La mia sinfonia tra Beethoven e Thomas Mann
Eugenio Scalfari , di Eugenio ScalfariIl fondatore di “Repubblica” ripercorre i suoi libri raccolti nel Meridiano. Che rivelano grandi passioni: romanzi come il “Doctor Faustus”, i versi di García Lorca, le sonate di Chopin. Sempre nel segno di Eros
La storia del romanzo moderno, che ha inizio nella seconda metà del Seicento, acquista spessore nel Settecento illuminista e raggiunge piena maturità nell'Ottocento romantico, esplora l'inconscio e i comportamenti, le inquietudini, i drammi provocati dal contatto con le convenzioni consolidate nella società. Il romanzo è infatti la storia delle trasgressioni compiute da alcuni dei personaggi, delle punizioni decretate a loro carico e degli avanzamenti che quelle trasgressioni introducono nel costume. La critica letteraria ha indagato a fondo sulla funzione rivelatrice del romanzo ma non ha dato abbastanza peso ad un altro elemento: il modo della lettura, il modo della trasmissione del pensiero che racconta la realtà attraverso l'immaginazione romanzesca.
Nelle civiltà antiche la trasmissione dei miti costruiti dalla fantasia collettiva avveniva oralmente. I teatri erano il luogo deputato e la tragedia era lo strumento corale attra…
Nelle civiltà antiche la trasmissione dei miti costruiti dalla fantasia collettiva avveniva oralmente. I teatri erano il luogo deputato e la tragedia era lo strumento corale attra…
La storia del romanzo moderno, che ha inizio nella seconda metà del Seicento, acquista spessore nel Settecento illuminista e raggiunge piena maturità nell'Ottocento romantico, esplora l'inconscio e i comportamenti, le inquietudini, i drammi provocati dal contatto con le convenzioni consolidate nella società. Il romanzo è infatti la storia delle trasgressioni compiute da alcuni dei personaggi, delle punizioni decretate a loro carico e degli avanzamenti che quelle trasgressioni introducono nel costume. La critica letteraria ha indagato a fondo sulla funzione rivelatrice del romanzo ma non ha dato abbastanza peso ad un altro elemento: il modo della lettura, il modo della trasmissione del pensiero che racconta la realtà attraverso l'immaginazione romanzesca.
Nelle civiltà antiche la trasmissione dei miti costruiti dalla fantasia collettiva avveniva oralmente. I teatri erano il luogo deputato e la tragedia era lo strumento corale attraverso il quale quel racconto veniva comunicato agli spettatori.
La comunicazione orale lasciava ampio spazio all'invenzione degli attori e la recitazione puntava soprattutto sull'emozione che le vicende tragiche suscitavano nella platea degli spettatori.
In questo modo i miti erano testimoniati in un pubblico confronto uscendo dall'ombra misteriosa dei santuari, senza tuttavia perdere la loro fluidità, l'alone della leggenda religiosa guidata dal Fato, cioè dal destino.
Col passare dei secoli la scrittura cominciò a diffondersi ma ancora in cerchie molto ristrette, prese piede la lettura ad alta voce e la recitazione di testi imparati a memoria. L'oralità di quelle letture restò per gran tempo il modo di apprendimento più diffuso, sia che avvenisse in teatro o in altri spazi pubblici, sia in abitazioni private tra familiari e amici. Gli eroi e gli Dei cedettero il posto ai testi religiosi ma si leggevano anche e sempre di più testi drammatici, poesie e racconti amorosi.
L'invenzione della stampa aprì la strada alla produzione dei libri e alla riedizione dei formati, dai rotoli di pergamena agli "in folio" e poi ai "quarti", agli "ottavi" e ai "dodicesimi". Novità tecnologiche che furono la causa d'un passaggio epocale: la lettura ad alta voce cedette il posto a quella silenziosa.
