L'artista canadese ha realizzato una storia intitolata "Clyde Fans", pubblicata in Italia da Coconino Press, lunga quasi 500 pagine, scritta nel corso di vent'anni. Racconta la vita di due fratelli per niente avventurosa. Ma è davvero solamente questo? "Credevo fosse una storia di vita quotidiana e invece, quando l'ho finita, ho scoperto che riguardava il significato mistico delle cose"
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Notte. Città buia. Fruscio d’ali all’approssimarsi dell’alba. Abe si sveglia e ripete i gesti di tutti i giorni. È un uomo ormai anziano che vive di ricordi. Molti di questi sono amari. La sua azienda la Clyde Fans vendeva ventilatori e per un po’ le cose sono andate molto bene: lui era un buon venditore e quando l’azienda si è ingrandita è diventato un buon amministratore. Ma non ha capito l’aria condizionata.
Pensava che sarebbe stata una cosa per grandi uffici, pensava che fosse troppo costosa per le persone comuni. Si sbagliava. Ma ormai era troppo tardi. Un lento declino fino alla chiusura. E poi c’è Simon, suo fratello. Che però, come dice Abe “non è tagliato per fare il venditore”. Simon è un delizioso piccolo grande uomo incapace di affrontare il mondo, che dopo un disastroso tentativo di fare il rappre…!-->!-->
Notte. Città buia. Fruscio d’ali all’approssimarsi dell’alba. Abe si sveglia e ripete i gesti di tutti i giorni. È un uomo ormai anziano che vive di ricordi. Molti di questi sono amari. La sua azienda la Clyde Fans vendeva ventilatori e per un po’ le cose sono andate molto bene: lui era un buon venditore e quando l’azienda si è ingrandita è diventato un buon amministratore. Ma non ha capito l’aria condizionata.
Pensava che sarebbe stata una cosa per grandi uffici, pensava che fosse troppo costosa per le persone comuni. Si sbagliava. Ma ormai era troppo tardi. Un lento declino fino alla chiusura. E poi c’è Simon, suo fratello. Che però, come dice Abe “non è tagliato per fare il venditore”. Simon è un delizioso piccolo grande uomo incapace di affrontare il mondo, che dopo un disastroso tentativo di fare il rappresentate spinto dal fratello, si ritira. Si dedica alla cura della madre e a collezionare cartoline, le “cartoline delle assurdità”: mele, patate, zucche o pesci giganti caricate su autocarri o portate a mano da due persone. Fotomontaggi “campagnoli” realizzati tra gli anni 10 e gli anni 20 del Novecento. Il libro è il racconto di due vite straordinarie nella loro ordinarietà che è poi quella della maggioranza delle persone. Clyde Fans è un capolavoro.
È un Deserto dei tartari in forma di graphic novel e sono molti i momenti in cui leggendo vi verrà voglia di piangere. Ma, come dice Seth, è un “good grief”, un dolore che in qualche modo fa sentire bene perché è quello di chiunque di fronte all’infinità vanità del tutto. La felicità è l’accettazione di questa assurdità. Non a caso il precedente graphic novel di Gregory Gallant, in arte Seth, si intitolava La vita non è male malgrado tutto. Lì il protagonista era direttamente lui e la sua famiglia, che guarda caso assomiglia molto a quella descritta in Clyde Fans, che è il lavoro della sua vita, un lavoro la cui realizzazione ha richiesto vent’anni: "Credevo che fosse una normale storia di vita quotidiana ma quando l’ho finito ho scoperto che riguardava il significato mistico delle cose".
Da dove viene lo pseudonimo Seth?
"Una storia stupida. Quando avevo vent’anni ero una sorta di punk e nel ridefinire la mia identità volevo anche un nome nuovo. Ho scelto “Seth” perché suonava pretenzioso. Adesso non mi piace più, preferisco il mio vero nome, Gregory Gallant. Ma è troppo tardi per tornare indietro".
A che età ha iniziato a leggere fumetti?
