Sì, viaggiare con Valeria e le sue donne
Concita De Gregorio , di CONCITA DE GREGORIOParrella pubblica un romanzo in cui racconta il percorso on the road compiuto da quattro amiche. Un itinerario di sorrisi e di lacrime che ci fa scoprire, dal di dentro, il bello della complicità femminile
Io vorrei partire in viaggio con Valeria Parrella. Gliel’ho chiesto timidamente, quando ho finito di leggere il suo libro, ma poi mi sono subito pentita e le ho scritto scherzavo: un po’ perché non abbiamo tutta questa confidenza, ci conosciamo come due persone che seguono da lontano le cose che fanno e giusto per lavoro abbiamo i nostri numeri in rubrica. Ecco, voglio dire: non siamo esattamente “amiche”, non so nemmeno in che via abita, come si chiama suo figlio, se mette lo zucchero nel caffè o se lo prende amaro.
Dico questo perché c’è una prassi nefasta nel mondo editoriale, una regola inviolabile secondo cui i libri degli amici sono sempre ottimi se non capolavori — nelle recensioni, nelle presentazioni — mentre di quelli di chi non fa parte del tuo giro puoi dire con tranquillità: insomma, o anche che schifezza. Funziona così, ancora non mi abituo. Ogni tanto chiedo in giro: ma che amiciz…
Dico questo perché c’è una prassi nefasta nel mondo editoriale, una regola inviolabile secondo cui i libri degli amici sono sempre ottimi se non capolavori — nelle recensioni, nelle presentazioni — mentre di quelli di chi non fa parte del tuo giro puoi dire con tranquillità: insomma, o anche che schifezza. Funziona così, ancora non mi abituo. Ogni tanto chiedo in giro: ma che amiciz…
Io vorrei partire in viaggio con Valeria Parrella. Gliel’ho chiesto timidamente, quando ho finito di leggere il suo libro, ma poi mi sono subito pentita e le ho scritto scherzavo: un po’ perché non abbiamo tutta questa confidenza, ci conosciamo come due persone che seguono da lontano le cose che fanno e giusto per lavoro abbiamo i nostri numeri in rubrica. Ecco, voglio dire: non siamo esattamente “amiche”, non so nemmeno in che via abita, come si chiama suo figlio, se mette lo zucchero nel caffè o se lo prende amaro.
Dico questo perché c’è una prassi nefasta nel mondo editoriale, una regola inviolabile secondo cui i libri degli amici sono sempre ottimi se non capolavori — nelle recensioni, nelle presentazioni — mentre di quelli di chi non fa parte del tuo giro puoi dire con tranquillità: insomma, o anche che schifezza. Funziona così, ancora non mi abituo. Ogni tanto chiedo in giro: ma che amicizia è una dentro la quale non si può dire il tuo libro non mi è tanto piaciuto, ti spiego perché e ne parliamo? Se lo fai è uno scandalo che corre di bocca in bocca per mesi. Né d’altra parte capita mai, ma proprio mai, che un recensore di compagnia avversa si sorprenda di trovare interessante il lavoro di qualcuno con cui non va per premi letterari a cena la sera. Ma insomma, è così. Basta conoscere il campo di gioco, sapere che è questo, poi decidere se stare dentro o stare fuori.
La seconda ragione per cui mi sono vergognata di averle scritto "al prossimo viaggio chiamami" è che non son cose che si chiedono, queste: alle bambine si insegna da piccole,"non dire mai ti vorrei per essere voluta". Poi da grandi, di solito tardi, si capisce che è una stupidaggine e che sempre succede solo quello che deve succedere, non dipende da te. Ma vado fuori tema, d’altra parte è evidente che non state leggendo una recensione classica, professionale, in cui saprete alla fine se la prosa di Parrella si richiama più all’insuperabile Ortese o a quell’altro genio di Silvina Ocampo. Dico solo questo. In un tempo in cui ogni opera mirabile, meravigliosa — al cinema, in teatro, seduta a casa col libro in mano — ti lascia come se ti avessero colpito allo sterno e devi stare un’ora a respirare profondo, a volte controllare se non è venuto un livido, un dolore come di un pestaggio ma bello eh per carità, geniale: ecco, uno legge Quel tipo di donna (HarperCollins) e si sente di respirare una bellezza. Proprio che gli viene voglia di uscire e fare cose, immaginare progetti, mettersi un vestito bello e ordinare un gin tonic o dire dai, promettimi che la prossima volta che parti andiamo insieme.
