Senti chi parla Ginsberg e Burroughs
Gabriele Romagnoli , di GABRIELE ROMAGNOLISalta fuori una conversazione tra i due giganti Beat che ora diventa un libro. Temi: il male, i gatti, le zuppe, gli amici. E un’idea di futuro che nessuno dei due sapeva sarebbe stato breve
Uno amava alla follia i gatti. L’altro le zuppe. Per qualche tempo si amarono (anche) l’un l’altro e fino alla fine rimasero amici. Solo, non si aspettavano che, a quel punto, mancassero appena cinque anni, per entrambi. Uno pensava di avere dentro lo Spirito del Male e proprio in quei giorni si fece esorcizzare da uno sciamano, domandando: «Ma secondo te, quanto devo pagarlo?». L’altro prendeva il peyote perché sotto il suo effetto scriveva “poesie interessanti” e vedeva il futuro, non fosse che, pensavano tutti e due: «Vedere il futuro vuol dire cambiarlo».
Quante volte abbiamo desiderato sederci nello scompartimento di un treno e trovarci davanti due grandi scrittori che, ignari della nostra presenza, chiacchierano tra loro. Non con i formalismi e le studiate verità di un’intervista o una conferenza, ma in libertà, della vita ordinaria di persone straordinarie: della necessità di eliminar…
Quante volte abbiamo desiderato sederci nello scompartimento di un treno e trovarci davanti due grandi scrittori che, ignari della nostra presenza, chiacchierano tra loro. Non con i formalismi e le studiate verità di un’intervista o una conferenza, ma in libertà, della vita ordinaria di persone straordinarie: della necessità di eliminar…
Uno amava alla follia i gatti. L’altro le zuppe. Per qualche tempo si amarono (anche) l’un l’altro e fino alla fine rimasero amici. Solo, non si aspettavano che, a quel punto, mancassero appena cinque anni, per entrambi. Uno pensava di avere dentro lo Spirito del Male e proprio in quei giorni si fece esorcizzare da uno sciamano, domandando: «Ma secondo te, quanto devo pagarlo?». L’altro prendeva il peyote perché sotto il suo effetto scriveva “poesie interessanti” e vedeva il futuro, non fosse che, pensavano tutti e due: «Vedere il futuro vuol dire cambiarlo».
Quante volte abbiamo desiderato sederci nello scompartimento di un treno e trovarci davanti due grandi scrittori che, ignari della nostra presenza, chiacchierano tra loro. Non con i formalismi e le studiate verità di un’intervista o una conferenza, ma in libertà, della vita ordinaria di persone straordinarie: della necessità di eliminare il sale dagli alimenti, di quelli che per lavoro esaminano le fragole, dello “squallore del giovane Holden” (non di Esmè, proprio di Holden Caulfield), dei cerotti alla nitroglicerina, dell’astuta arrendevolezza di Truman Capote, di tutti gli amanti non sopravvissuti e di quel verso della poetessa Sara Teasdale secondo cui: «Ciò che mai abbiamo avuto resta. A svanire è ciò che abbiamo».
Stavano svanendo nel nulla, proprio come lacrime nella pioggia, le parole di questi due replicanti del secolo scorso, pronunciate nell’occasione suprema che li ha messi per cinque giorni uno a fianco all’altro a parlare, sparare, mangiare, poi ancora parlare. Era il marzo del 1992. L’Observer, per celebrare l’uscita del film di David Cronenberg Il pasto nudo ebbe un’idea folle e geniale: mandare a Lawrence, in Kansas, per intervistare William Burroughs, Allen Ginsberg. Gli diedero una lista di domande. Restò cinque giorni: dal 17 al 22.
Steven Taylor, che all’epoca gli faceva da assistente, registrò tutte le conversazioni, ora raccolte nel volume dal titolo Non nascondermi la tua follia. Il questionario suggerito dal giornale, che Ginsberg aveva con sé e che in parte propone a Burroughs, era ragionevole, niente male: «Dove vi siete visti la prima volta?» (A New York, Natale 1943). «Perché ci avete messo tanto a pubblicare i vostri libri?» (Censura, per oscenità). «Perché eravate tutti a Parigi nel 1958?» (C’erano gli amici, a Tangeri non succedeva più niente: meglio lì). Ma che spreco sarebbe stato se non ci fosse tutto il resto: l’atmosfera di complicità assoluta, la deriva soave che accetta tutta la vita che l’ha trascinata lì e, certo, la pazzia. «Tutti quei poeti matti finiscono male», dice un ospite. Poi qualcuno esce e accende l’irrigatore del prato.
