Così connessi e così diseguali
Raffaella De Santis , dalla nostra inviata RAFFAELLA DE SANTISAl Festivaletteratura arriva Martin Caparrós. L’autore argentino, tra i pochi ospiti stranieri “dal vivo”, ritorna sul tema della “Fame”
Mantova
E' incredibile come il pubblico mantovano sia attento anche quando gli argomenti riguardano temi impegnativi. Si è discusso molto di diseguaglianze sociali nelle ultime ore al Festivaletteratura. L’afa, le mascherine, gli sgabelli scomodi, i posti distanziati, non hanno scoraggiato il pubblico di fedelissimi. Ridotto, certo, ma coriaceo. Tra gli incontri più seguiti Judith Butler, della quale nottetempo ha pubblicato La forza della nonviolenza: la filosofa femminista americana amatissima dagli intellettuali europei ha parlato in streaming per un’ora di ingiustizie sociali e povertà a una platea prevalentemente giovanile che non manifestava alcun segno di cedimento. Ieri è stata poi la volta dei due premi Nobel per l’economia Abhijit V. Banerjee e Esther Duflo, in libreria con Una buona economia per tempi difficili (Laterza): altro streaming in piazza Sordello, tenda piena e concentrazione massima dei presenti mentre i due studi…
E' incredibile come il pubblico mantovano sia attento anche quando gli argomenti riguardano temi impegnativi. Si è discusso molto di diseguaglianze sociali nelle ultime ore al Festivaletteratura. L’afa, le mascherine, gli sgabelli scomodi, i posti distanziati, non hanno scoraggiato il pubblico di fedelissimi. Ridotto, certo, ma coriaceo. Tra gli incontri più seguiti Judith Butler, della quale nottetempo ha pubblicato La forza della nonviolenza: la filosofa femminista americana amatissima dagli intellettuali europei ha parlato in streaming per un’ora di ingiustizie sociali e povertà a una platea prevalentemente giovanile che non manifestava alcun segno di cedimento. Ieri è stata poi la volta dei due premi Nobel per l’economia Abhijit V. Banerjee e Esther Duflo, in libreria con Una buona economia per tempi difficili (Laterza): altro streaming in piazza Sordello, tenda piena e concentrazione massima dei presenti mentre i due studi…
Mantova
E' incredibile come il pubblico mantovano sia attento anche quando gli argomenti riguardano temi impegnativi. Si è discusso molto di diseguaglianze sociali nelle ultime ore al Festivaletteratura. L’afa, le mascherine, gli sgabelli scomodi, i posti distanziati, non hanno scoraggiato il pubblico di fedelissimi. Ridotto, certo, ma coriaceo. Tra gli incontri più seguiti Judith Butler, della quale nottetempo ha pubblicato La forza della nonviolenza: la filosofa femminista americana amatissima dagli intellettuali europei ha parlato in streaming per un’ora di ingiustizie sociali e povertà a una platea prevalentemente giovanile che non manifestava alcun segno di cedimento. Ieri è stata poi la volta dei due premi Nobel per l’economia Abhijit V. Banerjee e Esther Duflo, in libreria con Una buona economia per tempi difficili (Laterza): altro streaming in piazza Sordello, tenda piena e concentrazione massima dei presenti mentre i due studiosi spiegavano come adottare nuovi modelli di sviluppo.
Per questo non potevamo farci sfuggire l’occasione di intervistare lo scrittore argentino Martín Caparrós, sessantatreenne maestro del reportage narrativo che alla Fame ha dedicato cinque anni fa il suo libro più famoso, una delle indagini più complete mai realizzate sull’argomento (edito da Einaudi). In quel saggio, nato da viaggi in Africa, India, Cina, Sud America e anche negli Stati Uniti, Caparrós ha raccontato il più grande scandalo dei nostri tempi: il fatto che nonostante il progresso ogni giorno 25 mila persone continuano a morire di fame nell’indifferenza di tutti.
L’autore ieri era a Mantova arrivato da Madrid dove vive da qualche anno per presentare il suo romanzo, Tutto per la patria (Einaudi), un giallo ambientato a Buenos Aires durante la Grande Depressione. Lo avviciniamo alla fine del suo incontro. Si capisce subito che dietro al sorriso mite si nasconde un uomo fermo non abituato a tergiversare. I baffi candidi da vecchio lupo di mare appaiono come un vezzo in un viso risoluto. Andiamo quindi subito al sodo.
Pochi giorni fa è stato pubblicato sul magazine del “New York Times” un reportage fotografico attraverso gli Stati Uniti sui nuovi affamati messi in ginocchio dalla pandemia. Ha avuto modo di vederlo?
