Remo Rapino, il vincitore del Campiello: "Liborio sono io"
Vera Mantengoli , di VERA MANTENGOLILa dedica al padre, la follia e il libro completato durante la malattia. Parla lo scrittore che ha vinto il premio superando Guccini: "Il mio romanzo ha molte sintonie con il suo"
"Liborio? C'est moi!". Parafrasando quanto disse Gustave Flaubert sul personaggio di Madame Bovary, Remo Rapino, vincitore a sorpresa del Premio Campiello 2020, racconta come è nato Vita, morte e miracoli di Bonfiglio Liborio, edito da minimum fax. Un romanzo che, solo alla fine, l'autore realizza essere un libro d'amore da cui si alza un grido di speranza di chi non ha voce.
Remo Rapino, a chi dedica il Premio Campiello?
A mio padre Beniamino Pietro, la persona che mi manca di più, soprattutto in questo momento. Liborio nasce il giorno del mio compleanno, ma nel 1926, e muore nel 2010, quando è nato e morto mio padre. Era un maestro delle elementari, ma soltanto dopo la sua morte ho scoperto che scriveva poesie con la sua Olivetti 32. Anche per questo sento che avevamo ancora molto da raccontarci. Mi mettevo con lui in terrazza e gli chiedevo: "Papà, ma è vero che..." e lui mi raccontava. Il libro è…
Remo Rapino, a chi dedica il Premio Campiello?
A mio padre Beniamino Pietro, la persona che mi manca di più, soprattutto in questo momento. Liborio nasce il giorno del mio compleanno, ma nel 1926, e muore nel 2010, quando è nato e morto mio padre. Era un maestro delle elementari, ma soltanto dopo la sua morte ho scoperto che scriveva poesie con la sua Olivetti 32. Anche per questo sento che avevamo ancora molto da raccontarci. Mi mettevo con lui in terrazza e gli chiedevo: "Papà, ma è vero che..." e lui mi raccontava. Il libro è…
"Liborio? C'est moi!". Parafrasando quanto disse Gustave Flaubert sul personaggio di Madame Bovary, Remo Rapino, vincitore a sorpresa del Premio Campiello 2020, racconta come è nato Vita, morte e miracoli di Bonfiglio Liborio, edito da minimum fax. Un romanzo che, solo alla fine, l'autore realizza essere un libro d'amore da cui si alza un grido di speranza di chi non ha voce.
Remo Rapino, a chi dedica il Premio Campiello?
A mio padre Beniamino Pietro, la persona che mi manca di più, soprattutto in questo momento. Liborio nasce il giorno del mio compleanno, ma nel 1926, e muore nel 2010, quando è nato e morto mio padre. Era un maestro delle elementari, ma soltanto dopo la sua morte ho scoperto che scriveva poesie con la sua Olivetti 32. Anche per questo sento che avevamo ancora molto da raccontarci. Mi mettevo con lui in terrazza e gli chiedevo: "Papà, ma è vero che..." e lui mi raccontava. Il libro è il resoconto di tanti di quei fatti, come la rivolta dei giovani a Lanciano contro l'occupazione tedesca, il 5 e il 6 ottobre 1943.
Quindi Liborio racconta molto della sua vita?
Sì, moltissimo. Per esempio nel capitolo sulla Resistenza lancianese ho messo in bocca a Liborio le parole di mio padre. Liborio è un personaggio inventato, ma tutti i fatti e le persone sono persone vere: dal maestro delle elementari Romeo Cianfarra, che mi regalò davvero Cuore, alla Sordicchia, una prostituta sorda che ora non c'è più. Quello che accade a Liborio è accaduto ad altre persone che ho conosciuto.
Liborio dà voce agli ultimi. Come?
Il mondo straborda di Liborio, di persone che non hanno voce. Lui è una voce che raccontando se stesso racconta un secolo di storia, ma la racconta da una periferia esistenziale dando voce agli emarginati. È un uomo che si illude, ma illudendosi crea anche delle speranze. È un idiota esemplare, come direbbe Ermanno Cavazzoni, o uno a metà tra Don Chisciotte e Forrest Gump, un uomo che guarda le cose e ti fa capire che la realtà è possibile guardarla in tanti modi e non solo in quello dominante.
