Carmen e Luis, l’amore è poesia
Stefania Parmeggiani , di STEFANIA PARMEGGIANILui, Sepúlveda, scrisse una ballata sulla “più bella storia” di sempre. Lei, Yáñez, che lo ha perso per il Covid, dedica un’ode struggente alla loro unione: eccola
La più bella storia d’amore è cominciata con una poesia. E anche alla fine, nel mondo stravolto dal Covid, la poesia è tornata: «Eravamo così felici e non lo sapevamo». Marzo 2020, il virus si è già preso l’Italia. Il numero dei contagi cresce in Spagna, Portogallo, Europa. La poetessa cilena Carmen Yáñez è nella sua casa delle Asturie, la Croce del Sud. Suo marito, Luis Sepúlveda, è ricoverato in terapia intensiva nell’ospedale di Oviedo. Alla fine di febbraio, di ritorno da un viaggio in Portogallo, aveva accusato i primi sintomi: febbre alta e difficoltà respiratorie. Anche lei era stata contagiata, ma i sintomi erano lievi e adesso più nulla, tampone negativo. Nelle lunghe ore dell’attesa, mentre il marito peggiora, poi sembra migliorare, poi peggiora nuovamente, lei ricorda e scrive. Lo ha sempre fatto.
Quando aveva quindici anni, Sepúlveda le por…
Quando aveva quindici anni, Sepúlveda le por…
La più bella storia d’amore è cominciata con una poesia. E anche alla fine, nel mondo stravolto dal Covid, la poesia è tornata: «Eravamo così felici e non lo sapevamo». Marzo 2020, il virus si è già preso l’Italia. Il numero dei contagi cresce in Spagna, Portogallo, Europa. La poetessa cilena Carmen Yáñez è nella sua casa delle Asturie, la Croce del Sud. Suo marito, Luis Sepúlveda, è ricoverato in terapia intensiva nell’ospedale di Oviedo. Alla fine di febbraio, di ritorno da un viaggio in Portogallo, aveva accusato i primi sintomi: febbre alta e difficoltà respiratorie. Anche lei era stata contagiata, ma i sintomi erano lievi e adesso più nulla, tampone negativo. Nelle lunghe ore dell’attesa, mentre il marito peggiora, poi sembra migliorare, poi peggiora nuovamente, lei ricorda e scrive. Lo ha sempre fatto.
Quando aveva quindici anni, Sepúlveda le portava poesie e fiori rubati nei giardini. Scriveva versi, faceva teatro, militava nel partito socialista. Allende era appena stato eletto presidente del Senato quale leader della coalizione di Unità popolare. Tre anni dopo, l’11 settembre del 1971, si sposano. Un figlio, la felicità e poi la politica, la grande passione che prima unisce e poi divide: per Sepúlveda quello di Allende era un’esperienza rivoluzionaria, per lei un governo borghese (lo hanno raccontato in un’intervista a Repubblica di Simonetta Fiori nel 2018, poi raccolta nel libro La testa e il cuore, Guanda). Quando, due anni dopo — è di nuovo l’11 settembre — le forze armate cilene lanciano l’assalto alla Moneda, loro già non vivono più assieme.
Quel giorno perdono tutto: il sogno di costruire il socialismo senza violenza e anche la libertà. Lui viene catturato per primo, lei cade nelle mani dei militari dopo, nel 1975, e finisce a Villa Grimaldi, la cattedrale del terrore, un centro di detenzione clandestina da cui esce viva solo perché la credono morta («molte bende insanguinate e l’odore inconfondibile della paura, prima di inaugurare l’assenza», dalla poesia Cella femminile). Infine l’esilio, l’Europa e la poesia, il suo modo per tornare alla luce. La chiama «dolce vendetta», scrive versi che parlano del suo passato, delle ferite subite. Scrive di sé, ma non solo. Dà voce alla memoria e al dolore, si espone, protesta e grida contro le ingiustizie.
Anni dopo Sepúlveda finisce Il vecchio che leggeva romanzi d’amore e le invia il manoscritto. Ci scherza sopra, dice che è un modo per corteggiarla di nuovo, come all’inizio. Nel 2004 si sposano per la seconda volta. È la mas bella historia de amor, come recita una poesia che lui le dedica. Ricomincia la vita assieme: i viaggi, i libri, gli incontri, la speranza di ritrovare un giorno il paese dell’utopia, il Cile che hanno perso e che non smettono di amare. Poi il virus che arriva all’improvviso e stravolge il mondo.
Nella casa di Gjion, la grande Croce del Sud, il tempo si è fermato. Carmen Yáñez ricorda e scrive: «Eravamo così felici/ e non ci accorgevamo della dimensione della vita./ Dell’invisibile minaccia, dell’ombra lunga della paura,/ noi non sapevamo nulla, insolenti./Amandoci con previsioni di futuro. /Ora non arrivo a pensare oltre il domani quando/ aspetto /la prova della tua vita per bocca d’altri».
Sepúlveda non si arrende, lotta, sconfigge il virus ma il suo fisico è ormai debilitato. Muore il 16 aprile. Yáñez consegna i versi scritti in quei giorni terribili alla raccolta Senza ritorno, in uscita per Guanda il 22 ottobre. Oggi legge la poesia in cui dà voce al suo dolore, e che qui anticipiamo, in un video per il festival Lectorinfabula di Conversano, vicino a Bari: Eravamo felici e non lo sapevamo. Subito dopo, nel Giardino dei Limoni tra alberi secolari, lo scrittore e traduttore Bruno Arpaia ricorda la loro lunga amicizia, la stessa raccontata in un libro — Lucho, a gennaio sempre per Guanda — che attraversa tra aneddoti e analisi letterarie l’intera produzione dell’autore scomparso: «Prima di essere uno scrittore — dice Arpaia — Sepúlveda era un uomo che amava profondamente la poesia». Per rendergli omaggio, a Conversano hanno scelto la sua favola più bella, quella gabbianella che ha incantato generazioni di lettori, commentata dallo scrittore Lorenzo Pavolini e letta da Giusy Frallonardo: «Vola solo chi osa farlo».
