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Un cofanetto di cosmetici "ispirato" a Frida Kahlo 

Quel grande affare chiamato Frida Kahlo

Mentre per via della pandemia le mostre dei suoi dipinti vengono rinviate, la sua immagine è sempre più sfruttata a fini commerciali, dai cosmetici ai gioielli, con un contenzioso internazionale tra un uomo d'affari con base in Florida e le eredi. L'ultimo paradosso dell'artista messicana
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Era comunista, anticonformista, con un corpo malato e sofferente: eppure Frida Kahlo è diventata l’eldorado del marketing, ideale per vendere oggetti di ogni tipo - dalle t-shirt alle scarpe passando per i cosmetici – e il suo volto si è tramutato in un’icona globale come la Gioconda. La commercializzazione sempre più accelerata della sua immagine rischia di offuscare la sua arte, soprattutto ora che a causa del coronavirus le mostre delle sue opere sono annullate o rinviate, o semplicemente sancisce che Frida è ormai una santa laica, l’oggetto di un culto popolare che non può essere fermato ma non intacca il suo valore artistico?

L’argomento è spinoso, è oggetto di una contesa globale e contiene un paradosso, perché la stessa Frida fu in vita costruttrice del proprio mito. Non a caso la monografica a lei dedicata dal Victoria & Albert Museum di Londra del 2018 si intitolava Frida Kahlo: Making …
Era comunista, anticonformista, con un corpo malato e sofferente: eppure Frida Kahlo è diventata l’eldorado del marketing, ideale per vendere oggetti di ogni tipo - dalle t-shirt alle scarpe passando per i cosmetici – e il suo volto si è tramutato in un’icona globale come la Gioconda. La commercializzazione sempre più accelerata della sua immagine rischia di offuscare la sua arte, soprattutto ora che a causa del coronavirus le mostre delle sue opere sono annullate o rinviate, o semplicemente sancisce che Frida è ormai una santa laica, l’oggetto di un culto popolare che non può essere fermato ma non intacca il suo valore artistico?

L’argomento è spinoso, è oggetto di una contesa globale e contiene un paradosso, perché la stessa Frida fu in vita costruttrice del proprio mito. Non a caso la monografica a lei dedicata dal Victoria & Albert Museum di Londra del 2018 si intitolava Frida Kahlo: Making Her Self Up e si concentrava proprio su questo aspetto, esponendo i suoi oggetti personali, dai corsetti in gesso che era costretta a mettere e che lei dipingeva interamente, ai suoi trucchi.

Mentre, per via della pandemia, il Drents Museum di Assen, in Olanda, ha dovuto rinviare al 2021 la mostra che riunirà per la prima volta in Europa i prestiti delle due maggiori collezioni messicane della pittrice, il Museo Dolores Olmedo e il Museo Frida Kahlo, esponendo insieme le opere più significative e, ancora una volta, i “segni” della sua biografia, dall’altra parte dell’Oceano, tra Messico e Stati Uniti, continua la battaglia tra la famiglia di Frida e l’uomo d’affari venezuelano Carlos Dorado, domiciliato in Florida, sullo sfruttamento commerciale del suo nome.

Le opere di Frida appartengono, insieme a quelle di Diego Rivera, a un trust che Rivera ha destinato al popolo messicano: posto sotto la responsabilità del Banco de México, che gestisce il rapporto con i musei che ospitano in Messico i dipinti della coppia e i prestiti dei dipinti. Il diritto di gestire l’“immagine” e il nome di Frida, quindi le sue rappresentazioni, è invece passato a cinquant’anni dalla morte della pittrice, nel 2004, alla nipote Isolda. Inizialmente con lo scopo dichiarato di continuare le opere di beneficenza della stessa Frida, Isolda e la figlia Mara Romeo hanno creato dei marchi registrati per “proteggere” nome e immagine della zia. Ma il successo mondiale del film Frida, con Salma Hayek, uscito negli Stati Uniti nel 2002, ha nutrito fin dai primi anni Duemila una vera e propria “fridamania” e c’è chi ne ha saputo approfittare.

L’uomo d’affari venezuelano Carlos Dorado, con base in Florida, ha avvicinano le eredi, ha creato insieme a loro la Frida Kahlo Corporation, per cedere licenze e commercializzare il marchio in tutto il mondo e in seguito ne ha acquisito il controllo al 51%. Pur non potendo utilizzare le riproduzioni delle opere, e dovendo quindi ricorrere a foto ritoccate, disegni “alla maniera di” e altri stratagemmi, la FKC fa affaroni: ha creato tra gli altri un museo multimediale nella località turistica messicana di Playa del Carmen e un ristorante a tema. Ma il vero caso internazionale è scoppiato nel 2018, quando la Mattel ha messo sul mercato la sua Barbie Frida Khalo: la famiglia ha portato la FKC in tribunale, riuscendo a far vietare la commercializzazione della bambola in Messico. Sotto accusa il suo aspetto: troppo chiara di carnagione, troppo magra, troppo poco messicana. Mentre le controversie continuano, gli affari non si fermano: un marchio americano di cosmetici (Ulta Beauty) ha lanciato l’estate scorsa una collezione di cosmetici intitolata a Frida. La marca di bigiotteria Kidult ha un’intera linea di gioielli a suo nome, con tanto di ciondoli con le sue frasi. Riuscirà Frida la rivoluzionaria a uscire indenne da questo gran mercato postumo, o di lei resteranno solo un vestito a balze e un rossetto troppo rosso, acquistabili comodamente da casa anche in tempo di lockdown?