Però viene considerato un cocciamatte...
La follia è un'energia che abbiamo dentro e, d'altra parte, il folle è una persona piena di entusiasmo, come ricorda l'etimologia della parola il folle è qualcuno invasato da Dio, quindi qualcuno che porta una visione che gli altri, nel mare dell'omologazione, non riescono a cogliere. Liborio insegna che la follia può rovesciare i codici sociali dominanti.
Lei ha insegnato filosofia. Ci sono dei riferimenti a dei pensatori?
Ai ragazzi del primo anno scrivevo alla lavagna: "Gli uomini, oggi come allora, hanno cominciato a filosofare partendo dalla meraviglia", come dice nella Metafisica Aristotele. Meravigliarsi significa chiedersi il perché delle cose e Liborio è uno che vive tra stupore, dolore e che vede il mondo come una coincidenza di anime. Poi sicuramente ci sono dei riferimenti a Marx e a Basaglia. Liborio va in carcere perché si ribella al modello di lavoro del tempista, quindi senza saperlo fa un discorso sull'alienazione e sulla mercificazione dell'individuo e sulla necessità di fare del lavoro una ricchezza per l'uomo e non uno strumento che lo domina. Quando va in manicomio Liborio non accetta la follia, ma cerca di capire gli altri. Anche in questo caso, le storie dei cosiddetti matti le ho prese dagli archivi del manicomio di Imola.
In quanto tempo ha preso forma il romanzo?
Mi ci è voluto molto di più a trovare un codice di scrittura, a inventare una lingua. Liborio parla un italiano meticciato e sgrammaticato, ma non poteva parlare in altro modo. Nel 2016 il romanzo era impostato, ma nel 2017 ho dovuto affrontare una difficile battaglia per la mia salute che mi ha portato a essere per più mesi isolato. In quell'anno il romanzo si è completato, mentre il mio corpo lottava le fibre della mia memoria si sono paradossalmente rafforzate. Ho imparato l'importanza dei soffitti quando non si riesce a dormire e, proprio da quel momento, Liborio si è strutturato.
A chi avrebbe assegnato il Campiello?
Il libro di Guccini mi è piaciuto perché ha molte sintonie con il mio. Quello di Patrizia Cavalli è una lunga poesia. Quello di Ade Zeno è inquietante, ma ti spinge a pensare che per amore si può fare di tutto. Ho letto per primo Frizziero e mi ha colpito subito. Il giorno del Campiello ho detto a Sandro al quale voglio molto bene: "Mi farebbe piacere vincere, ma vorrei che vincessi tu".
Sta già lavorando a un terzo romanzo?
Sto pensando di raccontare una storia di fatti veri vissuti da personaggi inventati che vivono in una sorta di Macondo. Dovrebbe chiamarsi Cronache di Scarciafratta dal nome di un mio amico di infanzia. In genere la fratta, il cespuglio, lacera i vestiti, ma questo mio amico era così povero e vestito di niente che era lui che lacerava le siepi quando ci passava in mezzo, da qui il soprannome Scarciafratta che nel libro diventerà un paese.
Remo Rapino, a chi dedica il Premio Campiello?
A mio padre Beniamino Pietro, la persona che mi manca di più, soprattutto in questo momento. Liborio nasce il giorno del mio compleanno, ma nel 1926, e muore nel 2010, quando è nato e morto mio padre. Era un maestro delle elementari, ma soltanto dopo la sua morte ho scoperto che scriveva poesie con la sua Olivetti 32. Anche per questo sento che avevamo ancora molto da raccontarci. Mi mettevo con lui in terrazza e gli chiedevo: "Papà, ma è vero che..." e lui mi raccontava. Il libro è il resoconto di tanti di quei fatti, come la rivolta dei giovani a Lanciano contro l'occupazione tedesca, il 5 e il 6 ottobre 1943.
Quindi Liborio racconta molto della sua vita?