Questa vera e propria rivoluzione tenne a battesimo i romanzi e la nascita del genere saggistico che sarebbe stata impossibile senza una lettura silenziosa. Quella ad alta voce non è scomparsa e non scomparirà per molto tempo, ma quella silenziosa e individuale ha ormai acquistato una preponderanza schiacciante che il nuovo linguaggio informatico ha ulteriormente esteso creando nuove forme di comunicazione che recuperano la coralità affidata però alla scrittura e non all'oralità.
Potete immaginare una lettura ad alta voce di un romanzo di Dostoevskij, di Proust, di Joyce?
Tolstoj sì, una lettura ad alta voce della Karenina e di Guerra e Pace è immaginabile, come pure dei Promessi sposi manzoniani, ma dell'Ulisse e della Recherche e dei romanzi della Woolf, no.
Tolstoj aveva recuperato in pieno romanticismo il genere epico che era scomparso da secoli. Questo fu il suo genio e la sua originalità: rivelò la psicologia dei personaggi attraverso le loro vicende. Ma se fate il confronto tra i suoi romanzi e la Recherche vedete una differenza di fondo tra quelle due scritture. Il viaggio narrativo dell'autore della Recherche racconta i pensieri, le emozioni e addirittura le pulsioni istintive di Swann, di Odette, di Oriane, di Saint-Loup, di Albertine e di Marcel che è l'autore ma non è l'autore, una voce narrante che agisce in proprio, personaggio tra i personaggi. Le loro vicende esterne sono minime rispetto all'analisi e all'autoanalisi che l'autore compie nel loro inconscio monologante e nel proprio.
Quanto a Joyce, il monologo interiore e il flusso di coscienza che lo esprime sulla pagina diventano addirittura uno stile letterario a sé stante che non può essere imitato poiché consegnato al prototipo nella sua unicità.
Questo tipo di romanzo è stato non solo possibile ma anche indotto dalla lettura silenziosa e individuale. In un bel saggio intitolato L'invenzione del romanzo Rosamaria Loretelli ha scritto, parlando del romanzo settecentesco: "Il Settecento assiste ad un cambiamento diffuso nelle abitudini di lettura che diviene un gesto solitario che con un colpo d'occhio apre silenziosamente all'individuo il senso di una pagina. Si sviluppa la separazione tra sfera pubblica e sfera privata, lo sviluppo del senso della privacy e la valutazione dell'interiorità".
Nel Settecento la valutazione dell'interiorità è ancora allo stato nascente; raggiunge la sua pienezza nel secolo successivo toccando il culmine nei primi anni del Novecento quando l'interiorità e il romanzo, la vita reale e quella immaginata dalla letteratura fanno coincidere azioni con le due facce della stessa medaglia.
Ho scritto spesso riflessioni sugli istinti e le passioni, di quale sia il nesso tra il desiderio amoroso e la musica romantica, osservando che le note in bemolle e le tonalità in minore sono le tecniche utilizzate dalla musica romantica per esprimere il sentimento melanconico che accompagna e pervade di sé il sentimento amoroso. Credo che Chopin sia uno degli autori che più si identifica con la tonalità melanconica delle nostre passioni.
Provate ad ascoltare i Preludi, abbassate la luce nella stanza e scacciate da voi ogni pensiero perché anche il pensiero potrebbe distrarvi. Bisogna avere la mente vuota per farsi invadere dalla musica. Le parole possono descrivere la melanconia, la poesia può farvela risuonare dentro l'anima con l'incanto e il ritmo dei versi, ma solo la musica vi rapisce e i Preludi compiono questo dolcissimo rapimento.
Le Sonate e gli Studi rivelano invece un altro Chopin, quello che esprime la forma della musica allo stato puro, senza evocare sentimenti né emozioni come accade con il Bach dei Brandeburghesi.
La forma di un'arte appartiene al regno degli archetipi, il regno dove il pensiero contempla se stesso e le immagini categoriali. I desideri non hanno ingresso in quel regno di pura astrazione.