È un misto di voli, cadute e camminate rasoterra, questo dialogo senza un centro. A leggerne la trascrizione ci si ritrova a tavola mentre Ginsberg, prima di mangiare, recita come preghiera: «Rendiamo grazie per questo cibo, che è il frutto del lavoro e delle sofferenze di altre persone, e delle sofferenze di altre forme di vita e promettiamo di trasformarlo in medicina illuminata, poesia, cucina, guarigioni, in tutte e dieci le direzioni dello spazio. E in amore per i gatti».
Si sorride scoprendo che Burroughs prendeva idee per racconti dai tabloid: «Suicidio miracoloso di un malato terminale, si spara alla testa facendosi saltare il tumore che gli aveva aggredito il cervello e si salva la vita». Li si guarda compilare un modulo per iscriversi al partito libertario, poiché, sostiene Ginsberg: «In America i repubblicani sono i poliziotti cattivi e i democratici i buoni». Ci si adagia con loro a rivedere vecchie pellicole e si annota la sentenza di Burroughs: «Ogni film deve reggersi come opera a sé stante, non conta se è basato su un libro».
Recitano poesie, vanno al poligono, si immergono nella capanna del sudore, guardano carboni ardenti nella bocca dello sciamano. Evocano Neal (Cassady), Jack (Kerouac), Salman (Rushdie) e tutte quelle vite che per noi sono romanzi, più ancora di quel che hanno scritto. Non è dal buco della serratura che puoi guardarli, ma da quello del cuore, dove è passata la pallottola dell’assenza. I loro eccessi sono rimasti impuniti. Questo li ha resi curiosi riguardo i limiti e si sono spinti a cercarli. Quando l’orizzonte ha ricambiato, venendo loro incontro, allungando l’ombra della fine, hanno smesso di fumare e inscenato complicate cerimonie degli addii.
Burroughs ha l’ossessione dello Spirito del Male, che «moltiplica le sue sembianze in una serie infinita, una sfilza di tombe senza affanni». A Ginsberg piace questa scelta di parole, ma non coglie il senso. L’altro spiega: «È un virus». Ginsberg si illumina: «L’idea è come un virus, un virus opportunistico di cui è arrivato il momento».
Non sempre vedere il futuro consente di cambiarlo. Lo sciamano doveva tornare una settimana più tardi per benedire la casa, ma Ginsberg sarebbe rientrato a New York, a cucinare gigantesche zuppe. Taylor avrebbe ricavato una scodella per l’intervista da pubblicare e messo il resto in frigo per quasi trent’anni. Questo libro è il sapore di ciò che hanno avuto, prima che svanisse per sempre.
Il libro
Non nascondermi la tua follia di William Burroughs e Allen Ginsberg è pubblicato da il Saggiatore (Traduzione Silvia Albesano, pagg. 392, euro 35)
Quante volte abbiamo desiderato sederci nello scompartimento di un treno e trovarci davanti due grandi scrittori che, ignari della nostra presenza, chiacchierano tra loro. Non con i formalismi e le studiate verità di un’intervista o una conferenza, ma in libertà, della vita ordinaria di persone straordinarie: della necessità di eliminare il sale dagli alimenti, di quelli che per lavoro esaminano le fragole, dello “squallore del giovane Holden” (non di Esmè, proprio di Holden Caulfield), dei cerotti alla nitroglicerina, dell’astuta arrendevolezza di Truman Capote, di tutti gli amanti non sopravvissuti e di quel verso della poetessa Sara Teasdale secondo cui: «Ciò che mai abbiamo avuto resta. A svanire è ciò che abbiamo».
