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Cari ragazzi avete sbagliato nemico

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Lo scontro generazionale tra vecchi e giovani rischia di nascondere il vero problema: il mondo nuovo ha abolito milioni di posti di lavoro senza crearne di nuovi. E a guadagnarci sono gli sfruttatori
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Un paio di settimane fa una mia breve risposta sul Venerdì a un lettore mio coetaneo - cose tra sessantenni - ha provocato, del tutto immeritatamente, uno di quei polveroni social che nel giro di pochi clic perdono di vista "dati causa e pretesto" (Guccini, ottant'anni freschi freschi).

Si toccava la delicata questione del ricambio generazionale. Scrissi - per farla breve - che noi baby boomer abbiamo avuto la fortuna di cavalcare una potente onda di cambiamento e di progresso socio-economico; mentre molti ragazzi di oggi, pur avendo talenti e meriti almeno pari ai nostri, hanno la sfortuna di vivere in un tempo molto più incerto, ed economicamente depresso. E in ogni modo, parlando di giornali e di letteratura, aggiunsi che se anche "i vecchi" rinunciassero a scrivere, questo non aprirebbe di per sé neppure mezza porta ai "giovani", perché ogni generazione cresce per suo conto e non deve chiedere il permesso a nessuno. (R…
Un paio di settimane fa una mia breve risposta sul Venerdì a un lettore mio coetaneo - cose tra sessantenni - ha provocato, del tutto immeritatamente, uno di quei polveroni social che nel giro di pochi clic perdono di vista "dati causa e pretesto" (Guccini, ottant'anni freschi freschi).

Si toccava la delicata questione del ricambio generazionale. Scrissi - per farla breve - che noi baby boomer abbiamo avuto la fortuna di cavalcare una potente onda di cambiamento e di progresso socio-economico; mentre molti ragazzi di oggi, pur avendo talenti e meriti almeno pari ai nostri, hanno la sfortuna di vivere in un tempo molto più incerto, ed economicamente depresso. E in ogni modo, parlando di giornali e di letteratura, aggiunsi che se anche "i vecchi" rinunciassero a scrivere, questo non aprirebbe di per sé neppure mezza porta ai "giovani", perché ogni generazione cresce per suo conto e non deve chiedere il permesso a nessuno. (Renzo Piano non "occupa" altri posti che il suo, e se smettesse di fare ponti domattina non si aprirebbe, per ciò solamente, una fiorente stagione di nuovi ponti).

Quelle poche righe sono diventate, non essendolo mai state, "Serra che si rifiuta di farsi da parte", attribuendomi una specie di vanità anagrafica del tutto inesistente. Al contrario, avevo semmai ridimensionato i meriti della mia generazione attribuendoli all'epoca fausta; e viceversa, alleggerito gli eventuali demeriti di questa attribuendoli all'epoca infausta. "Ok boomer" me lo dico da solo da un bel po' di anni, e l'ho scritto in ogni salsa: appartengo a una generazione privilegiata, che non ha fatto la guerra, non la fame, e non è costretta, come molti ragazzi di oggi, a cercare la sua strada nel deserto. Ma non ho nessuna intenzione di sentirmi in colpa per essere venuto al mondo nel 1954. Non l'ho fatto apposta.

Detto questo, abbandono ogni velleità di riportare la polemica alle sue basi testuali, e dunque abbandono la sola parte davvero "generazionale" del mio discorso, che è la difesa di una impostazione culturale oramai surclassata dai tempi, quella umanistico-filologica. Ho smesso di illudermi che un medium (i social) fondato sull'uso sincopato e convulso delle parole possa, alle parole, portare rispetto. Mi permetto solamente di raccomandare ai "giovani", spendendo quel poco di aura da "vecchio" che mi sono guadagnato, di risalire, se possono e se vogliono, la corrente dei commenti isterici fino alla loro fonte. Costa tempo, è vero. Ma almeno si sa di che cosa si sta parlando. Non c'è altra maniera, se non si vuole galleggiare come tappi sopra le rapide di una emotività senza approdi.

Al putiferio social è seguito, su questo giornale, un dibattito ben più strutturato e riflessivo. Sulle navi che affondano (quasi ogni giornale a pagamento, in questo momento, è una nave che rischia di affondare) vige ancora una specie di dress code che impone di non urlare e non maledire. Con una differenza, rispetto ai social, non piccola, e anzi decisiva: per scrivere su un giornale si viene pagati, e per leggerlo si paga. Questa disparità di luoghi e di modi è già un pezzo importante del dibattito in questione. Per molti under quaranta scrivere su un giornale è ancora un obiettivo, malgrado il compenso sia sempre più basso; ma il paradosso è che ormai quasi nessun under quaranta legge un giornale, ed è anche per questo che i giornali vendono sempre meno copie e pagano sempre peggio redattori e collaboratori. I giornali sono, per eccellenza, un attrezzo "per vecchi". I giovani, anche quelli più culturalmente ambiziosi, si formano e si informano altrimenti.