Il miracolo che solo alcuni musicisti sono stati in grado di effettuare è dato dall'aver saputo disegnare sul pentagramma sia la forma della musica sia il desiderio amoroso e la melanconia che spesso l'accompagna e questa è stata la grandezza di Beethoven, di Schubert, di Chopin, di Brahms.
Ci sono a questo proposito alcuni passi illuminanti nel Doctor Faustus di Thomas Mann. Ricorderete che il protagonista si chiama Adrian Leverkühn, giovane musicista che inventa la musica dodecafonica e vende l'anima al diavolo per poter portare a termine il suo lavoro. Il romanzo è una grandiosa metafora che appoggiandosi alla profonda cultura musicale dell'autore delinea in contrappunto il disfacimento morale della Germania nazista e il baratro in cui è caduta quella nazione che aveva dato all'Europa e al mondo grandiose personalità artistiche e filosofiche.
Ma non è per raccontare e leggere insieme questo grandioso affresco storico-letterario che ho citato Doctor Faustus, bensì per completare con la prosa di Thomas Mann le riflessioni sulla musica e la melanconia.
Adrian e i suoi giovani amici appassionati di musica frequentano una scuola e un singolare maestro di pianoforte che è anche un efficace commentatore del senso intimo di quell'arte. In uno degli incontri in quella scuola il maestro di piano il cui nome è Wendell Kretzschmar pone ai suoi giovani allievi una domanda: "Perché Beethoven non ha aggiunto un terzo tempo alla sonata per pianoforte opera 111?".
Noi - continua la voce narrante - andammo a sentire la dissertazione sul tema proposto dal maestro, passammo una serata insolitamente proficua anche se la sonata in questione non l'avevamo mai conosciuta. La conoscemmo però quella sera perché Kretzschmar ce la fece sentire molto bene, insieme con due altre sonate di Beethoven, analizzandone con acuta penetrazione il contenuto spirituale e descrivendo le sue condizioni di vita in progressivo dissolvimento.
Thomas Mann prosegue la dissertazione sulla 111 per sei pagine che sono, secondo me, un capolavoro di interpretazione critica di quest'opera beethoveniana. Ne cito qui qualche passo particolarmente significativo. "Il tema del secondo tempo della sonata in do minore attraverso cento destini, cento mondi di contrasti, finisce col perdersi in altitudini vertiginose che si potrebbero chiamare trascendenti o astratte; così l'arte di Beethoven aveva superato se stessa dalle regioni abitabili e tradizionali, si era sollevata davanti agli occhi sbigottiti degli uomini, ad un Io dolorosamente isolato nell'assoluto, escluso a causa d'una sordità dal mondo sensibile, sovrano solitario d'un regno spirituale dal quale erano partiti brividi rimasti oscuri, nei cui terrificanti messaggi i contemporanei avevano saputo rappezzarsi solo per eccezione". Il maestro compose la 111 nel 1822 e morì cinque anni dopo, ma in questo caso la cronologia ha poca importanza. Ciascuno di noi fa i conti con la morte a suo modo e nel momento in cui sente di doverli fare. Lui li fece scrivendo sulla carta rigata quelle cinque note do-do diesis-re-sol-sol che passano da un sussurro a un tocco forte e insistito, a un lunghissimo trillo nella parte più alta della tastiera che sembra un singhiozzo senza fine e scatena una corsa dagli alti ai bassi più profondi, quasi a ripercorrere un'intera vita tempestosa, intensissima, dominata dalla passione e dedicata interamente alla più sublime delle arti. Su e giù per quei tasti, dal pianissimo al maestoso, per tornare a quelle cinque note contrappuntate in sordina dalla mano sinistra, il tumulto soffocato del cuore che accompagna la limpidità melodica. Il finale si conclude straordinariamente in "pianissimo". L'ultimo battito poi il silenzio".
Lui i conti con la morte li ha fatti così.
Ho riletto le pagine del mio Meridiano La passione dell'etica per capire bene quale sia il pensiero centrale che tiene insieme riflessioni apparentemente disparate.
