Protagonista assoluta delle sue storie è, da sempre, la Città Eterna. Vista però da angolazioni molto diverse da quelle per cui è conosciuta nel mondo. In occasione della pubblicazione di "Scheletri", un viaggio nel luogo degli affetti e della formazione di Michele Rech, partendo da uno slogan che spiega già tutto: "Rebibbia regna!"
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“Nel centro di Roma non ci metto piede, mi fa venire le bolle!”. E non è una battuta, è successo che davvero gli venissero delle bolle rosse, tale è lo stress da separazione dal suo quartiere. Siamo poco distanti da Rebibbia, il luogo dove Michele Rech, in arte Zerocalcare, vive e abita praticamente da sempre. Da lì cerca di non spostarsi e quando lo fa, perché costretto dai molteplici impegni, è un incubo: “Non ce la faccio a stare troppe notti lontano, dopo un po’ devo tornare”, spiega. Non a caso chiunque abbia mai letto una sua storia sa che dentro ci troverà, inevitabilmente il più famoso dei suoi slogan: "Rebibbia regna!", affermazione di orgogliosa appartenenza da portare ovunque anche a Kobane, in Kurdistan.
“Infatti, lo dico da privilegiato e con tutto il rispetto per tutti quelli che lo hanno sofferto, il periodo del lockdown per me è stato strano; finalmente potevo …
“Nel centro di Roma non ci metto piede, mi fa venire le bolle!”. E non è una battuta, è successo che davvero gli venissero delle bolle rosse, tale è lo stress da separazione dal suo quartiere. Siamo poco distanti da Rebibbia, il luogo dove Michele Rech, in arte Zerocalcare, vive e abita praticamente da sempre. Da lì cerca di non spostarsi e quando lo fa, perché costretto dai molteplici impegni, è un incubo: “Non ce la faccio a stare troppe notti lontano, dopo un po’ devo tornare”, spiega. Non a caso chiunque abbia mai letto una sua storia sa che dentro ci troverà, inevitabilmente il più famoso dei suoi slogan: "Rebibbia regna!", affermazione di orgogliosa appartenenza da portare ovunque anche a Kobane, in Kurdistan.
“Infatti, lo dico da privilegiato e con tutto il rispetto per tutti quelli che lo hanno sofferto, il periodo del lockdown per me è stato strano; finalmente potevo stare a casa. Non solo, la cosa più assurda era anche che improvvisamente tutti facevano la mia vita!”. Roma per Zerocalcare, è il luogo degli affetti e della formazione: fatti che racconta nel nuovo graphic novel, Scheletri. Con lui si parte per una incursione in una Roma insolita, la città dove si svolgono non solo la maggior parte dei suoi libri (eccezione importante: Kobane Calling) ma anche il luogo del cuore. E, soprattutto, la città degli spazi sociali in cui cresce il suo impegno politico e inizia a disegnare per gli altri (prima locandine per concerti e fanzine, poi la prima rivista: XL il mensile di Repubblica e poi via via impegni sempre più professionali). E ancora il luogo che vediamo nella serie di animazioni Rebibbia Quarantine, durante il lockdown, tra una corsa a Villa Ada e le file al supermercato.
Iniziamo dai suoi ‘viaggi’ nei sotterranei, quando si iscrive alla Facoltà di Lingue, dove però non ha alcuna intenzione di andare. E così, per non farsi scoprire dalla famiglia, passa intere giornate nascosto dentro la metropolitana B, che attraversa la capitale da Rebibbia a Laurentina. Spunto autobiografico con cui dà avvio proprio a Scheletri.
Cosa facevi mentre attraversavi la città con la metropolitana?
“In quel periodo ero in fuga. Restavo tappato tutto il giorno nel vagone della metropolitana. Disegnavo, mi portavo tanta musica e un po’ di libri da leggere, pure quelli dell’università, ma soprattutto mi ero fissato con i classici del Novecento che vendevano in edicola. Li leggevo perché altrimenti mi sembrava di rimanere tagliato fuori dalle citazioni della gente che frequentavo”.
Passavi tutto il giorno da solo?
“Rimanevo nel vagone fino al deposito e qui, dove non ci sono più passeggeri, ogni tanto scendevo per incontrare dei ragazzi che facevano tag e graffiti. In questa mia fase, che è durata un paio di mesi, sono entrato in contatto con il mondo della street art che ha contribuito alla mia formazione. Mi divertivo a scrivere “Rebibbia Regna” nella metropolitana (ride, ndr). Nei vagoni della metro B, ho conosciuto un sacco di umanità diversa, mi sentivo a casa. Se cresci in un quartiere come Rebibbia, e non hai il motorino, la metropolitana è il tuo unico mezzo di trasporto e diventa il tuo habitat naturale, la tua comfort zone”.
Lo sfondo in cui si svolgono tutte le tue storie è Roma, dove hai sempre vissuto. Che rapporto hai con la città?
“A Roma mi sento sicuro e a mio agio nelle zone dove abitano le persone. Nelle zone centrali, per almeno un paio di decenni non ci ho messo piede perché sono militarizzate. Ci sono solo turisti, non ci vive nessuno, non ci puoi arrivare con la macchina e spesso nemmeno con la metropolitana. E poi ci incontravo sempre i nazisti, quindi rischiavo pure le botte. Ho sempre amato e frequentato tutto l’asse Roma Est che va da Rebibbia alla Tiburtina, fino a Prenestina e Casilina, le grandi consolari intorno a cui la gente trova casa perché è più accessibile. Tutte zone dove peraltro c’è sempre stata una grande concentrazione di centri sociali”.
