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Jimi Hendrix, California 1967 

Hendrix. Il figlio del voodoo

Il 18 settembre saranno 50 anni dalla morte di un genio che non fu solo il più grande chitarrista della storia, ma anche simbolo di un mondo diverso. A celebrarlo molti nuovi libri
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La "cosa selvaggia" si agita sul palco, suona la chitarra con i denti, con la lingua, tenendola dietro la schiena, la usa come per fare l'amore con gli amplificatori producendo suoni in(a)uditi. Poi l'appoggia a terra e ci si inginocchia sopra continuando a percuoterne le corde, improvvisamente si alza e torna con una bottiglietta di benzina con cui la cosparge, si inginocchia di nuovo, la bacia. E poi le dà fuoco. Le fiamme si alzano e lui agita le mani come se le invitasse a divampare più forti mormorando qualcosa senza microfono proprio come un "Voodoo Child", il "figlio del voodoo".

Come lui stesso cantava: "And if I don't meet you no more/ in this world/ then I'll meet you/ in the next one 'cause I'm a voodoo child". "Se non ci incontreremo più in questo mondo lo faremo nell'altro perché io sono un figlio del voodoo": un presagio. Ma non solo. È magia certo, impossibi…
La "cosa selvaggia" si agita sul palco, suona la chitarra con i denti, con la lingua, tenendola dietro la schiena, la usa come per fare l'amore con gli amplificatori producendo suoni in(a)uditi. Poi l'appoggia a terra e ci si inginocchia sopra continuando a percuoterne le corde, improvvisamente si alza e torna con una bottiglietta di benzina con cui la cosparge, si inginocchia di nuovo, la bacia. E poi le dà fuoco. Le fiamme si alzano e lui agita le mani come se le invitasse a divampare più forti mormorando qualcosa senza microfono proprio come un "Voodoo Child", il "figlio del voodoo".

Come lui stesso cantava: "And if I don't meet you no more/ in this world/ then I'll meet you/ in the next one 'cause I'm a voodoo child". "Se non ci incontreremo più in questo mondo lo faremo nell'altro perché io sono un figlio del voodoo": un presagio. Ma non solo. È magia certo, impossibile capire come un uomo solo possa produrre quei suoni, ma quello a cui il pubblico sta assistendo è anche un gesto di rivolta, di libertà e al contempo una metafora della dissoluzione (della società, dello show business, dell'idea stessa della rockstar), consapevole o meno: "L'ho fatto perché sapevo di poterlo fare", dirà in seguito, senza spiegare altro. Non serve.

Jimi Hendrix getta altra benzina mentre la band continua a suonare poi prende la chitarra in fiamme per il manico e inizia a distruggerla sbattendola a terra, conficcandola negli amplificatori. Infine ne tira i pezzi al pubblico. Il sacrificio è compiuto. La telecamera inquadra alcune ragazze: sono stupite, sconcertate, scioccate, ammutolite. Alla fine resta un silenzio stregato. Solo qualche attimo dopo arrivano gli applausi. Nessuno aveva mai visto niente del genere. La performance-rito di Hendrix ha fatto impallidire il concerto degli Who che poco prima sullo stesso palco hanno distrutto anch'essi chitarra e batteria. Ma non sono loro a rimanere nella storia questa volta. Perché quella sera "la cosa selvaggia", lo spirito del rock'n'roll, la "Wild Thing" era lui, Jimi Hendrix. Wild Thing è un brano dei Troggs del 1965. Dice: "Wild thing, you make my heart sing/ You make everything groovy, wild thing/ wild thing, you make my heart sing". Quella sera Hendrix l'ha reinterpretato, l'ha stravolto ed è stato proprio lui a rendere "ogni cosa groovy".

Jimi Hendrix, arrivato al festival Monterey Pop da semisconosciuto ne è uscito da superstar. Era il 18 giugno del 1967. Il giorno dopo tutto il mondo parlava di lui.

Un passo indietro. Si potrebbe dire che, non solo la fama di Jimi Hendrix, ma proprio tutto iniziò a Monterey Pop. Monterey fu infatti il primo esempio di "free festival" organizzato in parte dagli stessi musicisti che ci avrebbero suonato e quindi con uno spirito diverso rispetto a quello dello show business: tutti gli artisti (tranne Ravi Shankar che portava le "buone vibrazioni" del suo sitar al pubblico americano) suonarono gratis e tutto il ricavato dei tre giorni di concerto venne donato in beneficenza. Il biglietto costava un dollaro. Tra gli organizzatori John e Michelle Phillips dei Mamas & the Papas e il loro manager Lou Adler, Paul Simon e il giornalista-consulente dei Beatles, Derek Taylor.

Nel "comitato dei garanti" c'erano anche Brian Wilson, Donovan, Mick Jagger e Paul McCartney. Fu quest'ultimo a insistere per far suonare Jimi Hendrix, allora più famoso in Inghilterra che nel suo paese d'origine, gli Stati Uniti. A Monterey tutto funzionò: l'impianto era buono, le performance delle band eccellenti, il pubblico mite e felice. Tutti o quasi avevano fiori tra i capelli: nasceva l'utopia hippie. Scott McKenzie (su testo di John Phillips) cantava: "Se stai andando a San Francisco/ assicurati di indossare fiori tra i capelli/ se stai andando a San Francisco/incontrerai persone gentili/ per coloro che vengono a San Francisco/ l'estate sarà un love-in...".

