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Addio Malatesta, professione inviato

E' morto il nostro collega Stefano, per anni firma di "Repubblica", poi scrittore, pittore e molte altre cose. Amava l'Oriente, la storia inglese ed era un grande esperto degli scenari del Grande Gioco
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Se n’è andato Stefano Malatesta, firma di Repubblica, grande viaggiatore e scrittore di viaggio, pittore. Un uomo che dello sguardo, della capacità di guardare il mondo, la sua vastità e la sua diversità aveva fatto una professione, anzi molte. Nato a Roma nel 1940, laureato in scienze politiche, si era dedicato al giornalismo come cronista di nera e inviato di guerra, scrivendo per Panorama del Cile di Pinochet e poi diventando per Repubblica inviato sui fronti più caldi, dal Nicaragua alla guerra Iran Iraq.

Negli anni della maturità aveva dato alla sua capacità di osservare i mondi altri e i luoghi più lontani il respiro di una scrittura più lunga, firmando numerosi volumi. Una seconda vita inaugurata a fine anni Novanta con Il cammello battriano, dedicato alla celebre “Via della Seta” e alle sue antiche vie carovaniere, sulle tracce del Milione di Marco Polo, e proseguita con Il napoletano che domò gli afghani, Il grande mare di sabbia, Quel treno per Baghdad, L’uomo dalla voce tonante e La vanità della cavalleria e altre storie di guerra (2017). Era in effetti, quella di Stefano per la storia dell'Impero britannico e per le atmosfere del Grande Gioco sullo scacchiere asiatico una vera e propria passione. Conosceva personaggi, battaglie e aneddoti di ufficiali, cavalieri e anche cavalli come pochi altri. La sua biblioteca sul tema l'aveva tirata su negli anni con la cura meticolosa di un collezionista di storie. Per la casa editrice Neri Pozza, che ha pubblicato negli anni le sue opere, era diventato curatore di una ricca collana di libri di viaggio, “Il cammello battriano”, che negli anni ha pubblicato molti volumi di autori italiani e internazionali, da David Attenborough a Peter Ackroyd.

Direttore artistico del Festival della letteratura di viaggio e vincitore di numerosi premi di giornalismo (tra gli altri il Comisso, il Barzini, il Chatwin e il Kapuscinki), in Roma era un paradiso ha descritto l’evoluzione sociale e antropologica della capitale dal Dopoguerra ad oggi. Si era dedicato alla pittura, esponendo in varie gallerie. Tra le sue personali da ricordare Femmine e paesaggi, alla Galleria Nova di Roma, nel 2007 e I collage al Centro Culturale Cappella Orsini di Roma, nel 2015.

Era un uomo di rara eleganza che riuscì a mantenere anche negli ultimi anni, nonostante la malattia dgenerativa lo avesse costretto a viaggiare solo con la fantasia, con la memoria e con la scrittura. Cosa, quest'ultima, che non smise mai di venirgli in modo naturale, leggero e unico.