Così il "Riccardino" di Camilleri vola oltre le 300 mila copie
Stefano Bartezzaghi
Il libro, uscito postumo, con cui termina la saga di Montalbano parla più di letteratura che di crimine. E porta alla popolarità procedimenti compositivi niente affatto banali
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Chissà se fra le letture di Andrea Camilleri - che si arguiscono alquanto estese e adeguatamente variegate - si può annoverare quel bizzarro prodotto della fantascienza lisergica che è Opzioni, del mattissimo Robert Sheckley. A lasciarlo vagheggiare è la circostanza per cui in Riccardino (l'ultimo romanzo di Montalbano, pubblicato a luglio, oltre 300mila copie vendute, ndr) Camilleri ha fatto comparire un personaggio che nella prima stesura del 2005 è denominato "Andrea Camilleri" e "l'Autore" nella seconda (del 2016). A Salvo Montalbano questo Camilleri scrittore ma anche scritto ricorda di essere considerato dalla critica come un autore "di genere. Anzi, di genere di consumo": da supermercato. Baudrillard e Foucault sono riferimenti troppo colti per lui, può casomai citarli il commissario stesso, suo personaggio e qui anche interlocutore polemico.
La fantascienza invece è alla sua portata: non va quindi escluso che, tolte le complesse stratificazioni giocose di tali dialoghi fantastici, da lettore l'Andrea Camilleri vero e proprio si sia a suo tempo divertito con la pagina in cui il protagonista di Opzioni finisce in pasticci tanto inestricabili da consigliargli di scrivere una lettera direttamente al suo autore, Robert Sheckley, per supplicarlo di essere salvato. In Riccardino invece il supplice è l'Autore: telefona per sette volte al suo Personaggio e gli manda un fax. Il Personaggio risponde al telefono, ma di malavoglia; scrive a sua volta un fax, dedica all'Autore una nota ironica in una lettera-appunto che scrive per sé stesso e infine gli lascia un messaggio nella segreteria telefonica. Queste conversazioni fra Autore e Personaggio dove mai si svolgeranno, all'interno o all'esterno del libro? Sotto quale cielo narrativo?
L'omaggio di Sellerio e Herlitzka a Camilleri... e 'Riccardino'
Camilleri ha avuto moltissimi editori ma una sola, vera "casa": l'editrice Sellerio. Alla fondatrice Elvira, aveva consegnato nel 2005 il libro terminale della saga del commissario Montalbano, perché fosse pubblicato postumo. Lo scopo era duplice: voleva fissare in anticipo il punto finale della saga di Montalbano ma anche consentirsi la possibilità di ideare nuove puntate. Quando scrisse Riccardino i romanzi di Montalbano editi erano già nove. Dopo la prima stesura dell'inedito scrisse e pubblicò altre diciotto puntate della saga. L'inedito è uscito solo quest'estate, nella stesura definitiva e in un'ulteriore edizione che comprende entrambe le versioni (e mostra come la riscrittura del 2016 avesse esclusive motivazioni linguistiche e non ha minimamente alterato le strutture narrative).
Dal 2005 a quest'estate l'unico dettaglio pubblico del testo era il titolo, un nome proprio con diminutivo. Fino a quel momento nei titoli dei romanzi di Montalbano era comparso un solo nome proprio, il toponimo di Una gita a Tindari e anche in seguito i titoli della serie si sarebbero attenuti con pochissime eccezioni a uno schema sintattico fisso: La forma dell'acqua, Il cane di terracotta, Una lama di luce, Una voce di notte, La rete di protezione, e simili.
La scelta di Luca Zingaretti per ricordare il maestro e l'amico Camilleri
Ora, nel 2020, a quindici anni dalla prima stesura (sempre troppo pochi), si è saputo che Riccardino non è un bambino, un parente, un rivale, un ricordo di Montalbano. Chi ha già letto il libro sa che Riccardino è innanzitutto una voce e che Camilleri ha inteso salutarlo, il suo lettore, con un romanzo che sulle voci è costruito.