A me sembra che la nostra vita sia dominata dal principio alla fine dall'istinto di sopravvivenza. Ma poiché quell'istinto si rifrange sul pensiero, esso genera pulsioni, sentimenti, passioni, affetti, emozioni diversamente orientate. Questo fascio di forze sentimentali colora l'esistenza di ciascuno e questo mi fa pensare che l'essere abbia una curvatura erotica.
Mi sono domandato a questo punto come e perché la mia mente sia arrivata a questa conclusione, appoggiandosi a quali evidenze e a quali categorie mentali. Una certa dose di scrupolo epistemologico dovrebbe sempre esser presente a chi esamina il tessuto psichico a cominciare dal proprio che gli offre il materiale più autentico e disponibile.
Non ho certamente affrontato questo tema per entrare in possesso della chiave fatata con cui si possa aprire la porta della verità, lo scrigno dove è custodito il numero d'oro che spiega i misteri del mondo.
Io non credo alla verità definitiva e al senso ultimo delle cose perciò - credo io - non esiste alcuna chiave magica, alcuna porta da aprire, nessuno scrigno e nessun numero d'oro. Così mi sono convinto che le mie (provvisorie) conclusioni sono soltanto un modo d'impiego della mia mente, l'uso d'una esperienza che ho accumulato nel corso di una lunga vita e frutto di una certa capacità di associare insieme idee, immagini, letture, incontri e passioni.
La vecchiaia, fin quando la si può vivere in sanità di corpo e di mente, è una bella stagione, gli affetti sono riposanti, il miele che distillano si può gustare con lentezza pacificandolo l'animo col futuro che ancora ci avanza.
Per chiudere queste riflessioni voglio aggiungere che Eros - così come l'ho pensato e raffigurato - è stato molto presente nella mia vita in tanti modi. E se volete un gergo più filosofico: l'ente che io sono è stato colorato di Eros. Sono stato una persona nutrita di affetti, quelli che in abbondanza ho ricevuto e quelli che ho dato con tutte le capacità che avevo di dare, poche o molte che fossero. Per mia fortuna ne ho ancora e non sono mai stato avaro di me.
I gitani di Lorca hanno sangue zingaro, arabo, sefardita e spagnolo tra Cordova e Granada, tra Siviglia e Malaga, tra Toledo e Cadiz. Discendono dai cavalieri paladini di Roncisvalle e dai cavalieri berberi di Cordova. La sintesi di questa mistura è il maschio dominatore e la femmina che lo contrasta con le movenze del ballo flamenco, tacchi che ritmano l'orgoglio di Spagna e visi alteri che rifiutano sudditanze amorose.
Io me la portai al fiume
credendo che fosse ragazza
e invece aveva marito.
Passai i rovi di more
i giunchi e i biancospini
sotto un cespuglio di capelli
ho fatto una buca nel limo
io mi sono tolto la cravatta
lei si è tolta il vestito
io il cinturone con la pistola
lei quattro corpetti.
le sue cosce mi sfuggivano
come pesci spaventati.
Quella notte ho percorso
il migliore dei sentieri
in sella ad una puledra di madreperla
senza briglie e senza staffe
sporca di baci e di sabbia
me la portai indietro dal fiume
mi sono comportato da quello che sono
come un vero gitano
le ho regalato un cesto grande
per il cucito di raso giallo
e non mi sono più voluto innamorare
perché pur avendo marito
mi disse che era ragazza.
Questo, ma molto di più poeticamente, è stato Lorca.
Cuando yo me muera,
enterradme con mi guitarra
bajo la arena.
Cuando yo me muera,
entre los naranjos
y la hierbabuena.
Cuando yo me muera,
enterradme si queréis
en una veleta.
¡Cuando yo me muera!
Ma il canto più alto e più disperato si alza negli ultimi versi del Lamento per Ignacio Sánchez Mejías. Lì non è lui che muore ma il suo compagno. Non c'è dunque "l'allegria" di una liberazione, ma il lutto dell'abbandono. Un anno prima della sua morte vera.