"Come molti bambini della mia generazione (sono nato nel 1962) leggevo fumetti prima di dedicar loro un pensiero cosciente. Erano semplicemente parte del mondo di un bambino. Sono sicuro di aver iniziato a leggere Archie e Richie Rich. La prima volta che ho provato una vera emozione per un fumetto è stato al campo scout: c’era un ampio spazio "comics" e io ho letto un corposo album degli X-Men disegnato da Jack Kirby. Non l’ho mai dimenticato. Però non mi ha portato subito a collezionarli: ci sono voluti ancora un paio di anni".
Come è successo?
"In tv avevano incominciato a rimandare i vecchi cartoni animati di Spider-Man degli anni 60, io facevo le elementari e li guardavo tutti i giorni finché improvvisamente mi venne in mente co0me in una specie di folgorazione che al negozio in centro vendevano i fumetti a lui dedicati. Uscii subito per comprarne uno e immediatamente rimasi agganciato: nel giro di poche settimane compravo qualsiasi fumetto Marvel fosse in uscita e poco dopo iniziai a disegnare i miei supereroi. Disegnai molto diligentemente centinaia e centinaia di pagine negli anni dell’adolescenza e quando arrivai ai 18 anni ero sicuro che sarebbe diventato il mio mestiere. Quegli anni di disegni casalinghi sono stati molto importanti perché mi hanno insegnato come usare il medium “fumetto”. L’avevo capito e sapevo come usare un certo linguaggio prima di diventare un artista professionista. Ho anche dovuto disimpararlo perché quel tipo di fumetti mi avevano insegnato anche molte cose insensate su come raccontare una storia di tipo più personale: un linguaggio fatto principalmente di pugni e di urla non è molto utile quando vuoi raccontare dei momenti più introspettivi".
Come ha iniziato a lavorare professionalmente?
"Sono andato alla scuola d’arte e ho fatto dei corsi che pensavo mi avrebbero aiutato a diventare un bravo fumettista ma non avevo nessun piano concreto per il futuro. Attorno al terzo anno me ne sono andato e mi sono imbattuto nel terzo volume di Love and Rockets, un graphic novel dei fratelli Hernandez: per me è stata una rivelazione. Avevo appena scoperto anche le opere di Robert Crumb e la combinazione di queste due artisti mi ha fatto capire ciò che veramente volevo: raccontare storie personali che riguardavano il mondo reale. I primi lavori di questo tipo che ho fatto erano terribili e per fortuna nessuno li ha mai visti".
Quali sono state le sue maggiori influenze a parte gli artisti citati?
"Prima di tutto Charles Schulz fin da quando ero piccolo, poi Jack Kirby, Hergé (autore di Tintin, ndr) e Yves Chaland (altro artista di scuola francese dal tratto retro-modern). E ancora: Chester Brown, Peter Arno, Charles Addams e gli artisti del vecchio New Yorker. E poi non è possibile non menzionare il mio amico Chris Ware: quando sono usciti i suoi lavori hanno avuto un profondo effetto su di me".
Ma lei che è uno dei più stimati autori di graphic novel che cosa ne pensa adesso dei fumetti di supereroi? Spesso si pensa che sia una contrapposizione tra questi due tipi di fumetto...
"Ho ancora un tremendo interesse nei fumetti Marvel degli anni 60: ne ho una grande collezione rilegata in volumi nella mia libreria e li guardo spesso. Kirby rimane uno dei miei artisti favoriti di tutti i tempi. Non c’è nessuno che abbia mai disegnato come lui. Era un genio. Non sono i supereroi che mi interessano ma lo charme di quei lavori: è lo stesso motivo per cui amo i vecchi “Archie Comics” (fumetti degli anni 40 che vedono adolescenti come protagonisti, ndr) o Little Lulu (personaggio creato negli anni 30 da Marjorie Henderson Buell detta Marge). Il fascino di questi vecchi fumetti per bambini e l’abilità di questi disegnatori devono essere ricordati. Per quanto riguarda i fumetti di supereroi di oggi, sono un completo mistero per me. Non hanno niente a che fare con il mio mondo".
