Perché Ulisse mi ha cambiato la vita
di ALMUDENA GRANDESUna bimba che si chiamava Almudena Grandes Hernández e non aveva più di 8 anni cominciò a viaggiare con l'eroe omerico senza muoversi da casa sua
Non so spiegare quello che è successo, sebbene lo ricordi bene. Ero piccola. Non potevo avere più di otto anni perché mio nonno mi aveva regalato quel libro quando avevo fatto la Prima Comunione. Non era il primo libro che mi regalava e già allora mi piaceva molto leggere, però non mi era mai successo niente di simile.
So che quando Ulisse, re di Itaca, decise di lasciare il palazzo della ninfa Calipso, era solo, lui, un uomo chiamato Ulisse, ma che molto presto, in una delle prime tappe del suo lungo e accidentato viaggio, non si sarebbe ritrovato più solo. Ad un certo momento, che non sono in grado di precisare, una bimba che si chiamava Almudena Grandes Hernández e non poteva avere più di otto anni, cominciò a viaggiare con lui senza muoversi da casa sua, in una città, Madrid, che non esisteva neanche nella immaginazione del tempo in cui i figli e le figlie di Omero scrissero l’Odissea.
Ricordo che Ulisse …
So che quando Ulisse, re di Itaca, decise di lasciare il palazzo della ninfa Calipso, era solo, lui, un uomo chiamato Ulisse, ma che molto presto, in una delle prime tappe del suo lungo e accidentato viaggio, non si sarebbe ritrovato più solo. Ad un certo momento, che non sono in grado di precisare, una bimba che si chiamava Almudena Grandes Hernández e non poteva avere più di otto anni, cominciò a viaggiare con lui senza muoversi da casa sua, in una città, Madrid, che non esisteva neanche nella immaginazione del tempo in cui i figli e le figlie di Omero scrissero l’Odissea.
Ricordo che Ulisse …
Non so spiegare quello che è successo, sebbene lo ricordi bene. Ero piccola. Non potevo avere più di otto anni perché mio nonno mi aveva regalato quel libro quando avevo fatto la Prima Comunione. Non era il primo libro che mi regalava e già allora mi piaceva molto leggere, però non mi era mai successo niente di simile.
So che quando Ulisse, re di Itaca, decise di lasciare il palazzo della ninfa Calipso, era solo, lui, un uomo chiamato Ulisse, ma che molto presto, in una delle prime tappe del suo lungo e accidentato viaggio, non si sarebbe ritrovato più solo. Ad un certo momento, che non sono in grado di precisare, una bimba che si chiamava Almudena Grandes Hernández e non poteva avere più di otto anni, cominciò a viaggiare con lui senza muoversi da casa sua, in una città, Madrid, che non esisteva neanche nella immaginazione del tempo in cui i figli e le figlie di Omero scrissero l’Odissea.
Ricordo che Ulisse ed io conoscemmo insieme Nausicaa e che a partire da lì non ci separammo più. Trovammo una rotta per attraversare Scilla e Cariddi, percepimmo il pericolo nella placida esistenza dei mangiatori di loto, piantammo un palo nell’occhio del ciclope, fuggimmo da casa sua sospesi alle lane del ventre dei suoi montoni, rispondemmo alle sue domande che il nostro nome era Nessuno. Tutto questo lo facemmo insieme, Ulisse ed io, prima di arrivare all’isola di Circe, dove ingannammo la più potente delle maghe, che aveva trasformato in porci i nostri uomini. Poi, passato molto tempo, attraversati molti mari, conosciuto tante navi, tornammo a casa.
L’Odissea, o meglio, la versione in prosa per l’infanzia dell’Odissea, che mi regalò mio nonno Manolo Grandes quando feci la Prima Comunione è il libro più importante che abbia mai letto nella mia vita, perché ho letto alla prima persona plurale, il primo che mi ha chiamato con il mio nome ed è riuscito a raccontarmi la mia vita. Alla fine, quando Ulisse, irriconoscibile nei suoi stracci di mendicante, supplicò la regina di lasciargli provare l’arco di suo marito assente, il consenso di Penelope cambiò per sempre la via di due donne. La prima fu lei, la seconda, io. Perché quando Ulisse tese l’arco per uccidere, uno per uno, tutti i pretendenti al trono che gli apparteneva, sentii che non si stava vendicando solo delle ingiustizie che aveva patito, dei suoi naufragi e delle sue solitudini.