Eravamo così felici e non lo sapevamo
Ignoranti della luce che circondava l’innocenza
eravamo così felici amore mio,
con il calore delle nostre mani unite
attraversando tutte le strade
e ridendo degli ostacoli di pietra o grandine
che volevano fermare quella nostra corsa
irresponsabile di felicità.
Eravamo così felici
e non ci accorgevamo della dimensione della vita.
Dell’invisibile minaccia, dell’ombra lunga
della paura,
noi non sapevamo nulla, insolenti.
Amandoci con previsioni di futuro.
Ora non arrivo a pensare oltre il domani quando
aspetto
la prova della tua vita per bocca d’altri.
@Carmen Yáñez e Ugo Guanda Editore. Traduzione di Roberta Bovaia.
Quando aveva quindici anni, Sepúlveda le portava poesie e fiori rubati nei giardini. Scriveva versi, faceva teatro, militava nel partito socialista. Allende era appena stato eletto presidente del Senato quale leader della coalizione di Unità popolare. Tre anni dopo, l’11 settembre del 1971, si sposano. Un figlio, la felicità e poi la politica, la grande passione che prima unisce e poi divide: per Sepúlveda quello di Allende era un’esperienza rivoluzionaria, per lei un governo borghese (lo hanno raccontato in un’intervista a Repubblica di Simonetta Fiori nel 2018, poi raccolta nel libro La testa e il cuore, Guanda). Quando, due anni dopo — è di nuovo l’11 settembre — le forze armate cilene lanciano l’assalto alla Moneda, loro già non vivono più assieme.
Quel giorno perdono tutto: il sogno di costruire il socialismo senza violenza e anche la libertà. Lui viene catturato per primo, lei cade nelle mani dei militari dopo, nel 1975, e finisce a Villa Grimaldi, la cattedrale del terrore, un centro di detenzione clandestina da cui esce viva solo perché la credono morta («molte bende insanguinate e l’odore inconfondibile della paura, prima di inaugurare l’assenza», dalla poesia Cella femminile). Infine l’esilio, l’Europa e la poesia, il suo modo per tornare alla luce. La chiama «dolce vendetta», scrive versi che parlano del suo passato, delle ferite subite. Scrive di sé, ma non solo. Dà voce alla memoria e al dolore, si espone, protesta e grida contro le ingiustizie.
Anni dopo Sepúlveda finisce Il vecchio che leggeva romanzi d’amore e le invia il manoscritto. Ci scherza sopra, dice che è un modo per corteggiarla di nuovo, come all’inizio. Nel 2004 si sposano per la seconda volta. È la mas bella historia de amor, come recita una poesia che lui le dedica. Ricomincia la vita assieme: i viaggi, i libri, gli incontri, la speranza di ritrovare un giorno il paese dell’utopia, il Cile che hanno perso e che non smettono di amare. Poi il virus che arriva all’improvviso e stravolge il mondo.
Nella casa di Gjion, la grande Croce del Sud, il tempo si è fermato. Carmen Yáñez ricorda e scrive: «Eravamo così felici/ e non ci accorgevamo della dimensione della vita./ Dell’invisibile minaccia, dell’ombra lunga della paura,/ noi non sapevamo nulla, insolenti./Amandoci con previsioni di futuro. /Ora non arrivo a pensare oltre il domani quando/ aspetto /la prova della tua vita per bocca d’altri».
Sepúlveda non si arrende, lotta, sconfigge il virus ma il suo fisico è ormai debilitato. Muore il 16 aprile. Yáñez consegna i versi scritti in quei giorni terribili alla raccolta Senza ritorno, in uscita per Guanda il 22 ottobre. Oggi legge la poesia in cui dà voce al suo dolore, e che qui anticipiamo, in un video per il festival Lectorinfabula di Conversano, vicino a Bari: Eravamo felici e non lo sapevamo. Subito dopo, nel Giardino dei Limoni tra alberi secolari, lo scrittore e traduttore Bruno Arpaia ricorda la loro lunga amicizia, la stessa raccontata in un libro — Lucho, a gennaio sempre per Guanda — che attraversa tra aneddoti e analisi letterarie l’intera produzione dell’autore scomparso: «Prima di essere uno scrittore — dice Arpaia — Sepúlveda era un uomo che amava profondamente la poesia». Per rendergli omaggio, a Conversano hanno scelto la sua favola più bella, quella gabbianella che ha incantato generazioni di lettori, commentata dallo scrittore Lorenzo Pavolini e letta da Giusy Frallonardo: «Vola solo chi osa farlo».
Eravamo così felici e non lo sapevamo
Ignoranti della luce che circondava l’innocenza
eravamo così felici amore mio,
con il calore delle nostre mani unite
attraversando tutte le strade
e ridendo degli ostacoli di pietra o grandine
che volevano fermare quella nostra corsa
irresponsabile di felicità.
Eravamo così felici
e non ci accorgevamo della dimensione della vita.
Dell’invisibile minaccia, dell’ombra lunga
della paura,
noi non sapevamo nulla, insolenti.
Amandoci con previsioni di futuro.
Ora non arrivo a pensare oltre il domani quando
aspetto
la prova della tua vita per bocca d’altri.
@Carmen Yáñez e Ugo Guanda Editore. Traduzione di Roberta Bovaia.