L'autunno arriverà con le conchiglie,
uva di nebbia e monti radunati,
ma nessuno vorrà guardarti gli occhi
perché tu sei morto per sempre.
Perché tu sei morto per sempre
come qualsiasi morto della terra
come qualsiasi morto che si scorda
perso in un cumulo di cani spenti.
Nessuno ti conosce. No. Ma io ti canto.
Canto per dopo il tuo profilo e la tua grazia,
l'insigne maturità della tua conoscenza.
Il tuo appetito di morte e il gusto della sua bocca,
la tristezza che aveva la tua audace allegria.
Tarderà molto tempo a nascere, se nasce
un andaluso così illustre e pieno d'avventura.
Io canto la sua eleganza con parole che gemono
e ricordo una brezza triste tra gli ulivi.
Così García Lorca tra la morte e la vita.
Nelle civiltà antiche la trasmissione dei miti costruiti dalla fantasia collettiva avveniva oralmente. I teatri erano il luogo deputato e la tragedia era lo strumento corale attraverso il quale quel racconto veniva comunicato agli spettatori.
La comunicazione orale lasciava ampio spazio all'invenzione degli attori e la recitazione puntava soprattutto sull'emozione che le vicende tragiche suscitavano nella platea degli spettatori.
In questo modo i miti erano testimoniati in un pubblico confronto uscendo dall'ombra misteriosa dei santuari, senza tuttavia perdere la loro fluidità, l'alone della leggenda religiosa guidata dal Fato, cioè dal destino.
Col passare dei secoli la scrittura cominciò a diffondersi ma ancora in cerchie molto ristrette, prese piede la lettura ad alta voce e la recitazione di testi imparati a memoria. L'oralità di quelle letture restò per gran tempo il modo di apprendimento più diffuso, sia che avvenisse in teatro o in altri spazi pubblici, sia in abitazioni private tra familiari e amici. Gli eroi e gli Dei cedettero il posto ai testi religiosi ma si leggevano anche e sempre di più testi drammatici, poesie e racconti amorosi.
L'invenzione della stampa aprì la strada alla produzione dei libri e alla riedizione dei formati, dai rotoli di pergamena agli "in folio" e poi ai "quarti", agli "ottavi" e ai "dodicesimi". Novità tecnologiche che furono la causa d'un passaggio epocale: la lettura ad alta voce cedette il posto a quella silenziosa.
Questa vera e propria rivoluzione tenne a battesimo i romanzi e la nascita del genere saggistico che sarebbe stata impossibile senza una lettura silenziosa. Quella ad alta voce non è scomparsa e non scomparirà per molto tempo, ma quella silenziosa e individuale ha ormai acquistato una preponderanza schiacciante che il nuovo linguaggio informatico ha ulteriormente esteso creando nuove forme di comunicazione che recuperano la coralità affidata però alla scrittura e non all'oralità.
Potete immaginare una lettura ad alta voce di un romanzo di Dostoevskij, di Proust, di Joyce?
Tolstoj sì, una lettura ad alta voce della Karenina e di Guerra e Pace è immaginabile, come pure dei Promessi sposi manzoniani, ma dell'Ulisse e della Recherche e dei romanzi della Woolf, no.
Tolstoj aveva recuperato in pieno romanticismo il genere epico che era scomparso da secoli. Questo fu il suo genio e la sua originalità: rivelò la psicologia dei personaggi attraverso le loro vicende. Ma se fate il confronto tra i suoi romanzi e la Recherche vedete una differenza di fondo tra quelle due scritture. Il viaggio narrativo dell'autore della Recherche racconta i pensieri, le emozioni e addirittura le pulsioni istintive di Swann, di Odette, di Oriane, di Saint-Loup, di Albertine e di Marcel che è l'autore ma non è l'autore, una voce narrante che agisce in proprio, personaggio tra i personaggi. Le loro vicende esterne sono minime rispetto all'analisi e all'autoanalisi che l'autore compie nel loro inconscio monologante e nel proprio.
