Wim Mertens, il classico è pop
Leonetta Bentivoglio , robinson , di Leonetta BentivoglioIl musicista belga festeggia quarant’anni di carriera con un concerto in Italia nell’ambito del tour celebrativo che aveva interrotto per la pandemia. E del minimalismo che ha influenzato il suo stile dice: “Negli anni ’60 e ’70 il suo avvento fu liberatorio”
Il musicista belga Wim Mertens è un fenomeno sui generis da vari punti di vista. Il primo equivale alla sua spiccata elasticità di autore "crossover", felicemente in bilico tra l'ambito musicale cosiddetto colto e quello pop. Poi c'è la qualità del suo pensiero dialettico e interrogativo, che giunge da un background di studi politici, musicologici e sociali (nelle università di Lovanio e Gand). Inoltre è formidabile la sua maestria al pianoforte, legata a un uso della propria voce in cui s'insinuano falsetti da controtenore, con l'esito di un tessuto di vocalizzi intimistici e bizzarramente estranei a significati verbali. Come delle nenie oniriche. Infine impressiona la sua prolificità, che lo ha portato a creare circa 700 brani in un quarantennio di densissima carriera (è nato nel 1953 a Neerpelt, nelle Fiandre, e il suo arco produttivo corre dal 1980 a oggi).
Compositore "filosofico", Merten…
Compositore "filosofico", Merten…
Il musicista belga Wim Mertens è un fenomeno sui generis da vari punti di vista. Il primo equivale alla sua spiccata elasticità di autore "crossover", felicemente in bilico tra l'ambito musicale cosiddetto colto e quello pop. Poi c'è la qualità del suo pensiero dialettico e interrogativo, che giunge da un background di studi politici, musicologici e sociali (nelle università di Lovanio e Gand). Inoltre è formidabile la sua maestria al pianoforte, legata a un uso della propria voce in cui s'insinuano falsetti da controtenore, con l'esito di un tessuto di vocalizzi intimistici e bizzarramente estranei a significati verbali. Come delle nenie oniriche. Infine impressiona la sua prolificità, che lo ha portato a creare circa 700 brani in un quarantennio di densissima carriera (è nato nel 1953 a Neerpelt, nelle Fiandre, e il suo arco produttivo corre dal 1980 a oggi).
Compositore "filosofico", Mertens, che il 22 settembre sarà in concerto a Roma per un'unica data italiana (Cavea dell'Auditorium Parco della Musica, su invito del festival Romaeuropa), sembra proporsi d'indagare, tramite le sue musiche, certe sfaccettature del mondo e della Storia, rendendo contemporanei gli echi di epoche barocche e romantiche, o intrecciando le spirali elementari dell'"ambient" agli ardui crismi avanguardistici. Emerso come l'esponente più notevole (insieme all'inglese Michael Nyman) del minimalismo europeo, pronto a rileggere in una prospettiva "calda" l'approccio alla musica di statunitensi quali Steve Reich, Philip Glass, Terry Riley e La Monte Young, messaggeri di un'iterazione votata a una progressiva complessità armonica, Mertens ha dato vita a dimensioni ipnotiche e visionarie conquistando un ampio successo internazionale. Con l'evocativo Wim Mertens, amante sia delle linee melodiche (benché labirintiche e anomale), sia degli sperimentalismi arditi, si svolge per telefono la conversazione che segue.
Come festeggia i suoi quarant'anni di creazioni, tra concerti e dischi, cinema e teatro? Sono famosi i suoi lavori per il grande schermo e per il palcoscenico.
"Li celebro con l'avventura dell'"Inescapable tour", che ha toccato e toccherà diversi paesi. La tournée partì in gennaio e ho già presentato concerti in Spagna, Portogallo e Belgio. Poi si è interrotta a causa della pandemia. Non vedo l'ora di riprenderla. In scena suono il pianoforte e canto, e mi accompagna la violinista Liesbeth Baelus".
"Inescapable" vuol dire inevitabile...
"Lo è il mio rapporto con la musica. S'intitola così anche il box di quattro cd pubblicato nel novembre del 2019, comprensivo di 61 brani scritti tra il 1980 e il 2020, per un totale di cinque ore d'ascolto. Include Novel, dove suono l'harmonium per la prima volta, e Sprachreisen, commissionatomi dalla città di Bruges per il 500esimo anniversario dei suoi carillon. Nel concerto di Roma ci saranno composizioni note - da Struggle for pleasure, che divenne il soundtrack del film Il ventre dell'architetto di Peter Greenaway, a Maximazing the audience, nato nell'84 per lo spettacolo The power of theatrical madness di Jan Fabre - accanto a pezzi del mio ultimo album, The gaze of the west, uscito in giugno".