Ne conseguono, inevitabili, due domande. La prima: come mai un medium decadente esercita ancora un'attrazione professionale così forte in chi è abituato a farne a meno come utente? Ovvero: perché mai vuoi scrivere per un giornale che non fa parte del tuo patrimonio formativo? La seconda: perché i medium nuovi, di prorompente vitalità e a volte di ottimi contenuti, ancora non riescono a diventare "un lavoro vero" se non per pochissimi?

Per discutere sul serio della sperequazione socio-economica tra "giovani" e "vecchi" secondo me si deve partire proprio da qui. Anzi, solamente da qui. I nuovi media, i nuovi linguaggi (non solo informativi) hanno creato - o sono stati creati - da un modo di produzione che crea un enorme reddito per pochissimi, e molti meno posti di lavoro rispetto al vecchio mondo. Non sono vecchi esosi, sono soprattutto quarantenni spregiudicati i nuovi padroni del web, che grazie al traffico dei dati e a troppe franchigie fiscali sono riusciti a creare un plusvalore economico inaudito, mai visto prima, a fronte di una occupazione che è almeno dieci volte inferiore, a parità di fatturato, rispetto al capitalismo classico, quello novecentesco. Il mito del "gratuito" ha fatto il resto, convogliando miliardi di persone nell'immenso mercato dei dati: quando non paghi, vuol dire che la merce sei tu.

A me sembra che, piuttosto che contendere a presunti "vecchi" i vecchi lavori, le nuove generazioni per prime (e non solo loro, ovviamente) debbano chiedersi come sia possibile che i lavori nuovi siano così mal pagati e precari. Come è possibile che il "loro" mondo sia così avaro di risorse economiche e di gratificazione umana, e per quali mancanze, quali omissioni, quali errori (di ogni generazione vivente) non si trovino forme di lotta politica e sindacale efficaci almeno quanto quelle storiche, degli operai e dei contadini.

Per restare nel (piccolo) ambiente dell'informazione, la leva dei Montanelli dei Biagi e dei Bocca guadagnò molto, ma molto più di me; e io guadagno molto di più di un valoroso giovane cronista che, per pura passione professionale e civile, crede nel mestiere. Al termine di questo ciclo a perdere avrebbe dovuto esserci, evidentemente, un nuovo ciclo economico innovativo e virtuoso, che produce denaro e lavoro in nuove forme. E invece non c'è. Perlomeno non tanto da creare reddito quanto ne basterebbe a migliaia di persone per pensare, facendo il giornalista o altro, di avere un mestiere, un futuro, pagare il mutuo di una casa, mantenere una famiglia.

Non è questo forse il problema? Non è che la massa dei fuorigioco (di tutte le età) è in aumento, e la fortuna degli sfruttatori e degli accumulatori (di tutte le età) è forse ai suoi massimi storici? Anche negli interventi, molti dei quali appassionati e interessanti, che ho letto su questo giornale, ho notato una netta prevalenza dell'approccio psicologico-ambientale, e ben pochi accenni a quella che la (vecchia...) scuola marxista chiamava "la struttura della società". Nel nostro caso, una profonda ristrutturazione tecnologico-economica che ha abolito milioni di posti di lavoro, senza crearne di nuovi in misura appena decente.

Se i posti nei giornali fossero tanti quanti ce n'erano quando ho cominciato io, nessuno perderebbe tempo, oggi, a brontolare contro i veterani che non si levano dai piedi. Ho cominciato a scrivere all'ombra di giganti come Giorgio Bocca, e il fatto che ci fosse, accanto alla mia firma, anche la sua, mi faceva sentire sicuro e protetto, non viceversa. Il conflitto tra generazioni è un antico e degno e fisiologico metodo per mandare avanti il mondo, i figli hanno sempre desiderato di scalzare i padri; ma se lo scontro padri-figli arriva a prendere il posto del conflitto sociale quello vero, vuol dire che gli sfruttatori la stanno facendo franca, e gli sfruttati stanno scegliendo, come spesso purtroppo accade, il nemico sbagliato.

Il confronto: Il dibattito sullo scontro generazionale tra vecchi e giovani, in particolare in ambito giornalistico, nasce sul Venerdì del 31 luglio, con un botta e risposta tra Michele Serra e un lettore Prosegue poi su queste pagine con gli interventi di Nadia Terranova, Raffaele Alberto Ventura, Natalia Aspesi e Giacomo Bottos. E sul nostro sito con un commento di Paolo Di Paolo