Il senso di nostalgia per il passato caratterizza i suoi lavori, una cosa che ha in comune con artisti come Chris Ware, Daniel Clowes e Robert Crumb (una delle sue storie è intitolata "Mr Nostalgia"). Pensa ci sia un particolare motivo?
"Sì. Non credo sia una coincidenza. Credo che abbia molto a che fare con l’essere cresciuti in un tempo pre-Internet e l’essere finiti a fare i fumettisti. La maggior parte dei fumettisti che conosco, compresi quelli che lei ha citato, sono degli eccentrici. Erano attirati dai comics perché a quei tempi venivano considerati una sorta di prodotto-spazzatura al ai sotto dei radar culturali, facili da acquistare ma pieni di immagini cariche e di idiosincrasie. Queste cose hanno avuto un appeal viscerale per un sottogruppo di persone. Parte dell’essere fumettisti sembra che abbia a che fare con l’avere anche una natura ossessiva. Così in un periodo in cui Google non esisteva e tu eri interessato in qualcosa, dovevi cercare in lungo e in largo per avere informazioni e quella ricerca ti trasformava in un collezionista. Inoltre ti faceva guardare all’indietro perché era inestricabilmente legata al passato. E più profondamente scavavi, più quell’esperienza finiva per definire il tuo lavoro. Questo è sicuramente vero per me ma credo che lo sia anche per molti miei colleghi".
In "Clyde Fans" parla di due fallimenti, ma lei è un vincitore: un artista famoso e apprezzato in tutto il mondo…
"Non è tanto il caso personale dei due protagonisti che mi importa quanto l’idea stessa del fallimento. Sia Simon che Abe pensano di aver fallito nel realizzare una vita che avesse un significato: parlano principalmente dei loro rimpianti. I rimpianti sono un sentimento che cresce sempre più forte man mano che invecchi. Io provo un grande sentimento di realizzazione come artista ma come persona sono ancora devastato da rimpianti per decisioni che ho preso nella mia vita. Ma le cose non possono essere cambiate. Scrivo molto di questi temi perché sono spesso nella mia mente".
Però poi c’è anche una forza, alcuni piccoli momenti di perfetta felicità oppure l’incontro finale dei due fratelli nel riconoscersi anche se nelle proprie, diverse solitudini. Questo ci salva? Riesce a dare un senso alla nostra esistenza?
"Viaggiamo in una barca ciascuno per proprio conto. È una strana esperienza essere vivi e spesso molto solitaria. In ogni caso il mondo è un posto bellissimo e la nostra abilità nel riempire il gap tra le nostre solitudini individuali è probabilmente l’esperienza più profonda che gli esseri umani possono sperimentare. Credo che questo sia lo scopo dell’arte: il tentativo di dividere con un’altra persona la tua esperienza di essere nel mondo. “Due solitudini” è una frase che usiamo spesso in Canada per descrivere le due nazioni, quella inglese e quella francese che convivono nel nostro Paese ma è anche un’ottima frase nel modo in cui lei l’ha usata: ognuno di noi vive nella propria solitudine".
Quando c’è di lei nei suoi personaggi?
"Direi molto. Questo non significa che i miei personaggi sono semplicemente una versione mascherata di me stesso. Certo, possiedono molti dei miei ricordi e tendono a pensare alle cose a cui io penso e, naturalmente, sono molto focalizzati sulla loro vita interiore".
La vita non è male malgrado tutto?
"Sorprendentemente io sono una persona allegra. Lo sono davvero. Sebbene io sia anche una persona melanconica, non sono triste. Schulz usava spesso la frase: “Good grief” e questo è ciò che io provo: un tipo buono di dolore. Penso molto al passato. Sono spesso triste. Ma sono raramente infelice. Sono contento di essere vivo e penso sempre che, se c’è qualcosa oltre la morte, mi mancheranno moltissimo le piccole cose che riguardavano l’essere vivo. Sì, lo so è sciocco, ma per me è così".
Seth, Clide Fans, Coconino Press, Traduzione di Leonardo rizzi, pagg. 488, euro 42