Stavano svanendo nel nulla, proprio come lacrime nella pioggia, le parole di questi due replicanti del secolo scorso, pronunciate nell’occasione suprema che li ha messi per cinque giorni uno a fianco all’altro a parlare, sparare, mangiare, poi ancora parlare. Era il marzo del 1992. L’Observer, per celebrare l’uscita del film di David Cronenberg Il pasto nudo ebbe un’idea folle e geniale: mandare a Lawrence, in Kansas, per intervistare William Burroughs, Allen Ginsberg. Gli diedero una lista di domande. Restò cinque giorni: dal 17 al 22.
Steven Taylor, che all’epoca gli faceva da assistente, registrò tutte le conversazioni, ora raccolte nel volume dal titolo Non nascondermi la tua follia. Il questionario suggerito dal giornale, che Ginsberg aveva con sé e che in parte propone a Burroughs, era ragionevole, niente male: «Dove vi siete visti la prima volta?» (A New York, Natale 1943). «Perché ci avete messo tanto a pubblicare i vostri libri?» (Censura, per oscenità). «Perché eravate tutti a Parigi nel 1958?» (C’erano gli amici, a Tangeri non succedeva più niente: meglio lì). Ma che spreco sarebbe stato se non ci fosse tutto il resto: l’atmosfera di complicità assoluta, la deriva soave che accetta tutta la vita che l’ha trascinata lì e, certo, la pazzia. «Tutti quei poeti matti finiscono male», dice un ospite. Poi qualcuno esce e accende l’irrigatore del prato.
È un misto di voli, cadute e camminate rasoterra, questo dialogo senza un centro. A leggerne la trascrizione ci si ritrova a tavola mentre Ginsberg, prima di mangiare, recita come preghiera: «Rendiamo grazie per questo cibo, che è il frutto del lavoro e delle sofferenze di altre persone, e delle sofferenze di altre forme di vita e promettiamo di trasformarlo in medicina illuminata, poesia, cucina, guarigioni, in tutte e dieci le direzioni dello spazio. E in amore per i gatti».
Si sorride scoprendo che Burroughs prendeva idee per racconti dai tabloid: «Suicidio miracoloso di un malato terminale, si spara alla testa facendosi saltare il tumore che gli aveva aggredito il cervello e si salva la vita». Li si guarda compilare un modulo per iscriversi al partito libertario, poiché, sostiene Ginsberg: «In America i repubblicani sono i poliziotti cattivi e i democratici i buoni». Ci si adagia con loro a rivedere vecchie pellicole e si annota la sentenza di Burroughs: «Ogni film deve reggersi come opera a sé stante, non conta se è basato su un libro».
Recitano poesie, vanno al poligono, si immergono nella capanna del sudore, guardano carboni ardenti nella bocca dello sciamano. Evocano Neal (Cassady), Jack (Kerouac), Salman (Rushdie) e tutte quelle vite che per noi sono romanzi, più ancora di quel che hanno scritto. Non è dal buco della serratura che puoi guardarli, ma da quello del cuore, dove è passata la pallottola dell’assenza. I loro eccessi sono rimasti impuniti. Questo li ha resi curiosi riguardo i limiti e si sono spinti a cercarli. Quando l’orizzonte ha ricambiato, venendo loro incontro, allungando l’ombra della fine, hanno smesso di fumare e inscenato complicate cerimonie degli addii.
Burroughs ha l’ossessione dello Spirito del Male, che «moltiplica le sue sembianze in una serie infinita, una sfilza di tombe senza affanni». A Ginsberg piace questa scelta di parole, ma non coglie il senso. L’altro spiega: «È un virus». Ginsberg si illumina: «L’idea è come un virus, un virus opportunistico di cui è arrivato il momento».
Non sempre vedere il futuro consente di cambiarlo. Lo sciamano doveva tornare una settimana più tardi per benedire la casa, ma Ginsberg sarebbe rientrato a New York, a cucinare gigantesche zuppe. Taylor avrebbe ricavato una scodella per l’intervista da pubblicare e messo il resto in frigo per quasi trent’anni. Questo libro è il sapore di ciò che hanno avuto, prima che svanisse per sempre.
Il libro
Non nascondermi la tua follia di William Burroughs e Allen Ginsberg è pubblicato da il Saggiatore (Traduzione Silvia Albesano, pagg. 392, euro 35)