Lui, un uomo solo e disarmato, che non ambiva imperii né ricchezze, che non perseguiva altro obiettivo che non il modesto risultato di ritornare alla sua casa, con la sua famiglia, e dovette affrontare la collera degli dei per ottenerlo, stava vendicando anche me, per tutte le ingiustizie che avevo patito per tutte le volte che mi ero sentita sola perché quell’anno non mi avevano assegnato neanche un ruolo di angelo, né di pastorella e neanche di paggio, per il natale della mia scuola. Non me lo diedero né allora né dopo e lasciai la scuola senza aver provato il privilegio di recitare sopra quel palco, però Ulisse vegliava su me. Il suo arco non ha mai smesso di vendicarmi. Qualche mese fa ho compiuto sessant’anni ma sento ancora nella pelle l’emozione di quella bimba, nei miei occhi, il tremore dei suoi mentre chiude quel libro che cambiò il suo destino per sempre. Non ho mai rivissuto un’espressione tanto pura come quella forza vitale, quella speranza selvaggia, carica di gioia e di fede nell’Umanità, nel futuro, nella letteratura, quella cosa che io chiamo entusiasmo.
Questo testo è stato scritto da Almudena Grandes per il Taobuk Festival di Taormina. Giovedì 1° ottobre alle 20 in piazza IX Aprile la scrittrice interverrà sul tema “L’insostenibile peso della dittatura. Orrori nella Spagna franchista fuori e dentro le mura di un manicomio femminile”. L’ultimo libro della Grandes è "La figlia ideale" (Guanda)
So che quando Ulisse, re di Itaca, decise di lasciare il palazzo della ninfa Calipso, era solo, lui, un uomo chiamato Ulisse, ma che molto presto, in una delle prime tappe del suo lungo e accidentato viaggio, non si sarebbe ritrovato più solo. Ad un certo momento, che non sono in grado di precisare, una bimba che si chiamava Almudena Grandes Hernández e non poteva avere più di otto anni, cominciò a viaggiare con lui senza muoversi da casa sua, in una città, Madrid, che non esisteva neanche nella immaginazione del tempo in cui i figli e le figlie di Omero scrissero l’Odissea.
Ricordo che Ulisse ed io conoscemmo insieme Nausicaa e che a partire da lì non ci separammo più. Trovammo una rotta per attraversare Scilla e Cariddi, percepimmo il pericolo nella placida esistenza dei mangiatori di loto, piantammo un palo nell’occhio del ciclope, fuggimmo da casa sua sospesi alle lane del ventre dei suoi montoni, rispondemmo alle sue domande che il nostro nome era Nessuno. Tutto questo lo facemmo insieme, Ulisse ed io, prima di arrivare all’isola di Circe, dove ingannammo la più potente delle maghe, che aveva trasformato in porci i nostri uomini. Poi, passato molto tempo, attraversati molti mari, conosciuto tante navi, tornammo a casa.
L’Odissea, o meglio, la versione in prosa per l’infanzia dell’Odissea, che mi regalò mio nonno Manolo Grandes quando feci la Prima Comunione è il libro più importante che abbia mai letto nella mia vita, perché ho letto alla prima persona plurale, il primo che mi ha chiamato con il mio nome ed è riuscito a raccontarmi la mia vita. Alla fine, quando Ulisse, irriconoscibile nei suoi stracci di mendicante, supplicò la regina di lasciargli provare l’arco di suo marito assente, il consenso di Penelope cambiò per sempre la via di due donne. La prima fu lei, la seconda, io. Perché quando Ulisse tese l’arco per uccidere, uno per uno, tutti i pretendenti al trono che gli apparteneva, sentii che non si stava vendicando solo delle ingiustizie che aveva patito, dei suoi naufragi e delle sue solitudini.
Lui, un uomo solo e disarmato, che non ambiva imperii né ricchezze, che non perseguiva altro obiettivo che non il modesto risultato di ritornare alla sua casa, con la sua famiglia, e dovette affrontare la collera degli dei per ottenerlo, stava vendicando anche me, per tutte le ingiustizie che avevo patito per tutte le volte che mi ero sentita sola perché quell’anno non mi avevano assegnato neanche un ruolo di angelo, né di pastorella e neanche di paggio, per il natale della mia scuola. Non me lo diedero né allora né dopo e lasciai la scuola senza aver provato il privilegio di recitare sopra quel palco, però Ulisse vegliava su me. Il suo arco non ha mai smesso di vendicarmi. Qualche mese fa ho compiuto sessant’anni ma sento ancora nella pelle l’emozione di quella bimba, nei miei occhi, il tremore dei suoi mentre chiude quel libro che cambiò il suo destino per sempre. Non ho mai rivissuto un’espressione tanto pura come quella forza vitale, quella speranza selvaggia, carica di gioia e di fede nell’Umanità, nel futuro, nella letteratura, quella cosa che io chiamo entusiasmo.
Questo testo è stato scritto da Almudena Grandes per il Taobuk Festival di Taormina. Giovedì 1° ottobre alle 20 in piazza IX Aprile la scrittrice interverrà sul tema “L’insostenibile peso della dittatura. Orrori nella Spagna franchista fuori e dentro le mura di un manicomio femminile”. L’ultimo libro della Grandes è "La figlia ideale" (Guanda)