Era, insomma, quella che sarebbe stata definita "l'estate dell'amore". Anche gli Animals la cantarono con un altro brano, Monterey: "Down in Monterey/ young gods smiled upon the crowd/ their music being born of love". E c'era anche una citazione per lui: "Jimi Hendrix baby, believe me, set the world on fire, yeah": "Jimi Hendrix, credimi ragazza ha dato fuoco al mondo". Ad annunciarlo sul palco in maniera entusiastica era stato addirittura Brian Jones dei Rolling Stones. "This is our generation man! This is groovy!" è la frase che riassume le "good vibrations" del festival e "groovy", "fico", è la parola magica da cui ti riconosci se sei parte della cosa, la pronuncia anche David Crosby prima di suonare.

A vedere Hendrix in prima fila c'era anche Ed Caraeff, l'autore delle immagini di queste pagine, diventate storiche che, nel suo nuovo libro, Burning Desire, racconta: "Dopo il nostro incontro al motel, durante il quale gli mostrai le fotografie di Monterey, Jimi e io diventammo quasi amici. John e Michelle Phillips organizzarono una festa a casa loro e non so come mi ritrovai a dargli uno strappo in macchina. John Phillips era un pezzo grosso di Monterey. Alla festa c'era una marea di gente; io e Jimi iniziammo a giocare a biliardo. Ricordo che stavo vincendo, quando lui venne distratto da due ragazze eleganti e si allontanò dal tavolo. Sono sicuro di non averlo riaccompagnato a casa".

Da quel momento Caraeff fotograferà Hendrix per molto tempo: "La band mi permetteva di seguirli ovunque: prima, durante e dopo le esibizioni dal vivo. Man mano che li fotografavo, capivo meglio come inquadrarli e come sfruttare le luci che avevo a disposizione". Un'altra tappa importante in cui Caraeff seguirà Hendrix sarà il festival di Newport (22 giugno 1969) ma non ci sarà invece a Woodstock dove Jimi dovrebbe salire sul palco l'ultimo giorno, ma i ritardi saranno tali che si esibirà quello successivo, il 18 agosto del 1969, alle 9 del mattino.

A quel punto molti sono già andati a casa, la pianura è ormai una distesa di fango e sporcizia ma quando Jimi attacca Star-Spangled Banner, l'inno nazionale americano, le telecamere sono lì a riprenderlo e quell'esibizione entra nella storia: sirene, fischi, boati a riprodurre il suono delle bombe che cadono, frastuono, paura, delirio. Tutto generato unicamente dalla sua chitarra. Non è solo un pezzo di mostruosa bravura: è uno psicodramma in diretta, l'inno nazionale devastato dagli orrori della guerra in Vietnam con la telecamera che inquadra le lunghe dita di Jimi che fanno ciò che nessuno sarà mai più in grado di fare. Sono quattro minuti diventati un simbol, messi tra una versione di Voodoo Child di 14 minuti e gli oltre quattro di Purple Haze.

Le telecamere intanto mostrano i ragazzi dell'organizzazione che puliscono usando solamente le mani, mettendo i rifiuti in grandi sacchi di plastica. Nel momento massimo della festa c'è già il sentore della fine. Come va a finire il sogno elettrico di Jimi lo racconta un altro libro in uscita sempre in questi giorni, si intitola The Story of Life - Gli ultimi giorni di Jimi Hendrix a cura di Enzo Gentile e Roberto Crema che parte dall'ultimo grande festival dove si esibirà: l'Isola di Wight. Qui le cose non vanno molto bene. La sua esibizione ritarda di tre ore e Jimi salirà sul palco alle prime luci dell'alba in un concerto funestato da disastrosi problemi tecnici quali voci e trasmissioni radio che escono dagli altoparlanti: "Starò qui a suonare per tutta la notte fino a quando qualcuno è sveglio e si muove" promette, arrabbiato ma sempre attento al suo pubblico. Al termine del concerto qualcuno dà fuoco alle coperture del palco. Sono i segni di una follia e di una violenza latenti che si erano già scatenati ad Altamont, il 6 dicembre 1969, dove un ragazzo viene ucciso dagli Hell's Angels a cui era stato affidato il servizio d'ordine e con gli omicidi della "family" di Charles Manson che lasceranno un segno talmente profondo da venir citati in una scena emblematica di Apocalypse Now. Si tratta di una serie di avvenimenti che segneranno a tutti gli effetti la fine del sogno hippie di pace e amore. Ma questa è un'altra storia.

E fa pensare leggere in questo libro come la pressione di uno show business scatenato, che in quei tempi non si curava minimamente della salute degli artisti, imponesse ritmi forzati durissimi, sfruttando al massimo ma in maniera anche stupida figure geniali come quella di Jimi Hendrix che avrebbero potuto dare cose straordinarie al mondo. Nell'ultimo capitolo si accenna al fatto che lui e Miles Davis si frequentavano, attratti l'uno dall'altro e stavano cercando di organizzare momenti per suonare insieme. Pensate che cosa avrebbe potuto significare per la musica e per il mondo una loro collaborazione! Miles Davis, che odiava recarsi in luoghi pubblici, totalmente inatteso, andò al funerale di Jimi. In un'intervista disse: "Lui ha influenzato me e io ho influenzato lui e questo è esattamente il modo in cui da sempre si è creata grande musica". Quel vuoto da lui lasciato oggi non solo non si è chiuso. È diventata una voragine.