La lezione di Carofiglio, impariamo la strategia della gentilezza
Nadia Terranova , di NADIA TERRANOVAÈ la prima regola del breviario pubblicato dallo scrittore. Dove la cortesia non è rinuncia al conflitto, ma inclinazione al combattimento. Con la sicurezza della vittoria finale
Nessuna virtù è guardata con il sospetto che si riserva alla gentilezza. Nessuna strategia (etimologicamente: l’arte del condottiero dell’esercito) scatena più ingiustificato senso di superiorità nell’interlocutore per il quale vincere equivale a ricevere un facile applauso plateale. Niente come la gentilezza viene trattato con sufficienza, denigrazione, sarcasmo; è il più potente generatore di nervi sulla piazza: nulla provoca nervosismo e spocchia come avere di fronte un avversario di tenace gentilezza. Come la felicità per i romanzieri, la gentilezza è per i saggisti un tabù: cosa si potrà scrivere di interessante in ambiti che si fondano sul conflitto e sull’infelicità?
Gianrico Carofiglio intitola Della gentilezza e del coraggio il suo “breviario di politica e altre cose”, pubblicato per Feltrinelli. La copertina mostra un uomo e una donna in una danza lieve, una di f…
Gianrico Carofiglio intitola Della gentilezza e del coraggio il suo “breviario di politica e altre cose”, pubblicato per Feltrinelli. La copertina mostra un uomo e una donna in una danza lieve, una di f…
Nessuna virtù è guardata con il sospetto che si riserva alla gentilezza. Nessuna strategia (etimologicamente: l’arte del condottiero dell’esercito) scatena più ingiustificato senso di superiorità nell’interlocutore per il quale vincere equivale a ricevere un facile applauso plateale. Niente come la gentilezza viene trattato con sufficienza, denigrazione, sarcasmo; è il più potente generatore di nervi sulla piazza: nulla provoca nervosismo e spocchia come avere di fronte un avversario di tenace gentilezza. Come la felicità per i romanzieri, la gentilezza è per i saggisti un tabù: cosa si potrà scrivere di interessante in ambiti che si fondano sul conflitto e sull’infelicità?
Gianrico Carofiglio intitola Della gentilezza e del coraggio il suo “breviario di politica e altre cose”, pubblicato per Feltrinelli. La copertina mostra un uomo e una donna in una danza lieve, una di fronte all’altro, entrambi sulla punta di un piede soltanto e tutti e due sulla punta di una matita. L’intero mondo sotto di loro è un prato di matite appuntite e acuminate. Chi balla il tango o sa osservarlo sa che certe milonghe sono piccole guerre, dialoghi platonici, disputazioni medievali, esercitazioni dialettiche, e non si stupirà leggendo che Carofiglio comincia con una storia che riguarda una disciplina di combattimento: «La pratica della gentilezza non significa sottrarsi al conflitto. Al contrario, significa accettarlo, ricondurlo a regole, renderlo un mezzo di possibile pregresso e non un evento di distruzione». Dopo aver chiarito cosa la gentilezza non è (garbo, grazia, affabilità e tutti gli altri sinonimi da dizionario), l’autore spiega dalle prime pagine che la parola che più le si avvicina è “cedevolezza”, vera chiave di accesso al potere. Solo chi cede qualcosa all’avversario entra in una conflittualità autentica e può aspirare a conquiste non effimere.
Politici, intellettuali e conversatori che ritengono la cieca assertività una dimostrazione di forza, senza accorgersi della sua fragilità sulla tenuta e della sua palese inefficacia, ogni giorno ci spacciano la loro faccia tosta per forza, mentre è pura reattività e quindi mancanza di direzione. Un assunto assertivo ha una natura manipolatoria cui un assunto speculare oppone un’altra manipolazione, senza scalfire la superficie e soprattutto senza portare nessun cambiamento sostanziale. Carofiglio paragona la manipolazione al barare al gioco, un’immagine che ha frequentato anche come romanziere: l’alternativa al discorso manipolatorio, scrive, è la discussione ragionevole, «caratterizzata dal rispetto di regole che sono etiche ed epistemologiche al tempo stesso». La manipolazione si fonda su argomenti fallaci, dall’aneddotica che genera falsi sillogismi per invalidare dati scientifici, statistici o esperienze consolidate, fino all’appello alla natura con la sua fuorviante mitizzazione dell’innocenza o presunzione di conformità sessuale (il “secondo natura” è il cavallo di battaglia dell’omofobia). L’elenco delle procedure manipolatrici, in questo libro, è una ragionata indicazione di false metodologie. Di contro, gli si oppongono le regole dell’argomentazione, da quella della rilevanza (difendersi solo con argomenti pertinenti) a quella delle premesse implicite (da evitare per non trasformarsi in pistoleri).
Nelle pagine dedicate all’umorismo come pratica di conoscenza, libera da scopi e quindi sovversiva, Carofiglio fa riferimento all’Introduzione alla vita non fascista di Foucault, «ciò che è produttivo non è sedentario, ma nomade», per andare nella direzione delle due parole che dominano la seconda parte del libro: la scelta e il coraggio. Tra il giansenismo francese e l’euristica di Hans Jonas, l’analisi delle paure contemporanee è tra le più interessanti di questo piccolo, colto libro. Se l’umorismo è un’arma contro il fanatismo, avverte Carofiglio, l’essenziale è utilizzarla anche contro noi stessi, dato che, in quanto esseri umani, conviviamo con la tendenza a sopravvalutarci: lo sguardo su noi stessi è privo di metacognizione, ovvero dello spirito critico oggettivo che invece riserviamo agli altri. Ridere di noi ci salva da questa ontologica carenza e, aiutandoci anche a denigrarci con leggerezza, ci avvicina alla strategia di Lincoln, sia verso noi stessi sia verso i nostri nemici: «Non mi piace quell’uomo. Devo conoscerlo meglio».
