandonata a fine Settecento, presso la quale si voleva fosse ubicata un'antica città mai esistita, Crissa, ma dove certo esistono resti che narrano il succedersi, il sovrapporsi, il combinarsi di civiltà, di dominatori, di stranieri. Una geografia tellurica, un paesaggio costantemente segnato da nuove catastrofi e apocalissi.
Solo a pochi chilometri da qui c'è Maierato, dove pochi anni or sono una grande voragine ha rischiato di ingoiare parte dell'abitato. Anche qui un tempo si diceva abitasse un Drago in grado di divorare non solo una leggendaria fanciulla, ma la terra stessa, interi villaggi con i loro abitanti. Più in là Francavilla Angitola, "il paese del Drago". Il drago e S. Giorgio si ritrovano in tanti luoghi del Sud che hanno conosciuto terremoti, frane, abbandoni. Sibille, orchi, draghi, talpe di cui è affollata la geografia fantastica e reale della Calabria, che intreccia miti e luoghi da visitare, conducono a un "sottoterra" a cui corrisponde un Cielo, a un viaggio sotterraneo nel "mondo di sotto" che porta alla rinascita e alla rigenerazione, nelle "grotte" che hanno ospitato animali, briganti, santi, eremiti di cui ogni paese conserva memoria. Miti, luoghi, memorie, leggende che, qui come altrove, raccontavano e ammonivano. Ma noi, resi ciechi e ubriachi dalle "magnifiche sorti e progressive", abbiamo smesso di ascoltarli.
Dal balcone di casa o dalla balconata della Piazza, dalla faggeta delle montagne tra due mari, compio da anni un viaggio da fermo. Cercando, inutilmente, di dare ordine al disordine, compiutezza all'incompiutezza. Da qui ho compreso che la bellezza e la grandezza di questo paesaggio che mi appartiene e mi costituisce sta nelle sue rovine. Bellezze e rovine non si escludono, ben al di là di una percezione romantica o estetizzante.
Le rovine non sono solo segno di degrado, "povertà naturale", dissesto; sono memoria, segni del passato e di una storia che le rende elementi identitari, come il paesaggio, i boschi, le nuvole. Ciò che qui è affascinante e suggestivo (i continui, struggenti, cambiamenti del paesaggio) è un carattere naturale in grado di presentarsi anche con una carica distruttiva che segna l'antropologia, la mentalità, la religiosità, l'immaginario, la melanconia delle popolazioni. Non si comprende l'animo del calabrese se si prescinde da questa geografia tellurica, che ne determina la bellezza e insieme la caducità, dai suoi contrasti climatici, dagli 800 km di costa con il 95 per cento di territorio montano e collinare. Non esiste una Calabria, ma le Calabrie.
La Calabria ossimoro, terra di contraddizioni e di ambivalenze, delle identità e delle disidentità, che soltanto uno sguardo superficiale presenta in maniera granitica. Ogni cosa, dalle nostre parti, può diventare il suo contrario. Ci sono il cielo, le virtù, la pazienza e l'ospitalità, la pietà, ma c'è anche il sottoterra; ci sono i rancori, i vizi, gli odi. Ci sono la luce e il sole, le ombre e le oscurità. Gli aspetti luttuosi e tristi nell'antropologia delle popolazioni, legati a una storia complessa, a invasioni e catastrofi, devono essere riconosciuti e compresi, senza esaltazioni ed esasperazioni.
Dai tempi di Alvaro molto è cambiato, la Calabria è in fuga, sono andati via i suoi paesi, come ha cantato Franco Costabile nel Canto dei nuovi emigranti (1964). La Calabria ha il pane e i prodotti più buoni del mondo, ma i suoi giovani continuano a fuggire e spesso non tornano.
Non è facile dire cosa è la Calabria perché tutt'ora è terra leggendaria, mitica, caricata e sovrastata da una molteplicità di immagini ostili e superficiali, di cui non sono responsabili solo gli altri. Io, come scriveva Alvaro, non so bene perché la amo. Perché a volte vorrei fuggire, mi domando che ci faccio qui; poi mi affaccio dai balconi, giro nei vicoli, incontro le persone di sempre, dialogo con i defunti, scavo nel mio sottoterra e intuisco, sento, perché la amo. Non sarà facile il viaggio di chi verrà in questi luoghi, ma se è disponibile all'incontro, a capire, a mettersi in discussione, incontrerà una terra meravigliosa di cui non si libererà mai, perché la Calabria, nel bene e nel male, è una metafora del pianeta, che dovremmo sapere riguardare, amare, curare.
La serie. Hotel Italia è una guida letteraria, sentimentale ma anche utile: consigli d’autore sul nostro paese in queste vacanze più italiane che mai