Quanto a Joyce, il monologo interiore e il flusso di coscienza che lo esprime sulla pagina diventano addirittura uno stile letterario a sé stante che non può essere imitato poiché consegnato al prototipo nella sua unicità.
Questo tipo di romanzo è stato non solo possibile ma anche indotto dalla lettura silenziosa e individuale. In un bel saggio intitolato L'invenzione del romanzo Rosamaria Loretelli ha scritto, parlando del romanzo settecentesco: "Il Settecento assiste ad un cambiamento diffuso nelle abitudini di lettura che diviene un gesto solitario che con un colpo d'occhio apre silenziosamente all'individuo il senso di una pagina. Si sviluppa la separazione tra sfera pubblica e sfera privata, lo sviluppo del senso della privacy e la valutazione dell'interiorità".
Nel Settecento la valutazione dell'interiorità è ancora allo stato nascente; raggiunge la sua pienezza nel secolo successivo toccando il culmine nei primi anni del Novecento quando l'interiorità e il romanzo, la vita reale e quella immaginata dalla letteratura fanno coincidere azioni con le due facce della stessa medaglia.
Ho scritto spesso riflessioni sugli istinti e le passioni, di quale sia il nesso tra il desiderio amoroso e la musica romantica, osservando che le note in bemolle e le tonalità in minore sono le tecniche utilizzate dalla musica romantica per esprimere il sentimento melanconico che accompagna e pervade di sé il sentimento amoroso. Credo che Chopin sia uno degli autori che più si identifica con la tonalità melanconica delle nostre passioni.
Provate ad ascoltare i Preludi, abbassate la luce nella stanza e scacciate da voi ogni pensiero perché anche il pensiero potrebbe distrarvi. Bisogna avere la mente vuota per farsi invadere dalla musica. Le parole possono descrivere la melanconia, la poesia può farvela risuonare dentro l'anima con l'incanto e il ritmo dei versi, ma solo la musica vi rapisce e i Preludi compiono questo dolcissimo rapimento.
Le Sonate e gli Studi rivelano invece un altro Chopin, quello che esprime la forma della musica allo stato puro, senza evocare sentimenti né emozioni come accade con il Bach dei Brandeburghesi.
La forma di un'arte appartiene al regno degli archetipi, il regno dove il pensiero contempla se stesso e le immagini categoriali. I desideri non hanno ingresso in quel regno di pura astrazione.
Il miracolo che solo alcuni musicisti sono stati in grado di effettuare è dato dall'aver saputo disegnare sul pentagramma sia la forma della musica sia il desiderio amoroso e la melanconia che spesso l'accompagna e questa è stata la grandezza di Beethoven, di Schubert, di Chopin, di Brahms.
Ci sono a questo proposito alcuni passi illuminanti nel Doctor Faustus di Thomas Mann. Ricorderete che il protagonista si chiama Adrian Leverkühn, giovane musicista che inventa la musica dodecafonica e vende l'anima al diavolo per poter portare a termine il suo lavoro. Il romanzo è una grandiosa metafora che appoggiandosi alla profonda cultura musicale dell'autore delinea in contrappunto il disfacimento morale della Germania nazista e il baratro in cui è caduta quella nazione che aveva dato all'Europa e al mondo grandiose personalità artistiche e filosofiche.
Ma non è per raccontare e leggere insieme questo grandioso affresco storico-letterario che ho citato Doctor Faustus, bensì per completare con la prosa di Thomas Mann le riflessioni sulla musica e la melanconia.
Adrian e i suoi giovani amici appassionati di musica frequentano una scuola e un singolare maestro di pianoforte che è anche un efficace commentatore del senso intimo di quell'arte. In uno degli incontri in quella scuola il maestro di piano il cui nome è Wendell Kretzschmar pone ai suoi giovani allievi una domanda: "Perché Beethoven non ha aggiunto un terzo tempo alla sonata per pianoforte opera 111?".