A questo punto, avrete già capito che le due parole che compongono il titolo sono in realtà una parola sola: la gentilezza “è” il coraggio, e viceversa. Intanto potrebbe venirvi voglia di telefonare a qualche vecchio nemico, uno di quelli con cui siete stati così poco saggi da azzuffarvi, non per perdonarlo o perché siete diventati buoni o buonisti, piuttosto, per la soddisfazione di vincere una volta per tutte, infine consapevoli delle armi dalla vostra parte: la filosofia, il diritto e tutta la cedevole eleganza della ragione.
Gianrico Carofiglio intitola Della gentilezza e del coraggio il suo “breviario di politica e altre cose”, pubblicato per Feltrinelli. La copertina mostra un uomo e una donna in una danza lieve, una di fronte all’altro, entrambi sulla punta di un piede soltanto e tutti e due sulla punta di una matita. L’intero mondo sotto di loro è un prato di matite appuntite e acuminate. Chi balla il tango o sa osservarlo sa che certe milonghe sono piccole guerre, dialoghi platonici, disputazioni medievali, esercitazioni dialettiche, e non si stupirà leggendo che Carofiglio comincia con una storia che riguarda una disciplina di combattimento: «La pratica della gentilezza non significa sottrarsi al conflitto. Al contrario, significa accettarlo, ricondurlo a regole, renderlo un mezzo di possibile pregresso e non un evento di distruzione». Dopo aver chiarito cosa la gentilezza non è (garbo, grazia, affabilità e tutti gli altri sinonimi da dizionario), l’autore spiega dalle prime pagine che la parola che più le si avvicina è “cedevolezza”, vera chiave di accesso al potere. Solo chi cede qualcosa all’avversario entra in una conflittualità autentica e può aspirare a conquiste non effimere.
Politici, intellettuali e conversatori che ritengono la cieca assertività una dimostrazione di forza, senza accorgersi della sua fragilità sulla tenuta e della sua palese inefficacia, ogni giorno ci spacciano la loro faccia tosta per forza, mentre è pura reattività e quindi mancanza di direzione. Un assunto assertivo ha una natura manipolatoria cui un assunto speculare oppone un’altra manipolazione, senza scalfire la superficie e soprattutto senza portare nessun cambiamento sostanziale. Carofiglio paragona la manipolazione al barare al gioco, un’immagine che ha frequentato anche come romanziere: l’alternativa al discorso manipolatorio, scrive, è la discussione ragionevole, «caratterizzata dal rispetto di regole che sono etiche ed epistemologiche al tempo stesso». La manipolazione si fonda su argomenti fallaci, dall’aneddotica che genera falsi sillogismi per invalidare dati scientifici, statistici o esperienze consolidate, fino all’appello alla natura con la sua fuorviante mitizzazione dell’innocenza o presunzione di conformità sessuale (il “secondo natura” è il cavallo di battaglia dell’omofobia). L’elenco delle procedure manipolatrici, in questo libro, è una ragionata indicazione di false metodologie. Di contro, gli si oppongono le regole dell’argomentazione, da quella della rilevanza (difendersi solo con argomenti pertinenti) a quella delle premesse implicite (da evitare per non trasformarsi in pistoleri).
Nelle pagine dedicate all’umorismo come pratica di conoscenza, libera da scopi e quindi sovversiva, Carofiglio fa riferimento all’Introduzione alla vita non fascista di Foucault, «ciò che è produttivo non è sedentario, ma nomade», per andare nella direzione delle due parole che dominano la seconda parte del libro: la scelta e il coraggio. Tra il giansenismo francese e l’euristica di Hans Jonas, l’analisi delle paure contemporanee è tra le più interessanti di questo piccolo, colto libro. Se l’umorismo è un’arma contro il fanatismo, avverte Carofiglio, l’essenziale è utilizzarla anche contro noi stessi, dato che, in quanto esseri umani, conviviamo con la tendenza a sopravvalutarci: lo sguardo su noi stessi è privo di metacognizione, ovvero dello spirito critico oggettivo che invece riserviamo agli altri. Ridere di noi ci salva da questa ontologica carenza e, aiutandoci anche a denigrarci con leggerezza, ci avvicina alla strategia di Lincoln, sia verso noi stessi sia verso i nostri nemici: «Non mi piace quell’uomo. Devo conoscerlo meglio».
A questo punto, avrete già capito che le due parole che compongono il titolo sono in realtà una parola sola: la gentilezza “è” il coraggio, e viceversa. Intanto potrebbe venirvi voglia di telefonare a qualche vecchio nemico, uno di quelli con cui siete stati così poco saggi da azzuffarvi, non per perdonarlo o perché siete diventati buoni o buonisti, piuttosto, per la soddisfazione di vincere una volta per tutte, infine consapevoli delle armi dalla vostra parte: la filosofia, il diritto e tutta la cedevole eleganza della ragione.