A Rebibbia si svolge il libro Dodici, in cui racconti la tua visione del quartiere, usando un paragone con la musica dei Radiohead. Come mai?
“Su Dodici ho scritto che un quartiere si può definire tale quando la sua popolazione è disposta a scrivere il suo nome più “regna” in tutta la città (ride, ndr). Rebibbia è una zona in cui domina la lentezza. Qui, come in tante altre borgate della periferia romana, non accade mai nulla, senti solo il canto delle cicale. Il mio fratellastro se n’è andato da Rebibbia nel 2003 per vivere in una banlieu parigina. È tornato un paio di anni fa e mi ha detto: “È rimasto tutto identico, persino la posizione dei cartelloni pubblicitari in strada non è cambiata, mentre Parigi è quasi irriconoscibile.” Per questo ho usato Karma Police e No Surprises come colonna sonora del quartiere. La musica dei Radiohead è bella, con una sua poetica, ma è lenta, trascinata e lagnosa”.
E il carcere? Che influenza ha?
“La presenza del carcere è determinante. Di fatto, abiti e cresci in un quartiere che ruota intorno a un luogo che è l’emblema dell’attesa. L’attesa dei detenuti che scontano la loro pena e quella dei parenti e di tutte le persone che aspettano di parlare con loro o vederli affacciati alla finestra. Vivi con la loro presenza, spesso li incontri e in parte condividi questa condizione”.
Un’altra zona importante per te è il quartiere San Lorenzo. In via dei Volsci, c’era la Libreria Internazionale di Valerio Marchi, un riferimento per te e molti altri. Dopo la sua morte, nel 2006, sul muro accanto alla libreria è comparsa la scritta: “Valerio, il tuo sapere, la nostra vita”.
“Valerio Marchi è stato un personaggio fondamentale per me e più in generale per i movimenti e la sottocultura giovanile, di cui è stato uno dei maggiori studiosi. Erano gli anni in cui ho iniziato ad appassionarmi al punk e andavo sempre a San Lorenzo per reperire la musica da Disfunzioni Musicali. Nella libreria di Valerio, non solo trovavo le fanzine e tutto il materiale relativo al punk e alla cultura skinhead, ma potevo confrontarmi con il miglior libraio che abbia mai incontrato. Sapeva tutto di quel mondo, aveva scritto libri e studiava la strada come unico luogo in cui possa svolgersi il conflitto contro l’autorità costituita. Godeva di grande credibilità tra tutti noi. Nessun altro conosceva la scena punk come lui. La scena in cui sono cresciuto e mi sono formato, per cui ho disegnato locandine e copertine di dischi, senza la quale forse avrei percorso altre strade”.
Il fumetto per te è un modo per costruire immaginario, coscienza e memoria, ma la memoria è anche un processo collettivo. In che modo questo pensiero influisce sul tuo lavoro?
“Fino al 2011 - quando è uscito La profezia dell’armadillo - i miei fumetti erano esplicitamente frutto di un lavoro collettivo. Quello che disegnavo veniva deciso durante le assemblee, decidevamo tutti insieme che tema affrontare e che taglio dargli. Io ero l’ultimo anello di una lunga catena, quello che metteva su carta un concetto condiviso. I fumetti non lo firmavo nemmeno, erano il lavoro di tutti. Ma anche in seguito, quando ho pubblicato Kobane Calling per esempio, non ho deciso da solo di andare in Kurdistan, è stata una valutazione fatta insieme a molte altre persone. La lettura dei fatti a cui assistevamo in viaggio, avveniva grazie a un confronto continuo con i miei compagni e con i curdi, i materiali che ho usato per costruire la storia erano trascrizioni di interviste e foto fatte da altri. Poi i curdi mi sono stati di grande aiuto anche per scegliere cosa fosse più o meno opportuno ed efficace raccontare. La dimensione collettiva in questi casi è fondamentale”.
A proposito di dimensione comune, sono celebri le tue maratone in cui fai disegni a centinaia di lettori. Mentre disegni, ci parli, gli chiedi di raccontarti la loro vita. Che relazione hai con il pubblico?
“Mi interessa molto confrontarmi con gli altri perché così posso farmi un’idea delle persone che leggono i miei fumetti. Si tratta di un pubblico molto eterogeneo e spesso profondamente diverso da me. Quasi tutte le persone che vengono a chiedermi disegni, hanno vite molto distanti dalla mia, spesso sono studenti universitari o dottorandi, con cui a volte mi sento anche in soggezione. Quando ci parlo, posso sapere in che modo leggono le mie storie, se capiscono quello che racconto, perché è fondamentale che il mio lavoro sia inclusivo e comprensibile per tutti, anche per i più giovani. Non posso dare per scontato ad esempio che un ragazzo di 16 anni sappia chi sia Öcalan. I fumetti sono prima di tutto una forma di comunicazione, un dialogo con i lettori, ecco perché è importante capire i codici che condividiamo”.
Gli Scheletri di Zerocalcare
Il nuovo graphic novel, Scheletri (BAO Publishing, 288 pagg., 21 euro) di Michele Rech, in arte Zerocalcare, è in uscita giovedì 15 ottobre. Il protagonista è lui a 18 anni, un periodo complesso della sua vita, in cui finge con la madre di andare all’Università mentre passa il tempo in metro dove conosce un ragazzo più giovane, Arloc: un commovente romanzo di formazione. Per saperne di più, leggete su Robinson in edicola l'intervista esclusiva in anteprima oppure cliccate qui.