Quindi grazie, Valeria. Che servizio pubblico essenziale, altro che frecciarossa o tg. Non che poi la storia non racconti tragedie, come nella vita succede ogni minuto. Però quanta aria circola, e quanto reciproco ascolto e accoglienza e alla fine amore corre fra queste quattro donne che partono insieme, in viaggio, dopo il tremendo lutto di una di loro, non a caso Dolores, che ha perso la figlia. Quanta purezza, quanta allegria in questa ragazza che racconta e si racconta, presentandosi, così: "Nessun figlio o marito all’attivo, per lo meno non mio". Quante donne, madri, nonne, quanta storia matrilineare (Parrella non userebbe mai una parola così orrenda, la metto in ossequio alla critica titolata: un inutile obolo). E quanto si sottolinea con la matita, anche da questo si misura la potenza di un libro che ti legge, mentre lo leggi: quante frasi che fuori contesto dici vabbè, che avrà mai detto, e invece "chi a stella fissa è fisso non si accorge di tante cose" o "per essere davvero ricchi (di soldi di cultura di libertà, di qualunque cosa) ci vogliono tre generazioni" dentro quel racconto sono le ostriche con la perla dentro. "La forza non è essere forti, ma capire quanto non puoi esserlo".
Poi queste quattro amiche viaggiano, solo questo fanno: non dormono, aspettano una telefonata di un uomo che non chiama, si perdono, fanno scemenze, piangono e ridono, si stanno a sentire. Se devo dire una cosa seria — qual è il tema, coraggio — il libro parla di quanto facciamo fatica a prenderci cura di noi: quanta vita sprechiamo immolandola all’egoismo degli altri. Degli uomini in prevalenza, certo. Siano amanti o padri, siano figli. Dice Luisa Muraro, nella citazione di apertura: "Stringiti alla comunità delle donne perché quando sarai vecchia saranno loro che ti salveranno: non i maschi". Io questa frase la conservo.
Muoiono i padri, a volte tragicamente i figli, si esauriscono gli amori. Ma un viaggio con Valeria Parrella a dire la sera le certezze dell’esistenza "che per esempio possono essere me ne sto innamorando, oppure non ho mai trovato uno che scopa cosi bene", o anche "quarant’anni di forze appresso a uomini che amavano altre, sceglievano altre, andavano a teatro con altre mettendosi i vestiti belli. E all’improvviso mi riposavo nel mondo attraversato solo con donne, senza nessuno da rincorrere o da aspettare". Quello sì. Un viaggio così sarebbe stupendo. L’abbiamo già fatto, comunque: è stato questo libro.
Scherzavo, Valeria, col messaggio. È partito d’istinto. Volevo solo dire grazie per la comprensione e per la compagnia. (Magnifica la lingua, ma questo si sa. Pochi in Italia la governano così. Gadda ti avrebbe invitata a colazione e tu non ci saresti andata, gli avresti detto: mi scuso, ma c’è un tipo, si chiama Massimo, che mi aspetta qui sotto. Purtroppo ho da fare. Senza offesa, ingegnere. Alla prossima).
Il libro e l'incontro
Quel tipo di donna di Valeria Parrella (HarperCollins, pagg. 112, euro 16). L’autrice lo presenta all’Auditorium Parco della Musica di Roma, nell’ambito del festival “Insieme”: appuntamento sabato 3 ottobre alle 13,30
Dico questo perché c’è una prassi nefasta nel mondo editoriale, una regola inviolabile secondo cui i libri degli amici sono sempre ottimi se non capolavori — nelle recensioni, nelle presentazioni — mentre di quelli di chi non fa parte del tuo giro puoi dire con tranquillità: insomma, o anche che schifezza. Funziona così, ancora non mi abituo. Ogni tanto chiedo in giro: ma che amicizia è una dentro la quale non si può dire il tuo libro non mi è tanto piaciuto, ti spiego perché e ne parliamo? Se lo fai è uno scandalo che corre di bocca in bocca per mesi. Né d’altra parte capita mai, ma proprio mai, che un recensore di compagnia avversa si sorprenda di trovare interessante il lavoro di qualcuno con cui non va per premi letterari a cena la sera. Ma insomma, è così. Basta conoscere il campo di gioco, sapere che è questo, poi decidere se stare dentro o stare fuori.