Il nome proprio del titolo e la voce che squilla subito nel ricevitore di Montalbano e dice "Riccardino sono" è come se segnalassero che il libro parlerà forse più di letteratura che di crimine. Sì, certo, c'è un cadavere e questioni di corna, banche, mafia, politici, preti e vescovi, discariche, truffe. Ma c'è anche un'altra storia e questa si svolge in un'area che riesce a essere intermedia fra l'interno e l'esterno del libro, fra la storia che si racconta (l'enunciato) e il fatto di raccontarla (l'enunciazione). Una vicenda, quest'altra, in cui Montalbano mal soffre la popolarità del suo doppio televisivo e se ne duole con l'Autore.
In un primo momento costui è presentato, ancora "realisticamente", come il trascrittore (e abbellitore) di casi risolti dal Personaggio. Pochi capitoli dopo, però, l'Autore, con le sue stanchezze di ottantenne (l'età che aveva davvero Camilleri nel 2005), sta scrivendo proprio la storia di Riccardino e propone al commissario - stanco e un po' invecchiato pure lui - delle soluzioni di compromesso, che Montalbano non accetta. Dunque la storia non è più presentata come una trascrizione: si scrive mentre sta avvenendo, un po' cronaca, un po' oracolo, un po' sceneggiatura composta direttamente sul set. L'Autore - il Camilleri scrittore e scritto - è pensato scrivere mentre Montalbano agisce e i due litigano su chi ha il diritto di decidere che mosse fare, che piste seguire nell'indagine.
L'arte di Camilleri è di far apparire tutto normale, con il suo usuale tono sardonico. Ma se quello che ci racconta riesce a sembrare "normale" è solo perché il lettore contemporaneo è avvezzo a muoversi in un mondo in cui le narrazioni rimbalzano una contro l'altra e "si parlano". Salvo Montalbano è per esempio un lettore di Camilleri e uno spettatore dei film tv in cui lo interpreta Zingarettti (Luca). Ma non doveva trattarsi di semplice letteratura di genere?
Viene il dubbio che persino la macroscopica operazione linguistica compiuta da Camilleri sia anche se non soprattutto una manovra elusiva. L'attenzione critica per le tecniche di Camilleri si è concentrata soprattutto su quella famosa patina di siciliano stesa sopra l'italiano, con intensità crescente a mano a mano che i lettori non siciliani si facevano più pronti a raccapezzarcisi. Infatti nel 2016 Camilleri si era accorto che nei molti romanzi scritti dopo la prima stesura di Riccardino quella patina si era inspessita e Riccardino sarebbe ormai sembrato un passo indietro; perciò decise di aggiornarne la dizione.
Oggi possiamo però chiederci se quei macari, i taliare, i tanticchia e i celebratissimi cabasisi che ci sono sinora bastati a definire la singolare personalità di Camilleri non ci abbiano distratto e non ci abbiano impedito di notare come l'autore si sia divertito anche in modo più raffinato. Non dietro alle nostre spalle, ma sotto ai nostri occhi, e senza parere.
Tra i romanzi storici di Camilleri, quelli senza Montalbano, il Birraio di Preston è scritto in ventiquattro capitoli che possono essere letti in qualsiasi ordine; La concessione del telefono, invece, propone alternanze di generi diversi - lettera, articolo di giornale, circolare burocratica, dialogo -, come capita negli Esercizi di stile di Raymond Queneau. Il modo in cui Autore e Personaggio intervengono nella vicenda di Riccardino non è proprio per un pubblico di bocca buona e forse un editor di letteratura di genere non lo avrebbe lasciato passare inalterato. Prenderlo per un omaggio a Pirandello e per una strizzata d'occhio alla competenza liceale dei lettori sarebbe una spiegazione, e davvero troppo semplice. Nello stesso romanzo Pirandello viene evocato come "autore locale", così come si citano le figure topiche per il folklore siciliano di "pupi" e "pupari". Figure di schermo, come è uno schermo la stessa "ironia", tanto decantata, di Camilleri. (Quella dell'ironia è una categoria che in generale avrebbe bisogno di qualche lustro o decennio di moratoria).
A voler studiare strategie di enunciazione, dispositivi e strutture si potrebbe essere portati a formulare un'ipotesi opposta: che Camilleri abbia scommesso di portare alla popolarità procedimenti compositivi niente affatto banali e niente affatto comuni per la letteratura di genere. O almeno all'immagine che comunemente se ne ha.