Noi - continua la voce narrante - andammo a sentire la dissertazione sul tema proposto dal maestro, passammo una serata insolitamente proficua anche se la sonata in questione non l'avevamo mai conosciuta. La conoscemmo però quella sera perché Kretzschmar ce la fece sentire molto bene, insieme con due altre sonate di Beethoven, analizzandone con acuta penetrazione il contenuto spirituale e descrivendo le sue condizioni di vita in progressivo dissolvimento.
Thomas Mann prosegue la dissertazione sulla 111 per sei pagine che sono, secondo me, un capolavoro di interpretazione critica di quest'opera beethoveniana. Ne cito qui qualche passo particolarmente significativo. "Il tema del secondo tempo della sonata in do minore attraverso cento destini, cento mondi di contrasti, finisce col perdersi in altitudini vertiginose che si potrebbero chiamare trascendenti o astratte; così l'arte di Beethoven aveva superato se stessa dalle regioni abitabili e tradizionali, si era sollevata davanti agli occhi sbigottiti degli uomini, ad un Io dolorosamente isolato nell'assoluto, escluso a causa d'una sordità dal mondo sensibile, sovrano solitario d'un regno spirituale dal quale erano partiti brividi rimasti oscuri, nei cui terrificanti messaggi i contemporanei avevano saputo rappezzarsi solo per eccezione". Il maestro compose la 111 nel 1822 e morì cinque anni dopo, ma in questo caso la cronologia ha poca importanza. Ciascuno di noi fa i conti con la morte a suo modo e nel momento in cui sente di doverli fare. Lui li fece scrivendo sulla carta rigata quelle cinque note do-do diesis-re-sol-sol che passano da un sussurro a un tocco forte e insistito, a un lunghissimo trillo nella parte più alta della tastiera che sembra un singhiozzo senza fine e scatena una corsa dagli alti ai bassi più profondi, quasi a ripercorrere un'intera vita tempestosa, intensissima, dominata dalla passione e dedicata interamente alla più sublime delle arti. Su e giù per quei tasti, dal pianissimo al maestoso, per tornare a quelle cinque note contrappuntate in sordina dalla mano sinistra, il tumulto soffocato del cuore che accompagna la limpidità melodica. Il finale si conclude straordinariamente in "pianissimo". L'ultimo battito poi il silenzio".
Lui i conti con la morte li ha fatti così.
Ho riletto le pagine del mio Meridiano La passione dell'etica per capire bene quale sia il pensiero centrale che tiene insieme riflessioni apparentemente disparate.
A me sembra che la nostra vita sia dominata dal principio alla fine dall'istinto di sopravvivenza. Ma poiché quell'istinto si rifrange sul pensiero, esso genera pulsioni, sentimenti, passioni, affetti, emozioni diversamente orientate. Questo fascio di forze sentimentali colora l'esistenza di ciascuno e questo mi fa pensare che l'essere abbia una curvatura erotica.
Mi sono domandato a questo punto come e perché la mia mente sia arrivata a questa conclusione, appoggiandosi a quali evidenze e a quali categorie mentali. Una certa dose di scrupolo epistemologico dovrebbe sempre esser presente a chi esamina il tessuto psichico a cominciare dal proprio che gli offre il materiale più autentico e disponibile.
Non ho certamente affrontato questo tema per entrare in possesso della chiave fatata con cui si possa aprire la porta della verità, lo scrigno dove è custodito il numero d'oro che spiega i misteri del mondo.
Io non credo alla verità definitiva e al senso ultimo delle cose perciò - credo io - non esiste alcuna chiave magica, alcuna porta da aprire, nessuno scrigno e nessun numero d'oro. Così mi sono convinto che le mie (provvisorie) conclusioni sono soltanto un modo d'impiego della mia mente, l'uso d'una esperienza che ho accumulato nel corso di una lunga vita e frutto di una certa capacità di associare insieme idee, immagini, letture, incontri e passioni.
La vecchiaia, fin quando la si può vivere in sanità di corpo e di mente, è una bella stagione, gli affetti sono riposanti, il miele che distillano si può gustare con lentezza pacificandolo l'animo col futuro che ancora ci avanza.