Chi ha influenzato maggiormente il suo percorso?
"Provengo da una famiglia musicale: mio padre e mio nonno erano compositori. Cominciai a otto anni con la chitarra, strumento ideale per quell'età, perché non troppo dominante (lo è il pianoforte) e ben adattabile al corpo di un bambino. A casa si faceva molta musica e ciò ha determinato la mia fiducia verso questo linguaggio. Sono stato segnato, oltre che dalla classica, da jazz e avanguardie. Ho adorato Cecyl Taylor e Thelonious Monk. Aggiungo che la mia ispirazione dipende sempre dalla mia percezione del reale. Non ho astrazioni né teorie. Tutto ha a che vedere con la concretezza di cose quali le transizioni politiche e sociali che attraversiamo, l'incontro fra la fisicità dell'esecutore e lo strumento, i nessi fra strumenti e voce...".
I suoi studi di politica hanno condizionato il suo lavoro artistico?
"Molto. Da ragazzo ho frequentato il Conservatorio di Bruxelles, ma poi sono entrato in crisi con l'idea del professionismo musicale. Rifiutavo il conservatorismo accademico e volevo altro. Negli anni '70 gli studi di musica, in Belgio e altrove, si concentravano solo sulle norme tecniche. La mia immersione nelle scienze politiche e sociali, fino ai 25 anni, mi ha indotto a capire come lo stato della società e del potere, o la crudeltà economica con gli effetti devastanti che determina, plasmino i modelli culturali. Bisogna comprendere come le espressioni artistiche vengano manipolate dalla politica, e come nei secoli la nozione di musica si sia modificata parallelamente a quella di società. Prenderne atto consente all'artista di definire la propria originalità".
Non crede nella distinzione tra musica classica e pop?
"No. Negli anni '80 molti musicisti lavoravano in maniera criptica e disconnessa dal gusto del pubblico. Ora vige la massima libertà, e le tecniche musicali sono disponibili in modo democratico grazie ai computer. C'è stata un'evoluzione positiva".
Il minimalismo ha avuto un ruolo in questo sviluppo?
"Negli anni '60 e '70 il suo avvento fu liberatorio per molti compositori. I minimalisti americani, diretti e comunicativi, erano affrancati dagli influssi dell'Europa, dove ogni musica subiva le leggi dell'era post-seriale. La seconda guerra mondiale aveva lasciato dietro di sé un tale disastro che nessuno osava scrivere musica "intuitivamente". Era sempre necessario adeguarsi ai dogmi razionali della serialità, cioè del nuovo, difficile linguaggio adottato dalla musica del Novecento".
Pensa che l'arte sgorghi dall'intuizione?
"L'intuizione è il suo germe essenziale. Soltanto in seguito prende l'avvio il lavoro concreto, che è comunque enorme, e che consiste negli aspetti pratici di ogni nuova composizione, dalla sua orchestrazione fino al riunire i musicisti che la eseguiranno e trasmettere loro il senso della partitura. Ma il momento della scoperta dev'essere libero".
Compositore "filosofico", Mertens, che il 22 settembre sarà in concerto a Roma per un'unica data italiana (Cavea dell'Auditorium Parco della Musica, su invito del festival Romaeuropa), sembra proporsi d'indagare, tramite le sue musiche, certe sfaccettature del mondo e della Storia, rendendo contemporanei gli echi di epoche barocche e romantiche, o intrecciando le spirali elementari dell'"ambient" agli ardui crismi avanguardistici. Emerso come l'esponente più notevole (insieme all'inglese Michael Nyman) del minimalismo europeo, pronto a rileggere in una prospettiva "calda" l'approccio alla musica di statunitensi quali Steve Reich, Philip Glass, Terry Riley e La Monte Young, messaggeri di un'iterazione votata a una progressiva complessità armonica, Mertens ha dato vita a dimensioni ipnotiche e visionarie conquistando un ampio successo internazionale. Con l'evocativo Wim Mertens, amante sia delle linee melodiche (benché labirintiche e anomale), sia degli sperimentalismi arditi, si svolge per telefono la conversazione che segue.
