LONDRA. Qualcuno l’ha già chiamata la “Beyoncé dell’arte”, ai suoi tempi. Per tutti, invece, è “la Pittora”, che finalmente è arrivata a Londra, dopo varie peripezie, per quella che è la prima mostra a lei interamente dedicata sul suolo inglese. Ovvero, “Artemisia Gentileschi”, alla National Gallery di Londra da sabato 3 ottobre fino al 24 gennaio 2021.
Peripezie, dicevamo, perché inizialmente la kermesse era stata prevista in primavera, ma il Coronarivus ha stravolto i piani. Ora però riecco Artemisia, “grazie alla flessibilità delle istituzioni che hanno prestato le opere per questa mostra”, tra cui la Regina Elisabetta, ci dice nella conferenza stampa virtuale il direttore italo-inglese della National Gallery Gabriele Finaldi. “Artemisia Gentileschi è una straordinaria eccezione in un panorama estremamente maschilista nel XVII secolo. Ma con la sua straordinaria arte e talento ha superato ogni ostacolo, arrivando a lavorare anche nelle corti spagnole e per Carlo I, re d’Inghilterra”.
Già, la “Pittora” è davvero un esempio. Nata nel 1593, unica figlia del pittore Orazio Gentileschi, a Roma raramente può uscire dalla casa di famiglia di Via della Croce e praticare la sua passione, ossia dipingere. “Era praticamente segregata, qualcosa di orrendo per lei”, nota la curatrice della mostra, Letizia Treves. “Sin dall’età di 16 anni inizia a dipingere in maniera indipendente, con una prospettiva femminile unica”. Poi Artemisia viene violentata, da un altro pittore, Agostino Tassi, che stava collaborando a un progetto con il padre di lei. Si trasferisce a Firenze, sposa un altro artista, Pierantonio Stiattesi, ed è qui che diventa la fenomenale pittrice barocca che conosciamo. “Si libera dell’ombra del padre”, racconta Treves, “ed è la prima donna a entrare nell’Accademia d’arte a Firenze. E poi, come in tanti suoi dipinti, Artemisia Gentileschi aveva anche una tattica molto intelligente di marketing, mettendo se stessa al centro, un po’ come faceva Rembrandt”.
Già, e lo dimostrano i lavori presenti, a tratti caravaggeschi, ma unici nel loro genere. La mostra, la cui idea è nata dall’acquisizione nel 2018 da parte della National Gallery del suo “Autoritratto come Santa Caterina di Alessandria" (1615-1617), primo dipinto dell’artista a entrare in una collezione pubblica britannica, include decine di lavori e capolavori della pittrice barocca, disposti cronologicamente. “Vi faccio vedere io quello che può fare una donna”, scriveva l’artista al nobile, politico e collezionista Don Antonio Ruffo il 7 agosto 1649. Si comincia da “Susanna e i vecchioni” del 1610, la prima opera datata e firmata da Artemisia Gentileschi, e guardacaso anche l’ultima, 42 anni dopo (dal Polo Museale dell’Emilia Romagna) anch’essa inclusa qui alla National Gallery. Ci sono poi i contemporanei “Giuditta e la sua Ancella”, “Cleopatra”, “Danae”, tutti manifesti del femminismo ante litteram dell’artista. C’è anche un altro inedito, la trascrizione del processo contro Tassi nel 1612, in latino e italiano dell’epoca (gentilmente concesso dall’Archivio di Stato), in cui spicca la celebre frase di Artemisia: “È vero, è vero, è vero”.
Nella sala dedicata al suo periodo fiorentino, invece, oltre a vari autoritratti, spunta il suo capolavoro, anzi due: perché per la prima volta nel Regno Unito vengono affiancate due versioni dello straordinario e sanguinario “Giuditta che decapita Oloferne”, la prima del 1612-13 dal Museo e Real Bosco di Capodimonte e l’altra, di circa un anno dopo, proveniente dagli Uffizi di Firenze, per quella che resta anch’essa un’opera in un certo senso autobiografica, almeno per la sua trasposizione emotiva, con “Giuditta”-Artemisia che si vendica del mondo maschilista e ingiusto contro di lei. C’è poi un’altra intera sala dedicata al suo periodo a Napoli, dove si stabilirà per 20 anni per fondare uno studio con la figlia Prudenza. Non presente in galleria ma sulla piattaforma digitale di Google Arts & Culture ecco anche per esempio il suo affresco del soffitto di Marlborough House, realizzato insieme al padre e non accessibile al pubblico, ma qui disponibile ad altissima qualità. Infine, la breve parentesi londinese, dove Artemisia si riunirà con suo padre Orazio, allora alla corte di Carlo I, e la perfetta conclusione della mostra “Autoritratto come allegoria della pittura” o “La pittura” (1638-9). Perché, come scriveva Gentileschi sempre a Don Ruffo, “Non vi tormenterò più con queste chiacchiere femminili, le opere parlano da sé".