La seconda ragione per cui mi sono vergognata di averle scritto "al prossimo viaggio chiamami" è che non son cose che si chiedono, queste: alle bambine si insegna da piccole,"non dire mai ti vorrei per essere voluta". Poi da grandi, di solito tardi, si capisce che è una stupidaggine e che sempre succede solo quello che deve succedere, non dipende da te. Ma vado fuori tema, d’altra parte è evidente che non state leggendo una recensione classica, professionale, in cui saprete alla fine se la prosa di Parrella si richiama più all’insuperabile Ortese o a quell’altro genio di Silvina Ocampo. Dico solo questo. In un tempo in cui ogni opera mirabile, meravigliosa — al cinema, in teatro, seduta a casa col libro in mano — ti lascia come se ti avessero colpito allo sterno e devi stare un’ora a respirare profondo, a volte controllare se non è venuto un livido, un dolore come di un pestaggio ma bello eh per carità, geniale: ecco, uno legge Quel tipo di donna (HarperCollins) e si sente di respirare una bellezza. Proprio che gli viene voglia di uscire e fare cose, immaginare progetti, mettersi un vestito bello e ordinare un gin tonic o dire dai, promettimi che la prossima volta che parti andiamo insieme.
Quindi grazie, Valeria. Che servizio pubblico essenziale, altro che frecciarossa o tg. Non che poi la storia non racconti tragedie, come nella vita succede ogni minuto. Però quanta aria circola, e quanto reciproco ascolto e accoglienza e alla fine amore corre fra queste quattro donne che partono insieme, in viaggio, dopo il tremendo lutto di una di loro, non a caso Dolores, che ha perso la figlia. Quanta purezza, quanta allegria in questa ragazza che racconta e si racconta, presentandosi, così: "Nessun figlio o marito all’attivo, per lo meno non mio". Quante donne, madri, nonne, quanta storia matrilineare (Parrella non userebbe mai una parola così orrenda, la metto in ossequio alla critica titolata: un inutile obolo). E quanto si sottolinea con la matita, anche da questo si misura la potenza di un libro che ti legge, mentre lo leggi: quante frasi che fuori contesto dici vabbè, che avrà mai detto, e invece "chi a stella fissa è fisso non si accorge di tante cose" o "per essere davvero ricchi (di soldi di cultura di libertà, di qualunque cosa) ci vogliono tre generazioni" dentro quel racconto sono le ostriche con la perla dentro. "La forza non è essere forti, ma capire quanto non puoi esserlo".
Poi queste quattro amiche viaggiano, solo questo fanno: non dormono, aspettano una telefonata di un uomo che non chiama, si perdono, fanno scemenze, piangono e ridono, si stanno a sentire. Se devo dire una cosa seria — qual è il tema, coraggio — il libro parla di quanto facciamo fatica a prenderci cura di noi: quanta vita sprechiamo immolandola all’egoismo degli altri. Degli uomini in prevalenza, certo. Siano amanti o padri, siano figli. Dice Luisa Muraro, nella citazione di apertura: "Stringiti alla comunità delle donne perché quando sarai vecchia saranno loro che ti salveranno: non i maschi". Io questa frase la conservo.
Muoiono i padri, a volte tragicamente i figli, si esauriscono gli amori. Ma un viaggio con Valeria Parrella a dire la sera le certezze dell’esistenza "che per esempio possono essere me ne sto innamorando, oppure non ho mai trovato uno che scopa cosi bene", o anche "quarant’anni di forze appresso a uomini che amavano altre, sceglievano altre, andavano a teatro con altre mettendosi i vestiti belli. E all’improvviso mi riposavo nel mondo attraversato solo con donne, senza nessuno da rincorrere o da aspettare". Quello sì. Un viaggio così sarebbe stupendo. L’abbiamo già fatto, comunque: è stato questo libro.
Scherzavo, Valeria, col messaggio. È partito d’istinto. Volevo solo dire grazie per la comprensione e per la compagnia. (Magnifica la lingua, ma questo si sa. Pochi in Italia la governano così. Gadda ti avrebbe invitata a colazione e tu non ci saresti andata, gli avresti detto: mi scuso, ma c’è un tipo, si chiama Massimo, che mi aspetta qui sotto. Purtroppo ho da fare. Senza offesa, ingegnere. Alla prossima).
Il libro e l'incontro
Quel tipo di donna di Valeria Parrella (HarperCollins, pagg. 112, euro 16). L’autrice lo presenta all’Auditorium Parco della Musica di Roma, nell’ambito del festival “Insieme”: appuntamento sabato 3 ottobre alle 13,30