«Certo, l’ho visto. Ma guardi bene quelle foto. Ci sono frigoriferi aperti pieni di cibo spazzatura e cartoni di pizza ovunque. Non è vero che la fame è uguale per tutti. La fame degli americani non è la stessa di un povero che vive in Niger o in Bangladesh».
In quel servizio si dice che quasi una famiglia su otto non ha abbastanza da mangiare. Pare che molte mense per poveri abbiano chiuso.
«In ogni caso le “Soup Kitchen” distribuiscono ancora cibo a chi ne ha bisogno. Il problema degli americani è semmai un altro, la malnutrizione, il fatto che ai poveri viene dato cibo scadente. Più che di fame sarebbe meglio parlare di “insicurezza alimentare”. Gli affamati li ho visti durante i miei viaggi. Di fame in Africa si muore. La fame vera è quella di chi non ha calorie per riprodurre la specie. Pochi giorni fa ho pubblicato sul mio sito Chachara.org un reportage da Buenos Aires. Foto scattate dal mio amico Dani Yako. La realtà lì è un’altra, molto diversa da quella americana (A questo punto mostra sul telefonino il servizio di cui sta parlando. Si vedono corpi infagottati di senzatetto ai bordi delle strade)».
Perché lo ha intitolato “distanza sociale”?
«Perché quello è il vero distanziamento, la linea che separa chi può dormire dentro una casa da chi non ha un tetto. Durante il lockdown Buenos Aires è peggiorata, si è riempita di persone che dormono in strada. Bisogna considerare che in America Latina il 50 per cento delle persone non ha un lavoro fisso, dunque non si può permettere di rimanere a casa rischiando di perdere la sua fonte di guadagno. Come si fa a mettere i paesi ricchi e quelli poveri sullo stesso piano? Non esiste una stessa fame che li accomuna e non esiste una stessa pandemia. Il virus è il medesimo ma gli effetti sono diversi».
Crede che le diseguaglianze sociali diventeranno ancora più evidenti?
«Quando si uscirà finalmente dalla fase più critica della pandemia, i paesi ricchi potranno contare su centinaia di miliardi per affrontare la crisi economica. E gli altri come faranno? In Argentina in questi giorni domina una sensazione di grande incertezza».
Si rischieranno rivolte sociali?
«È una convinzione che serpeggia. Penso che la rabbia sociale in America Latina possa esplodere».
In realtà viviamo connessi, i poveri andranno poi giustamente a bussare alle porte dei paesi ricchi.
«E invece il virus ha accentuato gli atteggiamenti nazionalisti dei singoli Stati. Quando è cominciata la pandemia la prima preoccupazione è stata quella di chiudere le frontiere. Una misura stupida. In spagnolo usiamo un’espressione che suona così: “Non si può coprire il sole con una mano”».
Non ha pensato di raccontare quanto ci stava accadendo?
«Ma cosa si poteva raccontare durante il lockdown? Forse solo la morte».
Qual è la cosa che la fa più arrabbiare quando si parla di diseguaglianze?
«Il fatto evidente che siamo perfettamente in grado di produrre cibo per tutti e che ancora oggi un miliardo di persone non ha di che nutrirsi. In Argentina ci sono 4 milioni di persone che non mangiano, quando il Paese potrebbe produrre cibo dieci volte più del necessario. Invece hanno preferito le coltivazioni estensive di soia perché gli fruttano economicamente. È evidente che dietro a tutto questo c’è una responsabilità politica e sociale».
Come vede il futuro?
«Non lo so, siamo entrati nell’epoca dell’imprevedibilità permanente. Viviamo dentro un ossimoro».
E' incredibile come il pubblico mantovano sia attento anche quando gli argomenti riguardano temi impegnativi. Si è discusso molto di diseguaglianze sociali nelle ultime ore al Festivaletteratura. L’afa, le mascherine, gli sgabelli scomodi, i posti distanziati, non hanno scoraggiato il pubblico di fedelissimi. Ridotto, certo, ma coriaceo. Tra gli incontri più seguiti Judith Butler, della quale nottetempo ha pubblicato La forza della nonviolenza: la filosofa femminista americana amatissima dagli intellettuali europei ha parlato in streaming per un’ora di ingiustizie sociali e povertà a una platea prevalentemente giovanile che non manifestava alcun segno di cedimento. Ieri è stata poi la volta dei due premi Nobel per l’economia Abhijit V. Banerjee e Esther Duflo, in libreria con Una buona economia per tempi difficili (Laterza): altro streaming in piazza Sordello, tenda piena e concentrazione massima dei presenti mentre i due studiosi spiegavano come adottare nuovi modelli di sviluppo.
