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La sala da pranzo di palazzo Trubeckoj con i Gauguin e i Van Gogh. Sulla parete accanto all’entrata, l’arazzo di William Morris l’Adorazione dei magi. La colorizzazione delle foto degli archivi della famiglia Scukin è di Christine Delocque-Fourcaud 

Gauguin, Matisse e l’uomo di Mosca

Sergej Šcukin riunì nel suo palazzo il meglio delle Avanguardie. Poi arrivò la Rivoluzione d’ottobre. Il nipote ha ricostruito la sua storia
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A Mosca c'era un palazzo, e c'è ancora. Si chiama Palazzo Trubeckoj, nonostante nel 1882 sia stato venduto dai principi, male in arnese, al mercante Ivan Šcukin. Originari di Borovsk, gli Šcukin ai primi dell'Ottocento si erano trasferiti a Mosca e si erano fatti immensamente ricchi commerciando tessuti. Sposavano le figlie di altri kupec come loro, erano religiosissimi, poliglotti e pazzi per l'arte. Ciascuno dei figli di Ivan aveva una predilezione. Nikolaj amava l'argenteria e la pittura antica, Pëtr l'arte russa con un penchant per i nudi di Renoir. Ivan il dandy comprava gli Impressionisti e gli spagnoli; a Parigi finirà pieno di debiti e suicida. Dmitrij lo chiamavano "l'olandese", perché a Dresda si era innamorato dei fiamminghi andando a lezione da von Bode.

Poi c'era Sergej, genio degli affari ed erede naturale, nonostante fosse terzogenito, dell'impero di famiglia. A lui, unico tra i frate…
A Mosca c'era un palazzo, e c'è ancora. Si chiama Palazzo Trubeckoj, nonostante nel 1882 sia stato venduto dai principi, male in arnese, al mercante Ivan Šcukin. Originari di Borovsk, gli Šcukin ai primi dell'Ottocento si erano trasferiti a Mosca e si erano fatti immensamente ricchi commerciando tessuti. Sposavano le figlie di altri kupec come loro, erano religiosissimi, poliglotti e pazzi per l'arte. Ciascuno dei figli di Ivan aveva una predilezione. Nikolaj amava l'argenteria e la pittura antica, Pëtr l'arte russa con un penchant per i nudi di Renoir. Ivan il dandy comprava gli Impressionisti e gli spagnoli; a Parigi finirà pieno di debiti e suicida. Dmitrij lo chiamavano "l'olandese", perché a Dresda si era innamorato dei fiamminghi andando a lezione da von Bode.

Poi c'era Sergej, genio degli affari ed erede naturale, nonostante fosse terzogenito, dell'impero di famiglia. A lui, unico tra i fratelli a non mostrare in giovinezza interesse per l'arte, toccò in sorte di trasformare palazzo Trubeckoj nella culla della più strepitosa collezione d'arte moderna che si ricordi, e poi di perderla tutta. La Rivoluzione russa lo costrinse all'esilio in Francia, lui salvò il denaro ma i quadri restarono in Unione Sovietica: i suoi Picasso, i Gauguin, i Matisse finirono divisi tra l'Ermitage di San Pietroburgo e il museo Pushkin di Mosca. Per gran parte del Novecento la sua vicenda è stata dimenticata. Fu l'americana Beverly Whitney Kean la prima a scriverne, negli anni '80, in All the Empy Palaces. Intanto, grazie alla glasnost, le ricerche degli studiosi russi sui grandi borghesi che avevano portato a Mosca le avanguardie rivedevano la luce.

Visitando la Russia in quegli anni, "come inviato del ministero della Cultura di Jack Lang", André Delocque, stimato funzionario di stato francese, fece una scoperta su se stesso: "Il cognome di mia madre Irina, ultimogenita di Sergej Šcukin, nell'antica patria faceva ancora effetto". Essere il nipote di Sergej fino ad allora era stato un affare privato; da quel momento impresse una svolta alla sua esistenza, spingendolo a indagare la vita del nonno e il suo ruolo di artefice delle fortune dei grandi artisti di inizio Novecento. Nel 2016 Delocque è stato tra i curatori della mostra alla Fondation Louis Vuitton di Parigi che ha ricostruito, con 160 opere delle oltre 270 originarie, il perimetro della collezione; nel 2019 l'antologica di Mosca ha avuto un grande successo. A un secolo dalla fuga di Sergej, Delocque ha riavuto la cittadinanza russa. Con la storica dell'arte Natalia Semënova ha poi firmato Sergej Šcukin. Un collezionista visionario nella Russia degli zar, ora tradotto da Johan & Levi.

Dettagliato e appassionante, è un ritratto di famiglia che parte dalle vite del clan degli Šcukin per poi restringere il fuoco su Sergej, come Delocque ci racconta dal sud della Francia. "Mia madre Irina era una ballerina e viaggiava molto. La mia infanzia, negli anni Quaranta, l'ho trascorsa nel salotto parigino dei nonni. Sergej è morto nel 1936, quindi non l'ho conosciuto, ma mia nonna, la sua seconda moglie, mi parlava russo. E tuttavia non si discuteva mai né del passato, né di pittura".

Così è solo nella maturità che Delocque si è ricongiunto con una parte della sua identità: "Ho iniziato a camminare sulle tracce di mio nonno, a conoscerlo dalle poche lettere, dalle pagine dei suoi diari, scoprendo che a spingerlo al collezionismo erano stati due gravi lutti: prima la scomparsa di un figlio adolescente, poi dell'amata prima moglie". E aggiunge: "Tutta la storia del suo rapporto con i mercanti, con i pittori, con la classe alta a cui apparteneva parla di un uomo che non ha paura dello scandalo".

Mentre, negli anni dieci del Novecento, trasformava il Trubeckoj in un museo, aprendone le porte agli artisti che desideravano il nuovo e ai nobili moscoviti che lo deprecavano, lo scaltro e malinconico Šcukin non poteva immaginare che il 1917 lo avrebbe travolto. Di certo però aveva colto tutta l'inquietudine, la violenza, la potenza imprigionata nel salotto Rosa allestito per lui da Matisse, nelle "iconostasi" di Gauguin che affollavano fino al soffitto la sua sala da pranzo, nei cinquanta Picasso che riempivano claustrofobici una saletta di soli venticinque metri quadri. Nella sua solitudine aveva intuito che la grande arte, come i grandi dolori, non tollera l'ipocrisia. Ed è finito sepolto a Montmartre, sulla collina dei pittori che l'avevano così duramente combattuta