Peripezie, dicevamo, perché inizialmente la kermesse era stata prevista in primavera, ma il Coronarivus ha stravolto i piani. Ora però riecco Artemisia, “grazie alla flessibilità delle istituzioni che hanno prestato le opere per questa mostra”, tra cui la Regina Elisabetta, ci dice nella conferenza stampa virtuale il direttore italo-inglese della National Gallery Gabriele Finaldi. “Artemisia Gentileschi è una straordinaria eccezione in un panorama estremamente maschilista nel XVII secolo. Ma con la sua straordinaria arte e talento ha superato ogni ostacolo, arrivando a lavorare anche nelle corti spagnole e per Carlo I, re d’Inghilterra”.
Già, la “Pittora” è davvero un esempio. Nata nel 1593, unica figlia del pittore Orazio Gentileschi, a Roma raramente può uscire dalla casa di famiglia di Via della Croce e praticare la sua passione, ossia dipingere. “Era praticamente segregata, qualcosa di orrendo per lei”, nota la curatrice della mostra, Letizia Treves. “Sin dall’età di 16 anni inizia a dipingere in maniera indipendente, con una prospettiva femminile unica”. Poi Artemisia viene violentata, da un altro pittore, Agostino Tassi, che stava collaborando a un progetto con il padre di lei. Si trasferisce a Firenze, sposa un altro artista, Pierantonio Stiattesi, ed è qui che diventa la fenomenale pittrice barocca che conosciamo. “Si libera dell’ombra del padre”, racconta Treves, “ed è la prima donna a entrare nell’Accademia d’arte a Firenze. E poi, come in tanti suoi dipinti, Artemisia Gentileschi aveva anche una tattica molto intelligente di marketing, mettendo se stessa al centro, un po’ come faceva Rembrandt”.
Già, e lo dimostrano i lavori presenti, a tratti caravaggeschi, ma unici nel loro genere. La mostra, la cui idea è nata dall’acquisizione nel 2018 da parte della National Gallery del suo “Autoritratto come Santa Caterina di Alessandria" (1615-1617), primo dipinto dell’artista a entrare in una collezione pubblica britannica, include decine di lavori e capolavori della pittrice barocca, disposti cronologicamente. “Vi faccio vedere io quello che può fare una donna”, scriveva l’artista al nobile, politico e collezionista Don Antonio Ruffo il 7 agosto 1649. Si comincia da “Susanna e i vecchioni” del 1610, la prima opera datata e firmata da Artemisia Gentileschi, e guardacaso anche l’ultima, 42 anni dopo (dal Polo Museale dell’Emilia Romagna) anch’essa inclusa qui alla National Gallery. Ci sono poi i contemporanei “Giuditta e la sua Ancella”, “Cleopatra”, “Danae”, tutti manifesti del femminismo ante litteram dell’artista. C’è anche un altro inedito, la trascrizione del processo contro Tassi nel 1612, in latino e italiano dell’epoca (gentilmente concesso dall’Archivio di Stato), in cui spicca la celebre frase di Artemisia: “È vero, è vero, è vero”.
Nella sala dedicata al suo periodo fiorentino, invece, oltre a vari autoritratti, spunta il suo capolavoro, anzi due: perché per la prima volta nel Regno Unito vengono affiancate due versioni dello straordinario e sanguinario “Giuditta che decapita Oloferne”, la prima del 1612-13 dal Museo e Real Bosco di Capodimonte e l’altra, di circa un anno dopo, proveniente dagli Uffizi di Firenze, per quella che resta anch’essa un’opera in un certo senso autobiografica, almeno per la sua trasposizione emotiva, con “Giuditta”-Artemisia che si vendica del mondo maschilista e ingiusto contro di lei. C’è poi un’altra intera sala dedicata al suo periodo a Napoli, dove si stabilirà per 20 anni per fondare uno studio con la figlia Prudenza. Non presente in galleria ma sulla piattaforma digitale di Google Arts & Culture ecco anche per esempio il suo affresco del soffitto di Marlborough House, realizzato insieme al padre e non accessibile al pubblico, ma qui disponibile ad altissima qualità. Infine, la breve parentesi londinese, dove Artemisia si riunirà con suo padre Orazio, allora alla corte di Carlo I, e la perfetta conclusione della mostra “Autoritratto come allegoria della pittura” o “La pittura” (1638-9). Perché, come scriveva Gentileschi sempre a Don Ruffo, “Non vi tormenterò più con queste chiacchiere femminili, le opere parlano da sé".