Per questo non potevamo farci sfuggire l’occasione di intervistare lo scrittore argentino Martín Caparrós, sessantatreenne maestro del reportage narrativo che alla Fame ha dedicato cinque anni fa il suo libro più famoso, una delle indagini più complete mai realizzate sull’argomento (edito da Einaudi). In quel saggio, nato da viaggi in Africa, India, Cina, Sud America e anche negli Stati Uniti, Caparrós ha raccontato il più grande scandalo dei nostri tempi: il fatto che nonostante il progresso ogni giorno 25 mila persone continuano a morire di fame nell’indifferenza di tutti.
L’autore ieri era a Mantova arrivato da Madrid dove vive da qualche anno per presentare il suo romanzo, Tutto per la patria (Einaudi), un giallo ambientato a Buenos Aires durante la Grande Depressione. Lo avviciniamo alla fine del suo incontro. Si capisce subito che dietro al sorriso mite si nasconde un uomo fermo non abituato a tergiversare. I baffi candidi da vecchio lupo di mare appaiono come un vezzo in un viso risoluto. Andiamo quindi subito al sodo.
Pochi giorni fa è stato pubblicato sul magazine del “New York Times” un reportage fotografico attraverso gli Stati Uniti sui nuovi affamati messi in ginocchio dalla pandemia. Ha avuto modo di vederlo?
«Certo, l’ho visto. Ma guardi bene quelle foto. Ci sono frigoriferi aperti pieni di cibo spazzatura e cartoni di pizza ovunque. Non è vero che la fame è uguale per tutti. La fame degli americani non è la stessa di un povero che vive in Niger o in Bangladesh».
In quel servizio si dice che quasi una famiglia su otto non ha abbastanza da mangiare. Pare che molte mense per poveri abbiano chiuso.
«In ogni caso le “Soup Kitchen” distribuiscono ancora cibo a chi ne ha bisogno. Il problema degli americani è semmai un altro, la malnutrizione, il fatto che ai poveri viene dato cibo scadente. Più che di fame sarebbe meglio parlare di “insicurezza alimentare”. Gli affamati li ho visti durante i miei viaggi. Di fame in Africa si muore. La fame vera è quella di chi non ha calorie per riprodurre la specie. Pochi giorni fa ho pubblicato sul mio sito Chachara.org un reportage da Buenos Aires. Foto scattate dal mio amico Dani Yako. La realtà lì è un’altra, molto diversa da quella americana (A questo punto mostra sul telefonino il servizio di cui sta parlando. Si vedono corpi infagottati di senzatetto ai bordi delle strade)».
Perché lo ha intitolato “distanza sociale”?
«Perché quello è il vero distanziamento, la linea che separa chi può dormire dentro una casa da chi non ha un tetto. Durante il lockdown Buenos Aires è peggiorata, si è riempita di persone che dormono in strada. Bisogna considerare che in America Latina il 50 per cento delle persone non ha un lavoro fisso, dunque non si può permettere di rimanere a casa rischiando di perdere la sua fonte di guadagno. Come si fa a mettere i paesi ricchi e quelli poveri sullo stesso piano? Non esiste una stessa fame che li accomuna e non esiste una stessa pandemia. Il virus è il medesimo ma gli effetti sono diversi».
Crede che le diseguaglianze sociali diventeranno ancora più evidenti?
«Quando si uscirà finalmente dalla fase più critica della pandemia, i paesi ricchi potranno contare su centinaia di miliardi per affrontare la crisi economica. E gli altri come faranno? In Argentina in questi giorni domina una sensazione di grande incertezza».
Si rischieranno rivolte sociali?
«È una convinzione che serpeggia. Penso che la rabbia sociale in America Latina possa esplodere».
In realtà viviamo connessi, i poveri andranno poi giustamente a bussare alle porte dei paesi ricchi.
«E invece il virus ha accentuato gli atteggiamenti nazionalisti dei singoli Stati. Quando è cominciata la pandemia la prima preoccupazione è stata quella di chiudere le frontiere. Una misura stupida. In spagnolo usiamo un’espressione che suona così: “Non si può coprire il sole con una mano”».
Non ha pensato di raccontare quanto ci stava accadendo?
«Ma cosa si poteva raccontare durante il lockdown? Forse solo la morte».
Qual è la cosa che la fa più arrabbiare quando si parla di diseguaglianze?
«Il fatto evidente che siamo perfettamente in grado di produrre cibo per tutti e che ancora oggi un miliardo di persone non ha di che nutrirsi. In Argentina ci sono 4 milioni di persone che non mangiano, quando il Paese potrebbe produrre cibo dieci volte più del necessario. Invece hanno preferito le coltivazioni estensive di soia perché gli fruttano economicamente. È evidente che dietro a tutto questo c’è una responsabilità politica e sociale».
Come vede il futuro?
«Non lo so, siamo entrati nell’epoca dell’imprevedibilità permanente. Viviamo dentro un ossimoro».