Per chiudere queste riflessioni voglio aggiungere che Eros - così come l'ho pensato e raffigurato - è stato molto presente nella mia vita in tanti modi. E se volete un gergo più filosofico: l'ente che io sono è stato colorato di Eros. Sono stato una persona nutrita di affetti, quelli che in abbondanza ho ricevuto e quelli che ho dato con tutte le capacità che avevo di dare, poche o molte che fossero. Per mia fortuna ne ho ancora e non sono mai stato avaro di me.
L'amore andaluso
Il finale di queste mie riflessioni desidero dedicarlo ad un poeta che ha conosciuto Eros di faccia e non di profilo. Mi sembra la giusta conclusione di riflessioni sulla poesia di tutti i tempi e in tutto il mondo. La sua è stata l'ultima autentica testimonianza della potenza, della tenerezza, del languore, della melanconia, della lussuria e del sentimento di morte. Parliamo di Federico García Lorca. L'identità associativa tra gitani e Andalusia è poetica, coglie la doppia radice del contadino di tutti quei luoghi e di tutti quei tempi: è fiero il contadino, ospitale, silenzioso, triste, un po' hidalgo e un po' bandito.I gitani di Lorca hanno sangue zingaro, arabo, sefardita e spagnolo tra Cordova e Granada, tra Siviglia e Malaga, tra Toledo e Cadiz. Discendono dai cavalieri paladini di Roncisvalle e dai cavalieri berberi di Cordova. La sintesi di questa mistura è il maschio dominatore e la femmina che lo contrasta con le movenze del ballo flamenco, tacchi che ritmano l'orgoglio di Spagna e visi alteri che rifiutano sudditanze amorose.
Io me la portai al fiume
credendo che fosse ragazza
e invece aveva marito.
Passai i rovi di more
i giunchi e i biancospini
sotto un cespuglio di capelli
ho fatto una buca nel limo
io mi sono tolto la cravatta
lei si è tolta il vestito
io il cinturone con la pistola
lei quattro corpetti.
le sue cosce mi sfuggivano
come pesci spaventati.
Quella notte ho percorso
il migliore dei sentieri
in sella ad una puledra di madreperla
senza briglie e senza staffe
sporca di baci e di sabbia
me la portai indietro dal fiume
mi sono comportato da quello che sono
come un vero gitano
le ho regalato un cesto grande
per il cucito di raso giallo
e non mi sono più voluto innamorare
perché pur avendo marito
mi disse che era ragazza.
Questo, ma molto di più poeticamente, è stato Lorca.
Cuando yo me muera,
enterradme con mi guitarra
bajo la arena.
Cuando yo me muera,
entre los naranjos
y la hierbabuena.
Cuando yo me muera,
enterradme si queréis
en una veleta.
¡Cuando yo me muera!
Ma il canto più alto e più disperato si alza negli ultimi versi del Lamento per Ignacio Sánchez Mejías. Lì non è lui che muore ma il suo compagno. Non c'è dunque "l'allegria" di una liberazione, ma il lutto dell'abbandono. Un anno prima della sua morte vera.
L'autunno arriverà con le conchiglie,
uva di nebbia e monti radunati,
ma nessuno vorrà guardarti gli occhi
perché tu sei morto per sempre.
Perché tu sei morto per sempre
come qualsiasi morto della terra
come qualsiasi morto che si scorda
perso in un cumulo di cani spenti.
Nessuno ti conosce. No. Ma io ti canto.
Canto per dopo il tuo profilo e la tua grazia,
l'insigne maturità della tua conoscenza.
Il tuo appetito di morte e il gusto della sua bocca,
la tristezza che aveva la tua audace allegria.
Tarderà molto tempo a nascere, se nasce
un andaluso così illustre e pieno d'avventura.
Io canto la sua eleganza con parole che gemono
e ricordo una brezza triste tra gli ulivi.
Così García Lorca tra la morte e la vita.