Sì, moltissimo. Per esempio nel capitolo sulla Resistenza lancianese ho messo in bocca a Liborio le parole di mio padre. Liborio è un personaggio inventato, ma tutti i fatti e le persone sono persone vere: dal maestro delle elementari Romeo Cianfarra, che mi regalò davvero Cuore, alla Sordicchia, una prostituta sorda che ora non c'è più. Quello che accade a Liborio è accaduto ad altre persone che ho conosciuto.
Liborio dà voce agli ultimi. Come?
Il mondo straborda di Liborio, di persone che non hanno voce. Lui è una voce che raccontando se stesso racconta un secolo di storia, ma la racconta da una periferia esistenziale dando voce agli emarginati. È un uomo che si illude, ma illudendosi crea anche delle speranze. È un idiota esemplare, come direbbe Ermanno Cavazzoni, o uno a metà tra Don Chisciotte e Forrest Gump, un uomo che guarda le cose e ti fa capire che la realtà è possibile guardarla in tanti modi e non solo in quello dominante.
Però viene considerato un cocciamatte...
La follia è un'energia che abbiamo dentro e, d'altra parte, il folle è una persona piena di entusiasmo, come ricorda l'etimologia della parola il folle è qualcuno invasato da Dio, quindi qualcuno che porta una visione che gli altri, nel mare dell'omologazione, non riescono a cogliere. Liborio insegna che la follia può rovesciare i codici sociali dominanti.
Lei ha insegnato filosofia. Ci sono dei riferimenti a dei pensatori?
Ai ragazzi del primo anno scrivevo alla lavagna: "Gli uomini, oggi come allora, hanno cominciato a filosofare partendo dalla meraviglia", come dice nella Metafisica Aristotele. Meravigliarsi significa chiedersi il perché delle cose e Liborio è uno che vive tra stupore, dolore e che vede il mondo come una coincidenza di anime. Poi sicuramente ci sono dei riferimenti a Marx e a Basaglia. Liborio va in carcere perché si ribella al modello di lavoro del tempista, quindi senza saperlo fa un discorso sull'alienazione e sulla mercificazione dell'individuo e sulla necessità di fare del lavoro una ricchezza per l'uomo e non uno strumento che lo domina. Quando va in manicomio Liborio non accetta la follia, ma cerca di capire gli altri. Anche in questo caso, le storie dei cosiddetti matti le ho prese dagli archivi del manicomio di Imola.
In quanto tempo ha preso forma il romanzo?
Mi ci è voluto molto di più a trovare un codice di scrittura, a inventare una lingua. Liborio parla un italiano meticciato e sgrammaticato, ma non poteva parlare in altro modo. Nel 2016 il romanzo era impostato, ma nel 2017 ho dovuto affrontare una difficile battaglia per la mia salute che mi ha portato a essere per più mesi isolato. In quell'anno il romanzo si è completato, mentre il mio corpo lottava le fibre della mia memoria si sono paradossalmente rafforzate. Ho imparato l'importanza dei soffitti quando non si riesce a dormire e, proprio da quel momento, Liborio si è strutturato.
A chi avrebbe assegnato il Campiello?
Il libro di Guccini mi è piaciuto perché ha molte sintonie con il mio. Quello di Patrizia Cavalli è una lunga poesia. Quello di Ade Zeno è inquietante, ma ti spinge a pensare che per amore si può fare di tutto. Ho letto per primo Frizziero e mi ha colpito subito. Il giorno del Campiello ho detto a Sandro al quale voglio molto bene: "Mi farebbe piacere vincere, ma vorrei che vincessi tu".
Sta già lavorando a un terzo romanzo?
Sto pensando di raccontare una storia di fatti veri vissuti da personaggi inventati che vivono in una sorta di Macondo. Dovrebbe chiamarsi Cronache di Scarciafratta dal nome di un mio amico di infanzia. In genere la fratta, il cespuglio, lacera i vestiti, ma questo mio amico era così povero e vestito di niente che era lui che lacerava le siepi quando ci passava in mezzo, da qui il soprannome Scarciafratta che nel libro diventerà un paese.