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Uno degli scatti del volume "An attic full of trains" 

Quelle immagini dell'Italia nascoste in soffitta

Per oltre 50 anni Alberto di Lenardo, grande fotografo non professionista, ha immortalato segretamente il nostro Paese e conservato segretamente il suo archivio nella mansarda di casa. Ora i diecimila scatti sono svelati dalla nipote Carlotta in un volume. E su Instagram
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Quando Carlotta di Lenardo capì che il nonno Alberto aveva passato buona parte della sua vita a scattare migliaia di fotografie senza mostrarle a nessuno, era poco più che una adolescente. Lo scoprì per caso durante un pranzo di famiglia: dopo averle raccontato un episodio divertente di suo padre bambino, il nonno la prese in disparte e la portò davanti a un vecchio computer pieno di immagini. «Prima di quel giorno non mi ero mai resa conto del lavoro che stava portando avanti da anni, in segreto. A dire il vero nessuno in famiglia lo aveva capito», racconta oggi sua nipote. «Certo, lo vedevamo spesso gironzolare con una macchina fotografica in mano, ma credevamo scattasse semplici istantanee familiari, nulla di più».


Invece si tratta di più di cinquant’anni di storia italiana racchiusa in oltre diecimila scatti. Un lavoro monumentale e minuzioso d…
Quando Carlotta di Lenardo capì che il nonno Alberto aveva passato buona parte della sua vita a scattare migliaia di fotografie senza mostrarle a nessuno, era poco più che una adolescente. Lo scoprì per caso durante un pranzo di famiglia: dopo averle raccontato un episodio divertente di suo padre bambino, il nonno la prese in disparte e la portò davanti a un vecchio computer pieno di immagini. «Prima di quel giorno non mi ero mai resa conto del lavoro che stava portando avanti da anni, in segreto. A dire il vero nessuno in famiglia lo aveva capito», racconta oggi sua nipote. «Certo, lo vedevamo spesso gironzolare con una macchina fotografica in mano, ma credevamo scattasse semplici istantanee familiari, nulla di più».


Invece si tratta di più di cinquant’anni di storia italiana racchiusa in oltre diecimila scatti. Un lavoro monumentale e minuzioso durato decenni, svolto in estrema solitudine e vissuto come puro piacere personale. «Nessuno di noi era a conoscenza di quest’archivio sterminato di fotografie. Dopo averli scansionati, il nonno ha buttato via tutti i negativi», spiega con rammarico Carlotta. «Oltre all’entusiasmo nei confronti del nuovo, questo fa capire che non aveva velleità di diventare un fotografo riconosciuto. E che, attraverso quelle immagini, voleva creare semplici ricordi familiari».


Alberto di Lenardo era un tipo burbero, almeno a primo impatto. Udinese di nascita, classe 1930, sempre in giacca, anche nelle occasioni informali, elegantissimo. Lo si vede in alcune vecchie foto in bianco e nero incluse nel suo libro, appena pubblicato dalla casa editrice inglese Mack, An Attic Full of Trains. «Quando ci avevi a che fare, ti rendevi conto che era molto ironico. E autoironico. E questo lo si capisce anche da tutti gli scatti ai fondoschiena», scherza la nipote. Quella di suo nonno è stata la prima famiglia di Udine a importare frutta. In pieno boom economico hanno poi fondato un’azienda agricola, nella quale Alberto ha lavorato fin quando la salute glielo ha permesso.

La fotografia era soltanto una delle tante passioni, affiancata a quella per la modellistica. «Aveva un attico segreto al quale si accedeva attraverso una piccola porta nascosta dietro una libreria. Quello spazio misterioso era dominato da un enorme plastico ferroviario che aveva costruito e ampliato, pezzo per pezzo, durante l’intero corso della sua vita. Da qui il titolo del libro: un omaggio al suo attico pieno di treni».

Dopo aver scoperto quell’archivio impressionante, Carlotta, anche lei amante della fotografia, decide di far uscire le istantanee dall’attico segreto e di mostrarle al mondo, seppur virtuale. Lo fa attraverso un profilo Instagram, @grandpa_journey. «Ho iniziato a postare le prime immagini, affiancando una foto degli anni Sessanta a una degli anni Ottanta. E il dialogo tra periodi diversi funzionava alla perfezione». Da lì è nata l’idea di impaginare un libro, in copia unica, da regalare a suo nonno.

L’ingegnosa nipote ci lavora per cinque anni, ma non è mai soddisfatta. «Troppe foto. Ogni volta che tornavo in archivio, ne trovavo sempre di nuove». Così, per anni, accantona l’idea, poi la riprende, l’abbandona nuovamente per mesi. «Lo tenevo come una sorta di progetto secondario, mentre la mia passione per il mondo della fotografia mi portava da Milano ad Amsterdam e infine nel Regno Unito, dove vivo». Quando la situazione di salute di suo nonno si aggrava, decide di stampare un esemplare del libro e di inviarglielo. «Purtroppo non sono mai riuscita a parlarne con lui di persona. So però che uno dei suoi ultimi momenti felici è stato sfogliando le pagine del suo libro. E quella prima copia è rimasta con lui per sempre».

Alberto di Lenardo muore nel 2018, mentre sua nipote inizia a introdursi negli ambienti della fotografia londinese. Dopo aver stampato qualche altro esemplare del libro, un giorno lo porta in ufficio, per mostrarlo ai colleghi. Poi una copia finisce sulla scrivania giusta, quella dell’editor della casa editrice Mack, uno dei primi addetti ai lavori a intuire che, come si usa dire nel gergo editoriale, in quel libro “c’era del materiale”. Un materiale talmente importante che oggi i critici accostano il nome del fotografo italiano a quello di Vivian Maier, la tata diventata improvvisamente famosa nel 2007, dopo che un giovane e intraprendente ragazzo di Chicago comprò un blocco di negativi al banco dei pegni della città.

Innumerevoli sono le fotografie scattate durante i viaggi all’estero, ma ciò che più colpisce in An Attic Full of Trains sono le immagini che riflettono una parte importante della storia del Novecento raccontata da un punto di vista particolare, quello di un borghese. Lo si intuisce dalle tante coloratissime fotografie scattate durante i viaggi in barca e in aereo, con amici, nelle spiagge e nei bar. C’è il lancio dell’Apollo 11 visto in televisione e scorci di città italiane con le automobili che, via via, acquisiscono forme sempre più moderne.

Le prime immagini del fotografo risalgono agli anni Cinquanta e le ultime alla fine degli anni Novanta, «anche se mio nonno ha continuato a scattare fino al 2010. Fotografare era il suo modo di comunicare i sentimenti e di rivelare le emozioni che la sua generazione faticava a esprimere con le parole». Oltre alla potenza del racconto c’è un lato puramente estetico. La gamma dei colori è così vivida, a tratti quasi innaturale, che alcune immagini sembrano provenire da un’Italia che non è mai neanche esistita, apparsa in sogno.

«A mio nonno piaceva colpire, provocare una reazione per capire la vera natura delle persone. Faceva affermazioni in cui magari nemmeno credeva, giusto per aprire una discussione. E poi era affascinato dai corpi femminili. Pensa che, sulla prima bozza di copertina, c’era un enorme primo piano del fondoschiena di sua moglie, mia nonna, in shorts bianchi. Poi abbiamo deciso di cambiarla. Sai com’è, visto che il libro è stato pubblicato in tutto il mondo, per certi mercati quella foto vagamente scandalosa poteva non andare bene...», conclude sorridendo la nipote Carlotta, artefice di questa fiaba appena iniziata.