Come festeggia i suoi quarant'anni di creazioni, tra concerti e dischi, cinema e teatro? Sono famosi i suoi lavori per il grande schermo e per il palcoscenico.
"Li celebro con l'avventura dell'"Inescapable tour", che ha toccato e toccherà diversi paesi. La tournée partì in gennaio e ho già presentato concerti in Spagna, Portogallo e Belgio. Poi si è interrotta a causa della pandemia. Non vedo l'ora di riprenderla. In scena suono il pianoforte e canto, e mi accompagna la violinista Liesbeth Baelus".
"Inescapable" vuol dire inevitabile...
"Lo è il mio rapporto con la musica. S'intitola così anche il box di quattro cd pubblicato nel novembre del 2019, comprensivo di 61 brani scritti tra il 1980 e il 2020, per un totale di cinque ore d'ascolto. Include Novel, dove suono l'harmonium per la prima volta, e Sprachreisen, commissionatomi dalla città di Bruges per il 500esimo anniversario dei suoi carillon. Nel concerto di Roma ci saranno composizioni note - da Struggle for pleasure, che divenne il soundtrack del film Il ventre dell'architetto di Peter Greenaway, a Maximazing the audience, nato nell'84 per lo spettacolo The power of theatrical madness di Jan Fabre - accanto a pezzi del mio ultimo album, The gaze of the west, uscito in giugno".
Chi ha influenzato maggiormente il suo percorso?
"Provengo da una famiglia musicale: mio padre e mio nonno erano compositori. Cominciai a otto anni con la chitarra, strumento ideale per quell'età, perché non troppo dominante (lo è il pianoforte) e ben adattabile al corpo di un bambino. A casa si faceva molta musica e ciò ha determinato la mia fiducia verso questo linguaggio. Sono stato segnato, oltre che dalla classica, da jazz e avanguardie. Ho adorato Cecyl Taylor e Thelonious Monk. Aggiungo che la mia ispirazione dipende sempre dalla mia percezione del reale. Non ho astrazioni né teorie. Tutto ha a che vedere con la concretezza di cose quali le transizioni politiche e sociali che attraversiamo, l'incontro fra la fisicità dell'esecutore e lo strumento, i nessi fra strumenti e voce...".
I suoi studi di politica hanno condizionato il suo lavoro artistico?
"Molto. Da ragazzo ho frequentato il Conservatorio di Bruxelles, ma poi sono entrato in crisi con l'idea del professionismo musicale. Rifiutavo il conservatorismo accademico e volevo altro. Negli anni '70 gli studi di musica, in Belgio e altrove, si concentravano solo sulle norme tecniche. La mia immersione nelle scienze politiche e sociali, fino ai 25 anni, mi ha indotto a capire come lo stato della società e del potere, o la crudeltà economica con gli effetti devastanti che determina, plasmino i modelli culturali. Bisogna comprendere come le espressioni artistiche vengano manipolate dalla politica, e come nei secoli la nozione di musica si sia modificata parallelamente a quella di società. Prenderne atto consente all'artista di definire la propria originalità".
Non crede nella distinzione tra musica classica e pop?
"No. Negli anni '80 molti musicisti lavoravano in maniera criptica e disconnessa dal gusto del pubblico. Ora vige la massima libertà, e le tecniche musicali sono disponibili in modo democratico grazie ai computer. C'è stata un'evoluzione positiva".
Il minimalismo ha avuto un ruolo in questo sviluppo?
"Negli anni '60 e '70 il suo avvento fu liberatorio per molti compositori. I minimalisti americani, diretti e comunicativi, erano affrancati dagli influssi dell'Europa, dove ogni musica subiva le leggi dell'era post-seriale. La seconda guerra mondiale aveva lasciato dietro di sé un tale disastro che nessuno osava scrivere musica "intuitivamente". Era sempre necessario adeguarsi ai dogmi razionali della serialità, cioè del nuovo, difficile linguaggio adottato dalla musica del Novecento".
Pensa che l'arte sgorghi dall'intuizione?
"L'intuizione è il suo germe essenziale. Soltanto in seguito prende l'avvio il lavoro concreto, che è comunque enorme, e che consiste negli aspetti pratici di ogni nuova composizione, dalla sua orchestrazione fino al riunire i musicisti che la eseguiranno e trasmettere loro il senso della partitura. Ma il momento della scoperta dev'essere libero".